Le mobilitazioni che nei mesi scorsi hanno bloccato il paese contro il genocidio in Palestina e l’escalation bellica hanno messo all’angolo il governo Meloni. Hanno mostrato la sua complicità con i criminali sionisti, la sua natura guerrafondaia ma soprattutto hanno messo in luce la sua debolezza e l’incapacità di contenere la ribellione dei lavoratori e del resto delle masse popolari che si sono riversati nelle piazze, occupando stazioni, scuole e strade.
La risposta del governo è stata quella di intensificare la repressione, mettendo in atto nuovi strumenti resi disponibili grazie all’approvazione del DDL 1660, un provvedimento che, di fatto, è stato ignorato da lavoratori, attivisti e da tutti i gruppi delle masse popolari.
Possiamo ritorcere la repressione contro i suoi mandanti! Dipende da noi! Le 80 denunce arrivate a compagni e attivisti a Genova, fanno eco alle decine e centinaia di altre che stanno arrivando in tutta Italia, ai compagni che hanno fatto loro la parola d’ordine “Blocchiamo tutto”. Il tentativo di questo governo debole è quello di fermare la marea che cresce, incrinare l’unità tra le nostre fila, spaventare quanti si stanno avvicinando per la prima volta al movimento di protesta che monta, di fare pressioni su chi ha meno esperienza e può cedere di fronte ad altisonanti reati e processi.
La repressione non è una questione individuale ma collettiva. Riguarda tutti noi perché ad essere chiamata in causa è la nostra agibilità nella lotta contro la Terza Guerra Mondiale che è già in corso; nella lotta contro la guerra di sterminio che la classe dominante ci muove contro ogni giorno (omicidi sui posti di lavoro, disastri ambientali causati dall’incuria, malasanità, ecc.). Il governo Meloni tenta di imporre un regime repressivo “di guerra” per tenere il passo con l’economia bellica. Ma la repressione ha successo solo se chi la subisce si arrende, getta la spugna o soccombe. La repressione può essere spezzata se alziamo uniti lo scudo della solidarietà verso tutti i denunciati indipendentemente dalle motivazioni, dalle scelte politiche o pratiche, dalle organizzazioni che sono coinvolte, da ciò che ci unisce o ci distingue. La repressione può diventare un boomerang per i suoi mandanti se chi la subisce e la combatte ne fa un occasione di lotta, di unità e organizzazione se diventa occasione per passare all’attacco e denunciare il governo della guerra, dei servi degli USA e sionisti e della repressione. La repressione ci mette in modo compiuto davanti all’esigenza di costruire relazioni stabili, franche, solidali e convergenti.
Per dare continuità alla mobilitazione popolare è necessario rendere più stabile il rapporto tra le organizzazioni operaie e popolari, le reti, associazioni, ecc. La costruzione del Fronte è quindi la base essenziale per consolidare ed estendere i risultati del “Blocchiamo tutto” e per fare fronte alla repressione.
Ma questo non basta. Serve uno sbocco politico che si sostanzi anzitutto nell’obiettivo di cacciare il governo Meloni, impedire che al suo posto si insedi un altro governo delle Larghe Intese (del polo PD o tecnico) e darci l’obiettivo di imporre un governo di emergenza popolare che opera in nome e per conto degli organismi operai e popolari, dei movimenti, delle reti politiche e sociali, che risponde a essi anziché alle lobbies dei finanzieri e degli speculatori, dei trafficanti di armi e di esseri umani, dei guerrafondai e degli sciacalli che devastano l’ambiente, i territori e il paese.
Resistere e passare al contrattacco significa, fondamentalmente, lavorare sull’alternativa che serve al nostro paese.
Ribadiamo la nostra solidarietà e complicità con tutti gli indagati e denunciati per il blocco stradale del 22 settembre e rinnoviamo la nostra solidarietà ai compagni palestinesi sotto attacco qua a Genova su mandato del governo Israeliano.
Facciamo appello a tutte le forze politiche e sociali cittadine a prendere posizione contro l’ultimo atto repressivo.
Sosteniamo e rilanciamo la giornata del 6 febbraio: lo sciopero internazionale dei porti e le manifestazioni cittadine previste. Diamo seguito alla lotta contro la militarizzazione dei posti di lavoro, il traffico di armi e il peggioramento delle condizioni di vita delle classi popolari su effetto della crisi e dell’economia di guerra continuando a fare quello che la classe dominante non vuole che sia fatto. Questo è il modo migliore per rispondere alla repressione il cui obiettivo è neutralizzare la nostra agibilità.
P.CARC Genova



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