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Cosa rimane dello sciopero del 12 dicembre?

Agenzia Stampa - Staffetta Rossa by Agenzia Stampa - Staffetta Rossa
Dicembre 18, 2025
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Il 12 dicembre si è tenuto lo sciopero generale di tutte le categorie pubbliche e private indetto dalla CGIL per l’intera giornata contro la manovra finanziaria presentata dal Governo Meloni per il 2026. Manovra giudicata dal sindacato “ingiusta e dannosa” per salari, pensioni, servizi pubblici e condizioni lavorative.

Secondo i dati diffusi dalla CGIL stessa, l’adesione allo sciopero ha raggiunto una quota media nazionale di circa il 68% dei lavoratori coinvolti nei diversi settori. La CGIL ha, inoltre, stimato che oltre mezzo milione di persone hanno partecipato alle oltre cinquanta manifestazioni e cortei organizzati in piazze e vie delle principali città italiane.

I numeri confermano che la partecipazione è stata bassa perché Landini ha traccheggiato sulla natura politica che lo sciopero aveva. I vertici della CGIL sono stati più attenti a parare i colpi da destra che a spingere fino in fondo sullo sciopero politico per cacciare il governo, una spinta coerente con l’ostilità al governo Meloni che si è diffusa su ampia scala negli ultimi mesi.

Una spinta ben espressa dai lavoratori a Firenze, dove Landini si è trovato sotto il palco lo striscione “mai più scioperi separati”. Confermata dal fatto che la mancata unità con i sindacati di base e la decisione di non “politicizzare” lo sciopero ha portato decine di migliaia di lavoratori a non scioperare e non scendere in piazza.

La tendenza a togliere la motivazione politica ha reso difficile a Landini anche semplicemente dire alla stampa che quello del 12 dicembre era uno sciopero politico. Un tentativo claudicante di tenere insieme capre e cavoli che sta spaccando le stesse organizzazioni sindacali – CGIL in testa – perché il tempo di chiedere è finito e bisogna imporre le conquiste. Con la lotta.

Questi i risultati che derivano da quella tendenza incarnata da Landini e dai vertici CGIL di riportare nei riti e consuetudini sindacali la spinta alla mobilitazione che i lavoratori e le lavoratrici di questo paese avevano dimostrato solo poche settimane fa.

Ma non si è trattato solo di un “traccheggiamento”. La Cgil ha fatto uno sciopero rituale con manifestazioni rituali, al punto da decidere di isolare i metalmeccanici per paura di non riuscire a controllarli e gestirli perché giustamente incazzati per la firma di un CCNL schifoso dopo 40 ore di sciopero. A Milano è stato addirittura vietato ai metalmeccanici di scendere in piazza con spezzoni di fabbrica.

Una lotta, quella per il CCNL dei metalmeccanici, in cui la Fiom non ha usato le forme di lotta usate del movimento popolare in solidarietà alla Palestina sintetizzate nella parola d’ordine “blocchiamo tutto”.

Eppure è stato evidente che quei metodi pagano, anche nella mobilitazione per il rinnovo del Ccnl dei metalmeccanici. A giugno, dopo l’occupazione della tangenziale di Bologna, il tavolo di trattativa che era fermo da settimane fu riaperto di fretta e furia.

È stato evidente anche a Genova dove gli operai dell’ex Ilva hanno bloccato la città e hanno imposto il tavolo al Mise, hanno fatto muovere il sedere a sindaca, presidente di Regione, parlamentari e governo per trovare una soluzione.

Lo sciopero è e rimane la principale arma dei lavoratori nella difesa dei diritti che rimangono e nella conquista di nuovi. Ma è un’arma che non può essere sciolta e liquidata nel rivendicazionismo. Lo sciopero deve essere politico. Il sindacato deve occuparsi di politica.

Gli ultimi mesi hanno dimostrato che le forze popolari, sindacali, politiche e sociali che hanno promosso il 22 settembre, il 3 e il 4 ottobre sono già in grado di mobilitare, direttamente o indirettamente una parte importante delle masse popolari, comprese quelle non ancora organizzate.

Hanno dimostrato che le stesse forze sono d’accordo che il governo Meloni è un governo inaccettabile e addirittura anche illegittimo. È un governo di vendipatria, servo degli imperialisti USA, complice dei sionisti di Israele e compare degli imperialisti UE, come e più dei governi delle Larghe Intese che lo hanno preceduto. Ha esteso la violazione e l’aggiramento della Costituzione del 1948 che ufficialmente è ancora vigente dato che nessun governo della Repubblica Pontificia pur violandola ha finora osato proporne l’abolizione.

Ma hanno dimostrato anche che per cambiare il corso delle cose bisogna che il governo del paese sia in mano a chi vuole cambiarlo, a chi vuole cambiare tutto. Opporsi è necessario, ma non basta.

Questo movimento deve avere una prospettiva. Occorre indicare, promuovere, preparare e organizzare una via d’uscita dal marasma della crisi, della guerra e della miseria, favorevole alle masse popolari. Occorre un blocco politico e sociale che nega ogni legittimità al governo Meloni, organizza e mobilita i lavoratori e le masse popolari a sostituirlo con un governo che attua la Costituzione del 1948 e a questo fine le mobilita senza tregua fino alla vittoria.

Sembra difficile, ma in verità è molto semplice perché i lavoratori delusi e schifati dalla politica sindacale che ripongono le proprie energie e il proprio attivismo in altri ambiti sono tantissimi. Sono loro il collegamento con le tante mobilitazioni già in corso contro lo stesso nemico: il governo Meloni.

L’abbiamo già fatto con le manifestazioni combattive per lo sciopero del 3 ottobre e il principio di fondo è dare continuità ai metodi di lotta che a settembre e ottobre si sono dispiegati ovunque. Non vuol dire per forza “bloccare tutto”, vuol dire impedire che il bon ton sindacale diventi il becchino dei diritti e delle conquiste dei lavoratori e delle masse popolari!

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