Pubblichiamo il contributo di un operatore del Pronto Soccorso di un grande ospedale del Centro Italia. Armando, nome di fantasia, ha scelto l’anonimato per tutelarsi da eventuali ritorsioni aziendali basate sul “vincolo di fedeltà” (art. 2105 Codice Civile). Dalle sue parole emerge con chiarezza il legame tra lo smantellamento del Sistema sanitario nazionale, l’economia di guerra e la necessità di una mobilitazione popolare che parta dalle corsie degli ospedali.
Le criticità quotidiane: tra carenza di personale e abbandono del territorio
La situazione che viviamo è complessa e riflette lo smantellamento sistematico della sanità pubblica. Se negli ospedali del Sud i problemi sono spesso legati addirittura alla mancanza di strumenti di base, qui nel Centro Nord la criticità principale riguarda la drammatica scarsità del personale.
I medici sono costretti a orari allucinanti, spesso con doppi turni in contesti di stress estremo. Questo logoramento crea un profondo senso di sconforto: viene meno quella gratificazione nel curare bene un paziente per cui questi professionisti hanno studiato anni, sostituiti da una gestione dell’emergenza perenne che svuota il senso del lavoro.
Il Pronto Soccorso è diventato ormai l’unica valvola di sfogo per un territorio completamente desertificato. I medici di base sono pochi, visitano quasi solo su appuntamento e i cittadini non hanno percorsi alternativi per la diagnostica o le visite specialistiche, che nel privato sono diventate inaccessibili per molti. Così, chiunque abbia bisogno finisce in Pronto Soccorso.
Questo genera un sovraffollamento insostenibile dove si mescolano urgenze cliniche e drammi sociali: accogliamo persone che vivono in strada in condizioni di totale emarginazione e che ci chiedono un rifugio per la notte o pazienti psichiatrici che subiscono l’umiliazione di non avere un percorso prioritario.
Queste persone restano bloccate con noi, in attesa di un posto, mentre il personale deve contemporaneamente gestire codici rossi e triage complessi.
L’azienda risponde a tutto questo allargando fisicamente le sale d’attesa, ma senza aumentare i posti letto nei reparti o le strutture intermedie sul territorio, il sistema rimane un imbuto destinato a esplodere.
Il ruolo dei sindacati e la mancanza di una visione d’insieme
Davanti a questo scenario, il mondo sindacale sembra spaccato. Da un lato esiste un sindacalismo di base che ha ben chiaro il quadro d’insieme e collega i problemi dell’ospedale a dinamiche economico-politiche globali, come il riarmo e le politiche di austerità imposte dall’Europa. Dall’altro, le sigle più rappresentative rimangono confinate in una visione puramente aziendalista e professionale.
Questi sindacati si concentrano sulle “briciole”, come i dieci minuti di pausa o piccoli dettagli contrattuali (sicuramente battaglie utili!) restando però totalmente silenti sulle grandi scelte politiche che tagliano le gambe al Sistema sanitario nazionale.
È un approccio pericoloso: si arroccano su queste posizioni per mantenere il consenso immediato tra gli iscritti, ma ignorando il quadro generale lasciano i lavoratori indifesi di fronte alle grandi riforme strutturali che ci colpiranno. Non è un caso che queste organizzazioni siano state quasi del tutto assenti nelle mobilitazioni contro la guerra e il riarmo, nonostante l’economia bellica stia letteralmente mangiando i fondi che dovrebbero essere investiti nella salute dei cittadini.
Dalla Palestina alla difesa del Sistema sanitario nazionale: verso una nuova mobilitazione
Nonostante al momento non ci sia ancora una mobilitazione spontanea e organizzata all’interno degli ospedali, la sensibilità dei lavoratori sta cambiando.
Negli ultimi due anni abbiamo assistito a qualcosa di straordinario: la lotta del popolo palestinese ha “aperto una voragine” nella coscienza collettiva, svelando le ipocrisie del sistema capitalistico e securitario in cui viviamo. In Italia, mentre il governo approva decreti che stringono il cappio intorno al dissenso e ai diritti dei lavoratori, le reti come “Sanitari per Gaza” o il “Digiuno per Gaza” hanno saputo riaccendere una scintilla di attivismo reale negli ospedali.
Questi movimenti non sono solo gesti di solidarietà internazionale, ma possono rappresentare un modello di come i lavoratori della sanità possano riprendersi il loro ruolo politico. La solidarietà alla Palestina ha generato momenti di protagonismo spontaneo e virale, dimostrando che quando si toccano temi di giustizia e umanità, il personale sanitario risponde con forza.
È fondamentale e auspicabile che questa energia si leghi direttamente alla lotta per la difesa della sanità pubblica nel nostro paese.
Dobbiamo smettere di ragionare per compartimenti stagni o per categorie professionali intente a “rosicchiare” piccoli privilegi a discapito di altri. Se siamo capaci di mobilitarci contro i crimini di guerra e per il popolo palestinese, dobbiamo esserlo altrettanto per impedire che il Sistema sanitario scivoli sotto il 6% del Pil.
Difendere la sanità pubblica oggi significa opporsi a un modello che preferisce inviare armi piuttosto che garantire il diritto alla cura. Il personale sanitario ha dimostrato di avere questa sensibilità: la sfida ora è trasformare questo attivismo in una difesa permanente e organizzata dei nostri ospedali e dei diritti di tutti.
Pubblicato il 25 febbraio 2026 su www.carc.it dalla Segreteria Federale Toscana


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