7, 8 e 9 è stato un “weekend lungo di lotta”. Sono state giornate di riscossa per le donne delle masse popolari del paese. Ancora una volta la loro marea si è presa piazze, strade, città. Ha lottato, scioperato e manifestato.
Giornate che hanno suonato la carica. Che sono servite a stringere e rafforzare alleanze ed ad alimentare il fronte compatto che può fermare la guerra dal nostro paese, resistere e lottare contro la repressione e liberarci dal governo Meloni e dalle sue leggi antipopolari.
Sono questi i fronti di lotta vissuti nelle oltre 60 piazze che in tutta Italia hanno portato decine di migliaia di donne a mobilitarsi. Un’onda continua che arriva dalle mobilitazioni di settembre-ottobre, che si è strutturata in percorsi di convergenza sui territori e che ha prodotto queste ultime giornate. Un filo conduttore che lega la lotta contro la guerra di Nato, Ue e sionisti a quella contro il governo Meloni e alla guerra che scatena contro le donne delle masse popolari del paese.
Così iniziative, azioni e parole d’ordine risuonate da nord a sud del paese hanno preso di mira criminali e guerrafondai. Trump, Meloni, Nethanyau e accoliti del sistema Epstein in primo luogo. A Milano durante il corteo studentesco promosso per lo sciopero del 9 marzo un Trump-fantoccio con spilletta di Israele è stato dato alle fiamme nei pressi del consolato americano. A Bologna ad essere bruciate sono state le foto di capi di governo statunitensi, israeliani, italiani ed europei.
Il messaggio chiaro e tondo che è risuonato in ogni piazza è quello di disarmare la guerra della Nato e sionisti, di fermarla a partire dal nostro paese, bloccando militarizzazione dei territori e repressione del dissenso.
Da ogni città si è alzato il grido di solidarietà alla Resistenza palestinese, ribadendo che la Palestina riguarda le donne delle masse popolari italiane perché riguarda la lotta contro i suoi aguzzini, complici del genocidio in corso e strenui difensori dei sionisti. Da ogni piazza è arrivata la solidarietà per la criminalizzazione del movimento, contro l’equiparazione di antisionismo ad antisemitismo del Ddl Romero, contro gli attacchi al movimento. In diverse piazze questa si è tradotta anche in iniziative di solidarietà economica per organismi e compagne colpite da repressione.
Al grido solidale per la Palestina si è associato quello per i paesi oggi sotto attacco di Usa e sionisti, come Iran e Libano. A Roma il corteo ha rigettato con forza l’incursione di monarchiche iraniane filoisraeliane che hanno tentato di strumentalizzare la questione di genere per sostenere l’attacco imperialista. Bene hanno fatto le compagne di Roma a cacciare queste provocatrici dalla manifestazione.

Ruolo di primo piano l’ha avuto poi la lotta contro il Ddl Bongiorno e il governo Meloni – bollato come “governo più antifemminista della storia”. Lotta che si è combinata con quella per la difesa di sanità e scuola pubbliche, gratuite e laiche; con quella contro la repressione e militarizzazione dei territori fatta di sgomberi, attacchi agli spazi sociali e zone rosse. Così ad esempio alcuni cortei hanno ancora una volta sfilato in zone rosse, come a Milano dove la marea si è presa piazza Duomo, ancora zona rossa.
Da nord a sud piazze e iniziative per l’emancipazione delle donne si sono intrecciate a quelle dei territori. A Torino la giornata dell’8 ha visto 4 iniziative in 4 diversi quartieri, tutte legate e co-promosse alle organizzazioni del territorio, promuovendo così attività da fronte tra diverse realtà e rafforzando anche il percorso di costruzione comune delle prossime piazze.
Tante e diverse le iniziative in ogni parte del paese che hanno preceduto e seguito l’8 marzo. Tutte legate dal filo rosso che collega saldamente la lotta alla guerra esterna e a quella interna.
A Pisa alle piazze tematiche di confronto e scambio di esperienze per la salvaguardia di sanità e scuola organizzate in diversi parti della città, si è combinato un picchetto davanti ai cancelli della fabbrica di armi Leonardo. Stabilimento in cui lavoratrici e lavoratori si stanno attivando per la produzione civile.
Così anche a Napoli, dove alla manifestazione dell’8 marzo organizzata a Bagnoli in stretto legame con la mobilitazione locale contro gli effetti devastanti sul territorio dell’American’s Cup, si sono legate iniziative legate al mondo del lavoro e contro la guerra. L’iniziativa Donne contro la guerra in particolare ha mostrato la forza che le donne organizzate possono avere per la trasformazione della società, con esempi di donne cubane e venezuelane. Ma anche con gli esempi di donne iraniane e palestinesi – in lotta contro l’imperialismo per la propria emancipazione – e di quelle italiane, in mobilitazione contro guerra e imperialisti nostrani.
Il 9 marzo ha poi dimostrato ancor più chiaramente il ruolo che le donne possono avere nel paese, in una giornata di sciopero, manifestazioni in ogni città e di unità. La giornata ha visto di nuovo – dopo il 3 ottobre – realizzarsi pezzi di unità sindacale, tra sindacati di base e parti della Cgil nazionale (Flc e Filcams) e locale (con pezzi di Fiom). Una mobilitazione che ha visto protagonista il mondo della scuola da nord a sud del paese e che in alcune zone, come l’Emilia Romagna, ha visto protagoniste anche le metalmeccaniche della Fiom con oltre 50 aziende in sciopero nella regione.
La giornata internazionale della donna si chiude con rabbia e voglia di riscossa per le donne delle masse popolari. Con la spinta a bloccare ancora tutto ma anche con la necessità di cambiare tutto, di continuare a conquistarsi il posto che spetta loro per costruire il proprio futuro. Per fare un salto deciso nel prendere in mano le sorti del paese, dalla gestione dei territori fino alle leggi necessarie e a una politica internazionale che non sia di guerra e oppressione.
La storia che abbiamo alle spalle, e di cui queste giornate sono figlie, ci insegna che le donne delle masse popolari sono una forza in grado di strascinare avanti la lotta contro gli oppressori, di liberare il paese dagli occupanti e dai guerrafondai. E anche di costruire una società a loro misura. Queste giornate di organizzazione e lotta ci mostrano come le donne, se si mettono alla testa della mobilitazione, sono capaci di costruire e compattare un fronte che lotta con obiettivi comuni.
Sono in grado e devono proseguire nella costruzione di coordinamenti, alleanze e convergenze per cacciare questo governo e per sostituirlo con uno che sia finalmente loro espressione.
Un governo che al posto della Bongiorno abbia piuttosto Francesca Albanese come ministra. Un governo che con ogni mezzo possibile appoggi la difesa della sanità pubblica e laica, la tutela di consultori e spazi sociali. Che sia espressione e sostegno di insegnanti e studentesse che ogni giorno organizzano una nuova scuola e combattono censura e repressione. Che sostenga con ogni mezzo i popoli in lotta contro l’imperialismo e perseguiti invece criminali e genocidiari.
Marzo e aprile sono dei mesi speciali, ricchi di occasioni per proseguire a costruire questo fronte.
22 e 23 marzo votare NO al referendum; 14 e 28 marzo promuovere, sostenere e partecipare a entrambe le manifestazioni nazionali convocate a Roma per alimentare ancora l’unità e la convergenza. E poi sostenere ovunque e con ogni mezzo la Global sumud flotilla che partirà il 12 aprile. Verso il 25 aprile di liberazione!






