Il Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) è una delle ultime conquiste strappate dalle masse popolari, con dure lotte e sacrifici, al termine del periodo del capitalismo dal volto umano (1945-1975).
A fronte di un aumento di morti, incidenti e malattie causate dal lavoro, alla fine degli anni Sessanta si sviluppò un forte movimento di lotta per il diritto alla salute che portò alla sua istituzione, nel dicembre del 1978, con l’emanazione della legge n. 833.
I principi su cui il Ssn si basa sono l’universalità, l’equità di accesso e uguaglianza di trattamento, la globalità e uniformità territoriale dei servizi e delle prestazioni erogate, la centralità della prevenzione, la partecipazione, il finanziamento tramite la fiscalità progressiva generale. Ma nella realtà molti di questi principi non sono mai stati attuati o sono stati indeboliti fin dall’inizio attraverso la “razionalizzazione” della spesa sanitaria, realizzata soprattutto con le leggi finanziarie susseguitesi negli anni, a partire già dal 1988.
Le riforme strutturali degli anni Novanta
L’inversione di rotta vera e propria è iniziata nei primi anni Novanta col decreto legislativo 502/92 e successive integrazioni fino al decreto Bindi 229/99. Le principali misure adottate sono state:
– la trasformazione delle Unità Sanitarie Locali in Aziende Sanitarie Locali, vere e proprie aziende pubbliche dotate di autonomia imprenditoriale e gestite da potenti manager della salute secondo criteri di efficienza e produttività;
– la regionalizzazione, che ha spostato la responsabilità della gestione sanitaria dallo Stato alle Regioni;
– l’apertura a strutture private, equiparate a quelle pubbliche attraverso il meccanismo dell’accreditamento, rese a tutti gli effetti pilastri del Ssn e non più meramente accessorie e supplementari.
Il definanziamento del Ssn
Al periodo delle riforme strutturali è seguito un decennio di definanziamento del Ssn. Secondo i rapporti della Fondazione Gimbe, tra il 2010 e il 2019, sono stati sottratti al Ssn circa 37 miliardi di euro.
Ciò ha portato a chiusura di ospedali (oltre 125 strutture chiuse tra il 2011 e il 2021), riduzione del personale (una perdita di migliaia di medici, infermieri e posti letto), aumento della spesa sanitaria pagata direttamente dai cittadini (tra il 2016 e il 2023 la spesa delle famiglie per accedere alla sanità privata non convenzionata è aumentata del 137%, da 3,05 a 7,23 miliardi, mentre per il privato accreditato è cresciuta del 45%).
Due modelli regionali a confronto (le mani delle Larghe Intese sulla sanità)
A seguito della regionalizzazione, dalla seconda metà degli anni Novanta, si è affermato il modello lombardo, consistente principalmente nel riconoscimento alle strutture private di un piano di parità con quelle pubbliche fino ad arrivare a oggi con l’introduzione della “super intramoenia” (che permette a chi ha una polizza o un fondo di accedere a visite ed esami negli ospedali pubblici in modo più rapido, spesso fuori dall’orario di servizio).
Questo sistema, gestito dal polo Berlusconi delle Larghe Intese, nel corso del tempo ha dato adito a grosse inchieste per corruzione di politici e manager coinvolti nel drenaggio di finanziamenti dal pubblico al privato e persino il Presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, nel 2019 è stato arrestato per questo.
La gallina dalle uova d’oro per faccendieri e speculatori, ovviamente, si è rivelata un disastro per la sanità. La precarizzazione del personale sanitario ha raggiunto livelli insostenibili (si veda in proposito “lo scandalo” degli infermieri del San Raffaele di Milano dello scorso dicembre), e gli ospedali sono stati trasformati, letteralmente, in sportelli bancomat. Il caso più noto, e tragico, è quello della clinica Santa Rita, assurta agli onori delle cronache come “la clinica degli orrori” nel 2008.
Seppur con un approccio organizzativo differente e storicamente più orientato a mantenere un forte controllo pubblico, anche la Regione Toscana, feudo del Pd, ha messo le mani sulla sanità. Con la riforma sanitaria del 2015 e il raggruppamento delle preesistenti dodici Asl in sole tregrandi Asl, il Pd sta di fatto emulando il modello lombardo. E con risultati analoghi: chiusure di interi reparti, corsa alla sanità privata per tappare le falle di quella pubblica, collasso dei Pronto Soccorso, ecc.
La situazione attuale, il governo Meloni e la Legge di bilancio 2026
Agli inizi del 2020, la pandemia da Covid-19 ha fatto emergere bene i risultati dello spolpamento del Ssn: una dimostrazione tragica, costata centinaia di migliaia di morti.
Anche se pressoché tutti i politicanti, di qualunque colore e schieramento, si sono prodigati nelle promesse di rafforzare la sanità, il movimento concreto è il seguente: i fondi sanitari integrativi (la sanità privata) sta progressivamente sostituendo il Ssn. Questo con l’avallo dei sindacati di regime che si vantano, pure, dell’integrazione della sanità privata nei contratti collettivi nazionali di lavoro…
La miccia è stata accesa decenni fa, adesso il barile di polvere nera adagiato sotto il Ssn è scoppiato: l’universalismo del diritto alla salute è di fatto cancellato, è stata reintrodotta la relazione diretta fra assistenza sanitaria e condizione occupazionale, le compagnie assicurative, i fondi speculativi e, più in generale, “i privati” la fanno da padroni.
Questo vuol dire che la sanità è diventata già oggi un lusso per chi può permetterselo o, in subordine, un privilegio destinato ad alcune categorie di lavoratori.
Secondo l’8° Rapporto sul Ssn presentato a ottobre dalla Fondazione Gimbe sono molte le problematiche da affrontare: quasi 5,8 milioni di persone (un italiano su dieci) nel 2024 hanno rinunciato alle cure. 3,1 milioni di persone lo hanno fatto per motivi economici. Oltre a ciò, c’è la crisi motivazionale del personale, che abbandona in massa il Ssn; le diseguaglianze regionali e territoriali; la migrazione sanitaria e i disagi quotidiani sui tempi di attesa e sui Pronto Soccorso affollati…
E Giorgia Meloni che fa?
Dove finiscono i soldi che dovrebbero andare alla sanità?
“Solo da inizio dicembre 2025 il governo Meloni ha presentato 14 piani di riarmo, per un ammontare di 5,3 miliardi di euro. Da quando Giorgia Meloni è stata messa al governo i progetti di riarmo finanziati sono stati 74, per una spesa complessiva di oltre 60 miliardi di euro. Nella tormentata Legge di bilancio 2026 una delle poche certezze che nessun partito di maggioranza ha messo in discussione è la procedura facilitata per velocizzare la produzione di armi in Italia.
Il governo non proporrà al parlamento di votare i crediti di guerra “per iniziare la Terza guerra mondiale”: i governi delle Larghe Intese e il parlamento (con poche eccezioni) stanno già finanziando da anni la Terza guerra mondiale. E in questa guerra l’Italia è pienamente coinvolta” (leggi l’articolo “La Terza guerra mondiale è già in corso o incombe sul futuro?”).
In questa situazione, mentre scriviamo, il governo Meloni si appresta a varare una legge di bilancio di “lacrime e sangue” in cui, a conferma della continuità con tutto quello e tutti quelli che l’hanno preceduto, la sanità viene colpita duramente, ancora una volta. Al punto che anche diverse istituzioni (incluso Cnel, Corte dei Conti, Istat) muovono critiche aperte.
Solo i rampanti imprenditori della sanità hanno espresso parere favorevole. Ecco due conti.
Anche se sono previste risorse economiche aggiuntive (7,7 miliardi, di cui 2,4 nel 2026 e 2,65 rispettivamente nel 2027 e 2028), secondo la Fondazione Gimbe la spesa per la sanità pubblica è in realtà in diminuzione, dal momento che nel 2028 l’investimento risulterà pari solo al 5,6% del Pil contro l’attuale 6,3% del 2024.
In pratica non c’è alcun rilancio del Ssn, mentre ai professionisti vanno solo briciole”, che non saranno sufficienti ad arrestare l’emorragia di medici dal pubblico.
La spesa sanitaria prevista nella Legge di bilancio per il 2026
Dati Il Sole 24 Ore – ottobre 2025 (mentre scriviamo la legge è ancora in discussione)
Finanziamento totale per la spesa sanitaria (2026-2028)
– piano della manovra: 7,7 miliardi di euro aggiuntivi (di cui 2,4 nel 2026 e 2,65 rispettivamente nel 2027 e nel 2028).
– analisi critica: la spesa sanitaria pubblica scende al 5,6% del Pil nel 2028 (dal 6,3% del 2024).
Piano assunzioni
– piano della manovra: investimento “straordinario” di 450 milioni di euro per assumere mille medici dirigenti e oltre seimila professionisti.
– analisi critica: il “tetto di spesa per il personale” limita le assunzioni. Le risorse si disperdono senza un piano di consolidamento e sviluppo.
Retribuzione del personale
– piano della manovra: aumenti lordi annui stimati: 3.000€ per medici, 1.630€ per infermieri. Aumento medio mensile di 172€ per 580.148 dipendenti.
– Analisi critica: lo stanziamento non è adeguato a fermare l’“emorragia” di professionisti.
Investimenti specifici
– piano della manovra: 700 milioni per la prevenzione; 80 milioni per la salute mentale; 150 milioni per l’assistenza domiciliare; 70 milioni per la farmacia dei servizi; 60 milioni per le malattie rare.
– analisi critica: una parte significativa delle risorse è destinata a coprire debiti pregressi delle Regioni.






