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[Genova] 28 novembre, sciopero generale: voci dalla piazza

P.Carc Genova by P.Carc Genova
Dicembre 4, 2025
in P.Carc Genova
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Durante lo sciopero del 28 novembre abbiamo preso parte alla manifestazione organizzata da USB a Genova, contro la finanziaria di guerra e per cacciare il governo Meloni. Riteniamo che il percorso di lotta e il protagonismo delle grandi mobilitazioni del “blocchiamo tutto” di settembre e ottobre rappresentino un passo avanti significativo e determinante per la costruzione di un governo delle masse popolari: un governo di emergenza popolare, espressione delle organizzazioni operaie e popolari. Un governo di questo tipo è possibile, può e deve diventare realtà concreta.

Quello che serve è che si moltiplichino in tutto il paese organismi operai come il CALP di Genova e il collettivo di fabbrica dei lavoratori della ex GKN e che si coordinino con organismi popolari come Ultima Generazione ed Extinction Rebellion per rendere ingovernabile il paese a questo esecutivo e a qualsiasi altro governo delle Larghe Intese.

A Genova, come in tante altre città, è scesa in piazza con entusiasmo la parte più sana e combattiva del nostro paese che aspira a un cambiamento e ad essere il cambiamento.

Di seguito riportiamo le testimonianze di alcuni lavoratori e delegati sindacali intervistati a Genova nel corso della manifestazione.

Yuri, lavoratori agricolo piemontese
Per prima cosa ti chiedo di presentarti e di che azienda fai parte
Sono Iuri, bracciante agricolo. Produco vino in Piemonte
Perché sei qui oggi?
Sono qui per dire che noi, lavoratori, siamo il cuore pulsante di questo paese, anche se spesso siamo quelli che producono una ricchezza che non riescono a godersi. Siamo quelli che si svegliano all’alba, tornano a casa al buio e si spezzano la schiena ogni giorno per mandare avanti tutto. Siamo agricoltori, coloro che portano il cibo sulle tavole, e faccio parte di questa classe: la stessa classe di chi cucina, sposta, assembla e produce. Siamo noi che, nonostante tutto, permettiamo al paese di andare avanti, al netto delle parole vuote di Salvini, Meloni e altri. Abbiamo diritto alla dignità e non accettiamo salari così bassi. È ingiusto continuare a definirci un paese del G8, mentre molti di noi vivono in condizioni miserabili. In particolare, l’agricoltura è soffocata da problemi enormi, come il caporalato, una realtà talmente radicata che sembra impossibile da estirpare. Molti dei miei compagni sono trattati anche peggio, parte di un “esercito industriale di riserva” sfruttato senza pietà. Non possiamo tollerare che si spendano soldi per progetti faraonici come il ponte sullo stretto o per le armi, facendo arricchire i soliti capitalisti, mentre noi, che sosteniamo il paese con il nostro lavoro, dobbiamo accontentarci di salari da fame e vedere peggiorare le nostre condizioni invece di migliorare.
Negli ultimi mesi si sono svolte significative mobilitazioni dei lavoratori, tra cui gli scioperi del 19 e 22 settembre per la Global Sumud Flottilla, contro il genocidio in Palestina e, in senso più ampio, in opposizione alle politiche del governo Meloni e dell’UE-NATO. Quale bilancio si può trarre da queste iniziative? Inoltre, riguardo alla mancata organizzazione di uno sciopero unitario contro la finanziaria che riflessione fai?
Gli scioperi degli ultimi mesi, in particolare quello del 22 settembre, sono stati un segnale importante, soprattutto quando mi trovavo in Egitto dove ho partecipato alla Global March to Gaza.
In quella situazione di tensione, vedere le mobilitazioni e gli scioperi in Italia è stato qualcosa di significativo.
Per quanto riguarda lo sciopero di oggi e quello del 12 dicembre, mi infastidisce che non si sia riusciti a organizzarne uno unitario. D’altra parte, non essendo iscritto a nessun sindacato, preferisco non entrare troppo in queste dinamiche. Se non sono stati capaci di coordinarne uno, mi resta solo che accettare la situazione: sciopererò due giorni!
Tuttavia, c’è una questione che trovo inquietante: dello sciopero di oggi non si è parlato praticamente per niente, mentre
Landini è ovunque. Non nascondo le mie critiche verso tutti i sindacati confederali e preferisco non approfondire ulteriormente, ma il fatto che ci sia questo silenzio potrebbe indicare che in qualche modo siamo sulla strada giusta.
Molti dei motivi della nostra presenza riguardano la condotta di questo governo. Pensi che questa mobilitazione possa evolvere in un movimento esplicito per la cacciata del Governo Meloni? Se sì, cosa servirebbe fare?
In verità… non ne ho idea! La mia grande paura è che, come accaduto per il 22 settembre, tutto si riveli un semplice slancio d’animo per molte persone, un momento di attivismo: partecipo, faccio la mia parte e poi tutto finisce lì.
Questa è sempre stata la mia più grande preoccupazione. Qui da noi, dove non esistono né una vera sinistra né una socialdemocrazia, non abbiamo nulla. Forse l’unica soluzione sarebbe iniziare da qui, riunendo tutte queste falci e martelli che si vedono in giro in un unico simbolo, perché è di questo che abbiamo bisogno.
Ho militato per quattro anni in un’organizzazione marxista, il FGC e, per quanto assurdo possa sembrare, oggi uno dei problemi principali è che non riusciamo a superare le differenze tra di noi. Sono differenze reali, con un loro peso specifico, ma comunque superabili. Facciamo questo sforzo, perché l’unica alternativa deve venire da noi lavoratori. Solo dai lavoratori. Non c’è altra via.


Operatore ecologico di Savona
Sono un operatore ecologico e lavoro per un’azienda di Savona, la Service, una cooperativa che è fra le tre società che si occupano della raccolta rifiuti in città.
Il motivo per cui sono qui è abbastanza chiaro: la situazione attuale, sia dal punto di vista economico che politico, è disastrosa. I lavoratori stanno pagando il prezzo di cinquant’anni di scelte sbagliate, che hanno portato al progressivo smantellamento dei contratti collettivi nazionali e alla perdita dei diritti di cui un tempo godevano. Inoltre, subiamo anche le conseguenze indirette della guerra: pur non essendo sempre direttamente coinvolti nelle operazioni militari, ne risentiamo economicamente. Lo dimostrano i prezzi delle materie prime e dei prodotti finiti, che sono triplicati. In pratica, non possiamo più permetterci nemmeno la spesa quotidiana.
Gran parte di ciò che hai menzionato riguarda le azioni del governo Meloni. Ritieni che le ampie mobilitazioni degli ultimi mesi possano trasformarsi in un movimento capace di mettere fine al Governo Meloni? Quale valutazione fai?
Non penso che la responsabilità ricada su questo governo specifico, ritengo che sia un problema legato alla borghesia che, dal dopoguerra a oggi, ha sempre scelto governanti rappresentanti gli interessi di una classe diversa dalla nostra. Di
conseguenza, praticamente tutti i governi che si susseguono finiscono per incidere negativamente sul portafoglio dei lavoratori e sui loro diritti, arrivando persino a limitarne progressivamente la possibilità di protesta. Un esempio concreto è il decreto sicurezza e altre misure simili.
Basta pensare alle precettazioni per notare la situazione nel settore sanitario, dove il numero di lavoratori è così ridotto che, se ne manca anche solo uno, l’intero reparto entra in difficoltà.
Inoltre, facendo parte dei sindacati di base, siamo ancora oggettivamente una minoranza tra i lavoratori. E questo è un dato di fatto. Di conseguenza, il nostro impatto risulta ancora limitato.
Secondo te c’è una possibilità concreta di costruire una prospettiva unitaria per replicare ciò che è avvenuto il 3
ottobre? Qual è la tua opinione riguardo ai due scioperi generali e come pensi si possa superare questa situazione?

Credo che il percorso debba essere costruito nei luoghi di lavoro, perché è lì che si crea l’unità, affrontando insieme i vari temi con i lavoratori. Saranno poi loro a spingere le proprie rappresentanze verso modalità di lotta unitaria. Se non si riesce a raggiungere questa unità ai vertici, è importante trovarla proprio nei luoghi di lavoro. Da lì si parte, perché l’unità va costruita sulla realtà esistente, non può essere decisa a tavolino. E’ chiaro che senza questa coesione, rischiamo davvero di rimanere frammentati e di non riuscire a difendere efficacemente i nostri diritti.
Ci sono attualmente delle vertenze in corso sul tuo luogo di lavoro?
C’è stato di recente uno sciopero dei sindacati confederali per il rinnovo del contratto. La situazione è piuttosto complessa, soprattutto perché i contratti attuali contengono elementi che riteniamo poco sensati. Un esempio significativo riguarda i sottolivelli professionali, che a nostro avviso dovrebbero essere eliminati, ma purtroppo questo tema non viene affrontato dai sindacati confederali nelle trattative, il che rappresenta un limite.
Inoltre, va considerata la problematica degli accordi sindacali sulle rappresentanze, che finiscono per escludere chi porta
avanti posizioni diverse. Questo ostacola la possibilità di influire concretamente sulle richieste dei lavoratori, spesso scoraggiati dal chiedere o incapaci di esigere con determinazione ciò che realmente desiderano.


Eraldo Mattarocci, Cub Genova
Per prima cosa ti chiedo di presentarti
Sono Eraldo Mattarocci, Confederazione Unitaria di Base Genova
Quali sono gli obiettivi e le rivendicazioni che vi portano oggi in piazza?
Il problema risiede nel fatto che abbiamo il nemico tra noi, proprio dentro casa. Questa è una considerazione essenziale, specialmente a Genova, dove molte delle aziende più rilevanti, quelle che non sono in crisi, operano nel settore bellico, come Leonardo, Fincantieri, Piaggio e Oto Melara, situata nello spezzino, ma comunque parte di Leonardo.
Come potrebbe essere spiegato a un lavoratore il collegamento tra la lotta che conducete come CUB e quella del popolo palestinese?
Esiste un legame diretto tra la vendita di armamenti, la complicità nelle stragi dei palestinesi e il supporto ai nazisti ucraini: tutto gira intorno alla guerra. Se ci pensiamo i soldi investiti nel riarmo dell’Europa – una scelta condivisa anche dai sedicenti partiti di sinistra come PD e AVS, dal Movimento 5 Stelle – vengono sottratti allo stato sociale e ai lavoratori, colpendo anche settori cruciali come la contrattazione, dove il contratto dei metalmeccanici rappresenta uno dei peggiori, nonostante i sindacalisti cerchino di presentarlo come un successo. In realtà, si tratta di accordi al ribasso, in linea con tutti i contratti firmati negli ultimi vent’anni.


Luisa Magnone, Cub Sanità
Puoi presentarti?
Sono Luisa Magnone della CUB Sanità. Oggi siamo arrivate a Genova da Savona con un pullman. Nei collettivi savonesi, che comprendono associazioni e movimenti a cui apparteniamo, abbiamo deciso con convinzione di sostenere
questa manifestazione. A Savona, il 3 ottobre, eravamo in 5-6 mila persone, un numero considerevole per la città. Tuttavia, oggi era fondamentale essere qui, sia per esprimere il nostro appoggio a Francesca Albanese, che riteniamo importante sostenere e difendere, sia per riconoscere il lavoro dei portuali e dei sindacati di base, come USB qui a Genova. Riconosciamo pienamente il valore di questa iniziativa.
Crediamo che sia un momento difficile questo, perché il movimento è un po’ sceso, un po’ incantato da questa tregua che c’è stata a Gaza.
Pensi che il movimento si sia ritirato, quindi?
Sì, anche perché la CGIL ha ripreso i cordoni dei suoi, o sta cercando di riprenderli. Io sono convinta che questo non sia il momento di cambiare casacca o di mettere il cappello sulle iniziative. Sono proprio convinta che bisogna lavorare nel merito delle questioni e muoversi su obiettivi comuni. Sarà il movimento stesso, una volta raggiunta una massa critica, a decidere sotto quale bandiera unificarsi. E forse sarà una bandiera diversa da tutte quelle attualmente presenti in piazza.
Qual é il nesso tra la vostra lotta come sanitari e quella del popolo palestinese?
Alla base del sindacato c’è la solidarietà. Non possiamo immaginare di cambiare le cose se non siamo pronti ad aiutare chi, in questo momento, si trova in una situazione più difficile della nostra. Sono figlia di un operaio, classe 1930, e del movimento operaio. Mio padre mi ripeteva sempre: ricordati, Luisa, che se un lavoratore non è disposto a scioperare per
chi non ha i suoi stessi diritti e la sua stessa protezione, allora il sindacato non esiste. Oggi ritengo sia fondamentale lottare per sostenere il popolo palestinese, perché è impossibile ignorare ciò che sta accadendo laggiù e la complicità del
nostro sistema, sia a livello italiano che mondiale.
I movimenti internazionali che hanno preso posizione hanno fatto la differenza nel raggiungimento della tregua: per quanto limitata sia, rappresenta comunque una conquista importante del movimento. Difendendo i palestinesi impariamo anche a difendere noi stessi, ci riappropriamo del senso del sindacato e prendiamo coscienza del potere che abbiamo come cittadini e lavoratori.
In Liguria sta per arrivare la grande ASL (leggi il comunicato del Presidio del P.Carc di Genova), con l’accorpamento di
tutte le ASL in un’unica struttura. Si tratta di un accentramento di poteri, con un unico centro di costo, come dichiarato da Bucci, che concentrerà tutto il controllo sempre più lontano dai cittadini. Se fossimo capaci di organizzare una manifestazione come quella del 3 ottobre, potremmo fermare anche Bucci.
Hai menzionato la complicità del governo Meloni con i sionisti. Ritieni realizzabile l’obiettivo di usare i rapporti di forza costruiti in questi mesi per cambiare anche l’assetto governativo del paese, cacciando il governo Meloni e costruendo un’alternativa più vicina ai nostri interessi?
Credo fermamente che l’economia di guerra abbia influenzato tutti i governi, anche quelli precedenti al governo Meloni. Come sindacato, come CUB, ci opponiamo al capitalismo, all’imperialismo e all’economia di guerra. Sosterremo qualsiasi governo che promuova azioni contro il riarmo, per la Palestina e per i diritti dei lavoratori e ci opporremo a qualsiasi governo, incluso quello della Meloni, che chiaramente non persegua tali obiettivi.
Il problema è certamente il governo Meloni, ma il lavoro sporco che sta facendo potrebbe risultare utile ai governi futuri. Ad esempio, il primo decreto sicurezza di Salvini (governo Conte 1- ndr) non è stato eliminato o modificato dai governi successivi, anche quelli di sinistra, che anzi l’hanno utilizzato contro categorie come infermieri e operatori sanitari sospesi, tra cui anch’io.
Mi aspetto che il prossimo governo intervenga concretamente, eliminando questi decreti sicurezza; solo allora potrà contare sul nostro supporto. Altrimenti continueremo a combattere tutti i governi, indipendentemente dal loro orientamento politico, che perseguiranno politiche di guerra, repressione e capitalismo. È una lotta necessaria perché i lavoratori si trovano sempre più sotto pressione e in difficoltà.


Mario Paolo Sami, Vigile del fuoco
Puoi presentati e dirci di che azienda fai parte?
Sono Mario Paolo e sono vigile del fuoco e delegato USB di Genova.
Cosa ne pensi delle mobilitazioni degli ultimi mesi e della mancata data unitaria di questi ultimi scioperi?
Le mobilitazioni che si sono svolte da fine agosto a ottobre sono state di massa e hanno avuto un riscontro molto positivo. Grazie all’impegno dei sindacati di base, in particolare dell’USB, il movimento di lotta ha assunto una dimensione chiaramente orientata verso i lavoratori, trasformandosi in un’azione collettiva di lavoratori e lavoratrici. Questo è un segnale significativo, poiché è la classe lavoratrice a possedere la forza sociale e politica necessaria per opporsi alla guerra. Sull’onda di quel movimento, si è riusciti a concordare una data unitaria, quella del 3 ottobre, che ha visto la partecipazione di tutti i sindacati di base, insieme anche alla CGIL: quello è stato il momento culminante. Tuttavia, appena il movimento ha perso slancio per varie ragioni, anche comprensibili, la CGIL ha fatto un passo indietro. Oggi, quindi, non si è verificato uno sciopero collettivo come quello del 3 ottobre, ma uno sciopero dei soli sindacati di base, mentre la CGIL ha programmato uno sciopero tardivo per il 12 dicembre.
Un aspetto positivo è che sia nei sindacati di base sia nella CGIL molte persone hanno preso posizione contro la divisione degli scioperi. Sono stati lanciati diversi appelli.
Faccio parte dell’USB e ho partecipato a iniziative per sollecitare la dirigenza a sfidare quella della CGIL a convergere nello sciopero. Su questo punto, va detto che la dirigenza USB non ha accolto tale proposta, mentre CUB e Cobas hanno invitato la CGIL, che però si è rifiutata.
L’elemento importante è che oggi molti più lavoratori comprendono il valore della convergenza tra le organizzazioni sindacali e il ruolo centrale che rivestono all’interno del movimento sindacale. Si rendono conto che questa unità rappresenta una forza trainante capace di amplificare l’adesione alle ragioni dello sciopero. Più lo sciopero vede una partecipazione ampia, più le masse lavoratrici tendono a orientarsi verso rivendicazioni radicali e metodi di lotta propri dei sindacati più combattivi. Questo è un insegnamento importante emerso da quelle mobilitazioni. Inoltre, i lavoratori hanno iniziato a discutere anche del tema della guerra, sebbene su questo fronte rimanga ancora molto lavoro da fare.
Tra l’altro, molti dei motivi che ci portano qui oggi riguardano la questione del governo. Pensi, dunque, che queste mobilitazioni possano trasformarsi in una mobilitazione più ampia mirata alla cacciata del governo Meloni? Se sì, cosa sarebbe necessario fare?
Oggi lo sciopero è contro una finanziaria che favorisce il riarmo a scapito di salari e servizi sociali. Tuttavia, la mobilitazione è più debole rispetto a settembre, il che permette al governo di proseguire senza una resistenza sindacale capace di bloccare il paese. L’opposizione a questa finanziaria, purtroppo, non è ancora abbastanza forte.
Ci sono delle vertenze aperte sul tuo posto di lavoro?
Per quanto ci riguarda come Vigili del Fuoco, attualmente è in discussione una modifica dell’ordinamento che avrà un impatto sull’organizzazione delle carriere dei VdF e sul passaggio delle qualifiche di ruolo, rappresentando quindi una prima questione importante. Inoltre, ci sono vari altri provvedimenti che sembrano voler spingere verso una direzione di militarizzazione del corpo. Un altro tema cruciale è il contratto scaduto: è necessario aprire il tavolo contrattuale per affrontare la vertenza, dove, oltre alla questione salariale, emergono numerosi altri aspetti da risolvere.


Intervista coordinamento collettivi studenteschi antifascisti Genova
Ti chiediamo di presentarti, di dirci di che organizzazione fai parte e perché oggi siete qui.
Sono Davide e sono uno studente fuorisede a Genova. Io personalmente non faccio parte di nessun collettivo perché la mia università non ne ha uno, però stiamo provando a crearne uno anche lì.
Faccio parte invece del Coordinamento dei collettivi studenteschi e universitari che si è costituito di recente a Genova. I diversi collettivi che sono nati si sono uniti per creare un’unione dei collettivi antifascisti, di tutte le scuole di Genova. Oggi siamo qui in piazza come sempre, come da settembre, per lottare contro il genocidio del popolo palestinese, contro il riarmo e contro le politiche di questo governo.
Negli ultimi mesi si sono svolte significative mobilitazioni, dagli scioperi del 19 e 22 settembre fino a quello unitario del 3 ottobre, seguito dalla manifestazione del 4 ottobre. Quelle mobilitazioni sono state unitarie, mentre oggi non è successa la stessa cosa, non si è raggiunta l’unità, e ci saranno due scioperi generali, uno oggi e uno il 12 dicembre. Tu cosa ne pensi?
Secondo me dopo che c’è stata la cosiddetta “tregua” ci hanno un po’ diviso, hanno placato gli animi. Per questo non si è creata la stessa situazione. Però vedo che c’è tanta gente oggi ed è una bella situazione. Siamo sempre tanti e dobbiamo continuare a lottare, ad essere sempre di più e a portare altra gente in piazza anche se hanno provato a fermarci o proveranno a farlo.
Tutte le questioni che ci hanno portato in piazza oggi riguardano il governo Meloni, le sue politiche. Secondo te queste mobilizzazioni possono incanalarsi effettivamente contro il governo per farlo cadere?
Secondo me sì, però dovremmo fare come abbiamo fatto a settembre che eravamo milioni in piazza. Se facessimo così in tutta Italia, non dico una volta a settimana perché non è possibile, però comunque ogni volta che c’è una manifestazione del genere in ogni città saremo un milione in piazza, due milioni.. Se facessimo così potremmo. E non è impossibile perché io l’ho visto. Non ho così tanti anni, però dal poco che sono qui l’ho visto e ho finalmente la speranza che davvero possiamo cambiare qualcosa tutti insieme.
Voi qua sul territorio che lavoro fate nelle scuole proprio per costruire questa partecipazione?
Ogni collettivo ha il suo funzionamento. Di solito si fanno assemblee settimanali o mensili, a seconda di quanti sono nel collettivo, e poi si organizzano attività. Durante le occupazioni delle scuole ad esempio ci sono state un sacco di belle attività; dai corsi di fotografia, sport ai pranzi e le cene, dove ognuno portava qualcosa. Insomma ci sono tante attività belle.


Intervista a Non Una Di Meno Genova
Ti chiediamo di presentarti, di dirci di che organizzazione fai parte e perché oggi siete qui.
Noi siamo il gruppo Non una di meno Genova. Siamo qua come sempre consapevoli del fatto che guerra e patriarcato vanno assieme, che la stessa violenza che viene perpetrata sui corpi delle donne è quella stessa violenza che viene agita anche sui territori e in questo caso sul popolo palestinese. Quindi noi sappiamo bene che la lotta è trasversale, transfemminista, e che non c’è altro modo che boicottare, scendere alle piazze ed essere unite insieme a tutte le altre persone.

Negli ultimi mesi si sono svolte significative mobilitazioni, dagli scioperi del 19 e 22 settembre fino a quello unitario del 3 ottobre, seguito dalla manifestazione del 4 ottobre. Quelle mobilitazioni sono state unitarie, mentre oggi non è successa la stessa cosa, non si è raggiunta l’unità, e ci saranno due scioperi generali, uno oggi e uno il 12 dicembre. Tu cosa ne pensi?
Su questo do un parere personale. Io credo che le persone si stanchino a scendere in piazza e vedere che non cambia niente. Bisogna però battere sul punto: l’unico modo per cambiare le cose è fermare le strade, fermare le piazze e fare pressione sui nostri governi affinché venga agito un boicottaggio contro lo Stato d’Israele. Non c’è altro modo di fermare questo genocidio.
Dicevi che le persone dopo un po’ che si mobilitano e vedono che le cose non cambiano ,si stancano ma che le cose si cambiano bloccando, boicottando. Come accade per il boicottaggio dello Stato d’Israele, secondo te si può pensare di boicottare anche questo governo, di farlo cadere, di trovare un’alternativa che nasce da questo movimento?
Noi pensiamo di sì, altrimenti non scenderemo in piazza. È la nostra convinzione. Noi sogniamo e parliamo di un mondo diverso. È uscito proprio l’altro giorno un manifesto transfemminista con diverse firme che parla proprio di questo.


Intervista Diem25/Mera25
Ti chiediamo di presentarti, di dirci di che organizzazione fai parte e perché oggi siete qui.
Io sono Lorenzo e faccio parte di Diem25, un movimento transeuropeo che è stato creato tra gli altri da Yanis Varoufakis all’indomani della crisi greca. Come dicevo è un movimento transeuropeo, quindi stiamo cercando di portare avanti le stesse battaglie in modo comunitario, a livello europeo. Io faccio parte di Mera25 che è il partito italiano che porta avanti le battaglie di Diem25. Oggi siamo qua in piazza a sostegno dei portuali, dei sindacati di base, di tutti i lavoratori e le lavoratrici che vogliono dire no a questo stato di cose, ormai inaccettabile. Le istituzioni investono sulla guerra e tolgono risorse dove dovremmo invece metterle: nei servizi sociali e nel benessere della gente, non per uccidere persone in altre parti del mondo. Siamo qua anche per dire che vogliamo dire basta al supporto allo stato genocida di Israele, oramai fuori controllo. È evidente a tutti che quello in corso è un finto “cessate il fuoco” e che hanno invece continuato a bombardare come se niente fosse.
Stessa cosa stanno facendo in Libano, dove stanno scatenando una nuova guerra. Sono ormai una minaccia per l’equilibrio sia regionale sia globale. E come occidentali dobbiamo chiudere con il sostegno a questo Stato, dobbiamo porre fine alla nostra complicità con il genocidio.

Negli ultimi mesi si sono svolte significative mobilitazioni, dagli scioperi del 19 e 22 settembre fino a quello unitario del 3 ottobre, seguito dalla manifestazione del 4 ottobre. Quelle mobilitazioni sono state unitarie, mentre oggi non è successa la stessa cosa, non si è raggiunta l’unità. Tu cosa ne pensi? Che bilancio ne fai?

Purtroppo succede troppo spesso a sinistra che non riusciamo a marciare uniti. Abbiamo più o meno le stesse idee ma troviamo sempre il modo di dividerci su qualcosa e alla fine andiamo in piazza separati. Quindi alla fine perdiamo noi e vince la destra. Il bilancio che ne faccio è frustrante. Io sono in piazza e sono in piazza con chiunque vuole partecipare a questo processo, la porta è aperta. Dobbiamo veramente fare lo sforzo di metterci assieme perché sennò perdiamo tutti.

Tutte le questioni che ci hanno portato in piazza oggi riguardano il governo Meloni, le sue politiche. Secondo te queste mobilizzazioni possono incanalarsi effettivamente contro il governo per farlo cadere?
Certo. I governi di sicuro non cadono con una mobilizzazione, ma bisogna costruire un percorso e il percorso passa anche dalle piazze. Attraverso le proteste per la Palestina si è creato un movimento sociale e politico che può andare chiaramente aldilà della singola lotta. Perché la lotta per la Palestina non è soltanto per la Palestina, va al di là e chiaramente è anche una lotta contro il governo Meloni. Quindi siamo in piazza anche per quello.
Ed è parte di un processo più lungo, che passa per le piazze e per la vita di tutti i giorni. Quindi oggi siamo qua a portare avanti questa idea, questo progetto.

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