Il 14 gennaio il “Piano di pace per Gaza” in venti punti, promosso dall’amministrazione Trump a fine settembre 2025, è ufficialmente passato alla fase due, dedicata alla ricostruzione politica e materiale di Gaza.
La prima fase prevedeva il cessate il fuoco e un ritiro graduale delle forze israeliane dai Territori occupati. Ma di fatto Gaza è ancora sotto assedio.
Anche se con un’intensità inferiore rispetto alla fase precedente, Israele ha continuato per tutto il tempo a sparare e a tirare bombe sulla popolazione: secondo le autorità sanitarie di Gaza, dall’entrata in vigore della tregua sono quasi cinquecento i palestinesi uccisi e migliaia i feriti. Si stima che siano oltre cento i bambini assassinati, quasi sempre attorno alla linea gialla: basta avvicinarsi per errore per essere colpiti a morte.
I sionisti continuano poi ad affamare i gazawi con le normative israeliane introdotte il 1° gennaio 2026, che impongono ulteriori restrizioni alle Ong autorizzate a operare sul territorio e a distribuire cibo. E con l’inverno, la ricostruzione ancora ferma, la popolazione costretta a vivere in tende posticce, nella Striscia si muore anche di freddo. Senza contare poi i 1.092 pazienti morti perché non evacuati in tempo per accedere alle cure necessarie. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono sedicimila le persone che necessitano di cure urgenti non più garantite dagli ospedali della Striscia, assediati e distrutti dagli attacchi israeliani.
Infine Israele controlla tutt’ora oltre metà del territorio della Striscia. Immagini satellitari analizzate dall’agenzia stampa Reuters rivelano che anzi ha spostato unilateralmente la “linea gialla”, il confine definito dall’accordo di ottobre, distruggendo circa 2.500 edifici con attacchi aerei o droni: si stima che dal 53% iniziale, la zona occupata dagli israeliani sia passata al 56%. Altro che ritiro graduale (vedi l’articolo “How Israel moved its ‘Yellow Line’ deeper into a shattered Gaza City neighbourhood, pubblicato su Reuters il 23/172026, e l’articolo “Israel Is Still Demolishing Gaza, Building by Building”, pubblicato su The New York Times il 12/1/2026).
La nuova fase è stata avviata con l’annuncio, dato al Cairo, della costituzione del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, un governo di transizione composto da quindici tecnocrati palestinesi. Sarà guidato da Abdel Hamid Shaath, ex funzionario dell’Autorità Nazionale Palestinese, e avrà il compito di ripristinare i servizi pubblici essenziali, ricostruire le istituzioni civili e stabilizzare la vita quotidiana nella Striscia.
Ma a decidere realmente sulla ricostruzione, almeno nelle intenzioni di Trump, dovrà essere il famoso “Board of Peace” (Consiglio di Pace). Nella sua carta costitutiva non si fa riferimento specifico alla pacificazione e ricostruzione nella Striscia di Gaza, ma durante la sua presentazione è stato illustrato il piano americano “New Gaza” che mira a fare della Striscia un enorme terreno di speculazione. Reti energetiche, housing, logistica portuale, autostrade, centri commerciali, data center, zone industriali integrate con Israele e i paesi arabi: sono molti coloro che si stanno sfregando le mani!
Il Board of Peace
Se inizialmente si doveva limitare alla questione di Gaza, il Board of Peace si è rivelato un progetto ben più ampio, che punta a costruire una nuova organizzazione internazionale con a capo Trump e a indebolire le Nazioni Unite, dove sempre più spesso gli imperialisti Usa e sionisti si ritrovano isolati.
Lo statuto del Board è stato formalmente ratificato il 22 gennaio 2026 a Davos, in Svizzera, durante il World Economic Forum e concentra poteri e diritto di veto nelle mani di Trump, a prescindere dalla carica di presidente degli Stati Uniti. Prevede infatti che i membri siano scelti direttamente da lui, che li può anche espellere a suo piacimento. Si può però ottenere un “seggio permanente” versando un miliardo di dollari durante il primo anno di esercizio.
Il comitato esecutivo include figure come Jared Kushner (imprenditore, funzionario e politico statunitense, genero di Trump), il segretario di Stato Marco Rubio, Steve Witkoff (imprenditore, funzionario e diplomatico statunitense, inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente) e l’ex primo ministro britannico Tony Blair.
A Davos erano presenti i rappresentanti dei paesi fondatori: Bahrein, Marocco, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bulgaria, Ungheria, Indonesia, Giordania, Kazakistan, Kosovo, Pakistan, Paraguay, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Uzbekistan e Mongolia.
Anche Netanyahu, dopo un’iniziale esitazione per la presenza nel comitato esecutivo di funzionari di Turchia e Qatar, ha poi accettato l’invito di Trump ad aderire al Board.
I paesi europeistanno per la maggior parte prendendo tempo, la Repubblica Popolare Cinese non ha ancora preso posizione, ma ha già espresso il suo fermo sostegno all’Onu contro ogni tentativo di indebolirlo, mentre Putin ha confermato di essere pronto a fornire il miliardo di dollari per il seggio solo se sarà prelevato dai fondi russi congelati negli Stati Uniti.
E l’Italia? Meloni per il momento si è tirata indietro, adducendo problemi di carattere costituzionale. In particolare ha dichiarato che: “C’è un problema di compatibilità tra lo statuto del Board e l’articolo 11 della Costituzione, nella parte in cui consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Neanche Meloni può negare che la funzione del Board of Peace è ben diversa da quella che viene sbandierata!

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