Come Partito dei Carc sosteniamo attivamente e da sempre i comitati che si battono contro le grandi opere dannose, speculative e inutili che sono nei progetti della classe dominante di questo paese da decenni.
Sosteniamo i No Tav, i No Ponte, i comitati che capillarmente si oppongono all’installazione di “ecomostri” inquinanti che devastano i territori. A partire da queste esperienze alcuni compagni hanno posto una domanda: i comunisti sono per principio contrari alle grandi opere? Sono quelli che dicono no a ogni progresso infrastrutturale e tecnologico?
La risposta è no. Non siamo per la “decrescita felice”, per mantenere le cose in un eterno presente o per farle addirittura regredire, anzi. Ma definire quale tipo di opera mettere in campo non può esulare da un’analisi concreta dell’opera e del tipo di società in cui viene progettata, dai mandanti e dalle finalità, dalle ricadute sulle vite delle masse popolari e dell’ambiente. Il discorso allora non è “opere si o opere no”, ma che tipo di opere e che tipo di società le produce.
Facciamo degli esempi. La Repubblica Popolare Cinese negli ultimi anni sta mostrando al mondo la realizzazione di opere pubbliche infrastrutturali ed energetiche. Il ponte più alto al mondo del Grand Canyon di Huajian, una rete idrica che porta acqua nelle zone della Cina con scarse risorse, la realizzazione della “diga più grande al mondo” per la produzione di energia pulita e capace di ridurre drasticamente emissioni inquinanti e il progetto di tunnel sottomarino di 120 km in grado di sostenere una zona altamente sismica. Questi solo alcuni tra gli ultimi esempi.
Analizziamone una. Il ponte di Huajin è un’opera che mette in collegamento due zone con l’obiettivo di ridurre le differenze territoriali, di integrare città e compagne e di facilitare l’accesso della popolazione locale a servizi a cui oggi non ha accesso. Si tratta quindi di un’opera non solo necessaria ma anche molto avanzata (più di mille tecnologie utilizzate), sicura per la popolazione (a prova di alluvioni e terremoti) e pensata per avere un impatto ambientale minimo (realizzata con le tecnologie “scavi zero”).
Il ponte, tra l’altro, è stato costruito utilizzando tutto il personale necessario, in condizioni di lavoro sicure e tutelate (prevedendo, ad esempio, lo stop immediato dei lavoratori in caso di intemperie). Un’opera, infine, che si combina con altre opere simili perché inserita in una progettualità più ampia per lo sviluppo dell’intero paese, attraverso i piani quinquennali.
Leggi qui per uno spaccato su altre opere della Repubblica Popolare Cinese
Ma perché la Repubblica Popolare Cinese può realizzare questo tipo di opere? La risposta è una e una sola: il socialismo. È questo che permette la loro realizzazione in tempi e modalità impossibili da replicare in un paese imperialista come l’Italia, per quanto Salvini elogi pubblicamente il ponte di Huajin per sostenere la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina.
Ma in cosa differisce il ponte sullo Stretto? Innanzitutto è un’opera che la popolazione locale non vuole perché avrà ripercussioni sulla vita delle masse popolari, che saranno espropriate con risarcimenti ridicoli, e sulle oasi ambientali circostanti. Un progetto che è stato smontato dai tecnici dei comitati No Ponte che lo hanno studiato e che, anche a detta di chi lo ha realizzato, è stato fatto con misurazioni “prese da Google Maps”. Un ponte a campata unica che si trova su due placche tettoniche che si allontanano progressivamente, sottoposto a scosse sismiche e a forti venti e che è stato progettato in partenza per non reggere nemmeno a queste condizioni.
Rimandiamo alle ricerche dei comitati No Ponte per ulteriori approfondimenti sull’inconsistenza strutturale del progetto. Ma è già chiaro che si tratta di un’opera concepita solo per espropriare, per far girare soldi tra appalti e subappalti, per arricchire speculatori e mafiosi e di cui molto probabilmente non vedremo neanche la nascita.
Stesso discorso vale ad esempio per il Tav, la cui realizzazione comporta scavi in montagne cariche di amianto e un impatto ambientale enorme. Il tutto per far viaggiare le merci da Torino a Lione con qualche decina di minuti in meno.
Queste sono le differenze concrete che riguardano opere pianificate e realizzate in un paese socialista e quelle “progettate e realizzate” in un paese imperialista come il nostro. Differenze che derivano dalla natura differente dei due paesi. La Repubblica Popolare Cinese è un paese socialista, l’Italia è un paese imperialista.
In un paese socialista come la Cina si combinano dittatura del proletariato, cioè la direzione della società in mano alle organizzazioni operaie e popolari, guidate dal Partito comunista, una gestione pubblica e pianificata dell’attività economica e la crescente partecipazione delle masse popolari alla gestione della vita sociale.
La Repubblica Popolare Cinese, infatti, si basa su un sistema piramidale di consigli, comitati e assemblee che definiscono i delegati degli organi via via superiori fino al Consiglio di Stato. La definizione delle politiche del paese passa anche questa dal sistema dei consigli che in Cina passa da canali di comunicazione tra gli organi dello Stato e le organizzazioni di consultazioni politiche, i gruppi partitici, le organizzazioni sociali di base e le parti sociali (per approfondire consigliamo la lettura di questo articolo).
Chiarire questo è estremamente importante per capire quale sia l’obiettivo principale da porci oggi anche nel nostro paese e quale sia la strada da perseguire per raggiungerlo. Questo perché c’è tutta una corrente della propaganda borghese che promuove la rassegnazione e la sfiducia e, per farlo, usa argomenti beceri e reazionari. “In Italia non può funzionare nulla, perché il problema sono gli italiani”; “il futuro può essere solo peggiore del presente”; “niente e nessuno può rimettere in sesto il paese”. Sono stupidaggini da cui si può trarre solo una conclusione: la rassegnazione. La verità è che anche in Italia dobbiamo instaurare il socialismo!
Questo vuol dire cominciare sin da ora a costruire quel sistema di consigli, di centri locali del nuovo potere e la nuova struttura del potere politico del proletariato. Qui ed ora, per noi comunisti, l’aspetto decisivo è creare in ogni luogo di lavoro, quartiere e città collettivi in cui organizzarsi e mobilitarsi per portare avanti le principali battaglie di questa fase contro il carovita, la riconversione militare delle aziende, la militarizzazione delle scuole e delle università, lo smantellamento della sanità pubblica e la costruzione di grandi opere inutili e dannose.
È per questo che sosteniamo l’azione di organismi come i No Tav, i No Ponte e di tutti quelli che si mobilitano contro il resto delle grandi opere inutili e dannose del nostro paese.
Esse rappresentano una forma di organizzazione e una scuola in cui le masse popolari imparano a governare il paese secondo i loro interessi, a lottare e decidere cosa serve costruire, come farlo e negli interessi di chi. Un’esperienza che sotto la guida dei comunisti deve trasformarsi in rivoluzione socialista. Deve cioè sostituire il sistema di potere della borghesia imperialista con il potere della classe operaia e delle masse popolari, organizzate in comitati, collettivi e consigli.
Non esiste in nessuna parte del mondo un capitalismo puro che si trasforma in un socialismo puro.
La lotta per instaurare il socialismo, nel nostro paese, passa oggi dalla lotta per imporre un governo alternativo a quelli delle Larghe intese di destra e di sinistra. Che si ponga apertamente l’obiettivo porre fine alle grandi opere speculative, inutili e dannose, e promuovere invece la creazione di nuove aziende dedite alle tante piccole e grandi opere come il riassetto della rete idrica nazionale, bonifica dei territori inquinati, installazione di impianti per la produzione di energie rinnovabili, messa in sicurezza della rete stradale e autostradale. Opere che assorbano i disoccupati autoctoni e immigrati nel riassesto del territorio, nel miglioramento idrogeologico, nella produzione e utilizzazione di energie rinnovabili, nel miglioramento dei servizi pubblici e il resto delle attività necessarie e di pubblica necessità.
Questa lotta e questo processo per certi versi sono già in corso. È evidente – a chi vuole vederlo – che laddove esistono organismi operai e popolari che si mettono alla testa di una battaglia e su questa chiamano alla mobilitazione, lavoratori e masse popolari esprimono la loro forza, la loro capacità di costruire un’alternativa e di fermare politiche di guerra e miseria.
Esempi lampanti di ciò sono il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (Calp) di Genova per il blocco del traffico di armi e del paese intero e il collettivo di fabbrica Gkn di Firenze che ha fatto di un’azienda in chiusura un centro promotore di lotta contro lo smantellamento dell’apparato produttivo del paese e per un lavoro sostenibile. Ma esempi di ciò sono anche i No Tav della Val Susa che bloccano la devastazione del territorio e le grandi opere speculative e gli attivisti di Extinction Rebellion o Ultima generazione.
Se nel paese ci fossero anche solo un centinaio di organismi simili, coordinati tra loro e orientati a costituire un governo di emergenza che sia loro espressione l’avanzamento nella costruzione della rivoluzione socialista nel nostro paese vedrebbe un significativo salto in avanti.






