Nei mesi scorsi il governo Meloni, per bocca del ministro Crosetto, ha annunciato che tra gennaio e febbraio prenderà avvio l’iter per una legge che dovrebbe reintrodurre il servizio di leva. Non il vecchio servizio di leva obbligatorio, sospeso nel 2005, ma un servizio di leva volontario ispirato ai modelli già adottati o in discussione in altri paesi e che prevede la possibilità di scegliere tra servizio militare, civile o nella protezione civile.
Una misura che piuttosto che mostrare la forza del governo Meloni ne mostra la sua debolezza. Il governo ha necessità di elevare il numero del personale della Difesa ma si trova ad avere a che fare con una carenza di volontari; con la difficoltà crescente a ingaggiare le masse popolari in apparati militari e repressivi per le sue operazioni di guerra. Ed è lo stesso Crosetto a manifestare questa contraddizione.
In un suo discorso ai vertici militari ha detto che la legge 244, quella che fissa il limite per il personale della Difesa a 170 mila unità, va “buttata via” e che i numeri, viste le esigenze, andrebbero aumentati di almeno di 30 – 40 mila. Nel documento informale presentato il 17 novembre scorso al Consiglio supremo di Difesa inoltre, Crosetto ha parlato espressamente della necessità di 10-15 mila nuove unità da formare nell’ambito delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale contro la guerra ibrida già in corso. Secondo lui, 5.000 ne servirebbero solo nell’ambito cyber.
La penuria di reclute volontarie ha costretto Crosetto a pensare a un progetto attraverso il quale conquistare un’ulteriore riserva di circa 10.000 persone. Si tratterebbe di volontari, professionisti in ferma, ex militari, tecnici, medici e persone con competenze specialistiche formati per essere pronti a intervenire in caso di guerre, calamità, crisi o esigenze specifiche interne o internazionali. L’intento è quindi quello di estendere la militarizzazione della società ma anche quello di allargare il bacino delle Forze armate specializzate a combattere, la parte “kombat”, e creare una “riserva addestrata” da mobilitare in scenari di guerra e missioni all’estero.
In modello di leva su cui verrà chiamato a esprimersi il Parlamento assomiglierà a quello annunciato dalla Francia dove, a partire dalla prossima estate, i volontari verranno inseriti in un percorso di addestramento della durata di 10 mesi, il primo di formazione e i seguenti nell’esercito, nel corso dei quali percepiranno uno stipendio di circa 800 euro in aggiunta a vitto, alloggio ed equipaggiamento. Avviando la selezione dei candidati fin da gennaio 2026 la Francia punta a raggiungere entro settembre un nucleo di 3.000 volontari composto per l’80% da giovani di 18 e 19 anni.
Servizio militare in Italia: la situazione attuale
Nel nostro Paese, il servizio militare di leva è durato per 143 anni, dal 1861 al 2005. Ed è la stessa Costituzione, all’articolo 52, a prevederne l’obbligatorietà “secondo quanto stabilito dalla legge”. Istituito con la nascita del Regno d’Italia, il servizio militare fu confermato con il passaggio alla Repubblica e continuò fino all’entrata in vigore della legge di abolizione del 23 agosto 2004. Una decisione seguita, in linea con gli altri Paesi europei, dall’inizio di una progressiva riduzione degli organici del personale militare. Attualmente a regolamentare gli aspetti applicativi dell’arruolamento è il Codice dell’ordinamento militare del 2010, che distingue espressamente quello volontario da quello obbligatorio. Al riguardo, l’articolo 1929 stabilisce che la coscrizione obbligatoria può essere ripristinata, con un decreto del presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, “se il personale volontario in servizio è insufficiente e non è possibile colmare le vacanze di organico, in funzione delle predisposizioni di mobilitazione, mediante il richiamo in servizio di personale militare volontario cessato dal servizio da non più di 5 anni”. Una possibilità, in ogni caso, limitata però a 2 specifici casi: uno stato di guerra deliberato secondo quanto previsto dall’articolo 78 della Costituzione o una grave crisi internazionale in cui l’Italia venga coinvolta, direttamente o in ragione della sua appartenenza a una organizzazione internazionale ai senti dell’articolo 52 della Costituzione.
Una legge che quindi che è per forza di cose contraddittoria e per niente pacifica. Motivo per cui uno degli obiettivi principali è renderlo strumento di propaganda, con l’obiettivo di estendere il consenso dei giovani. Soprattutto nelle scuole, rendendo la carriera militare appetibile come opportunità di lavoro e carriera.
Le classi dominanti hanno bisogno di un certo grado di collaborazione da parte delle masse popolari per mantenere il loro dominio e intrupparle nelle loro operazioni di guerra. Consenso che non hanno e che nel caso dell’intruppamento devono tentare di costruire almeno per una “nicchia”. Estendere la leva militare a tutti significherebbe infatti addestrare e armare anche quell’esercito di giovani che si mobilita sempre più proprio contro il governo, buona parte di quei 2 milioni di persone che solo qualche mese fa sono scesi in piazza.
Quindi l’operazione sul ritorno alla leva messa in campo dal Ministero della Difesa prende di mira l’Istruzione e si inserisce in una pregressa martellante propaganda di guerra promossa tra i giovani e i giovanissimi. Negli ultimi anni infatti esponenti delle FFAA sono entrati sempre più spesso all’interno delle scuole di ogni grado per tenere lezioni di educazione civica, iniziative sul bullismo e cyberbullismo, per insegnare l’inglese o promuovere l’attività fisica in stile militare tra i ragazzi. Nelle scuole superiori sono aumentati i percorsi FSL (Formazione Scuola Lavoro) e le iniziative di orientamento al lavoro volte a intruppare i giovani e una fetta della popolazione all’idea che arruolarsi nelle FFAA è un’opportunità di carriera.
É per questo che anche il dibattito più acceso rispetto alla reintroduzione della leva militare riguarda il mondo della scuola. In particolare con le reti di docenti, i collettivi studenteschi e le organizzazioni giovanili come
Osa-Cambiare rotta, che si stanno mobilitando attraverso iniziative e prese di posizione contro una misura che rappresenta un ulteriore passo verso la militarizzazione della società.
Iniziative che si sono combinate anche a quelle nate in reazione alla crescente repressione che ha colpito – su mandato di Valditara – con ispezioni e perquisizioni le scuole nelle quali erano state organizzate iniziative sul genocidio in corso in Palestina con Francesca Albanese. A questo proposito si è svolta lo scorso 29 dicembre l’assemblea online promossa dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università per discutere di come far fronte alla censura e alla crescente militarizzazione della società, anche tramite la costruzione di assemblee per promuovere pratiche di obiezione civile.
Un lavoro prezioso che si pone l’obiettivo e va concretamente nella direzione di sviluppare il coordinamento tra insegnanti e personale scolastico, ma anche alimentare la mobilitazione dei giovani e di tutte le masse popolari contro Crosetto e il governo Meloni.
I giovani non sono e non devono diventare carne da cannone!
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