Come ogni 25 novembre degli ultimi anni, più ci si avvicina alla data, più la violenza di genere imperversa su media e trasmissioni. Per lo più confondendo le acque e intossicando l’opinione pubblica.
Anche quest’anno la narrazione della lotta trasversale – interclassista – di tutte le donne è tornata alla carica. Anzi, più dello scorso anno, nel tentativo di spengere un incendio pericoloso creato dalla crescente mobilitazione delle donne delle masse popolari e dalla loro convergenza con le iniziative, le manifestazioni e le lotte in corso nel paese.
Le manifestazioni organizzate da Non una di meno per il 22 e del 25 novembre di quest’anno hanno infatti messo al centro la lotta alla guerra, legata a doppio filo a quella della liberazione delle donne con lo slogan “Boicottiamo guerra e patriarcato”. Nelle dichiarazioni delle organizzatrici e nelle piazze sono risuonate la lotta al riarmo, alle politiche repressive, allo smantellamento della scuola, della sanità, di strutture e centri antiviolenza e la solidarietà alla resistenza dei popoli oppressi dall’imperialismo. Da quelle piazze è partito inoltre l’appello ad aderire allo sciopero del 28 novembre e alle manifestazioni del 29 novembre contro la finanziaria di guerra in solidarietà alla resistenza palestinese.
Così abbiamo visto da una parte ministri alla Roccella sminuire tutto il lavoro che viene fatto dalle donne delle masse popolari per emanciparsi dalla loro oppressione, a favore di politiche repressive e securitarie. Addirittura abbiamo sentito toni trionfalistici perché ne muoiono tutto sommato poche all’anno. Dall’altra la retorica del “volemose bene”, del “siamo tutte sulla stessa barca” e “marciamo tutte unite” che è tornata alla carica in primis con l’asse Meloni-Schlein, poi nelle piazze con truppe cammellate di attrici e artisti che hanno promosso l’unione di tutte le donne, cercando di incanalare la rabbia montante su binari morti. Di promuovere insomma un’alleanza tra carnefici e vittime verso l’obiettivo di un’educazione sessuo-affettiva. La loro educazione sessuo-affettiva, interclassista e reazionaria.
Quello che invece ha riempito le piazze del 22 e del 25 novembre è stata la determinazione e la costanza di chi ogni giorno lotta nel proprio posto di lavoro, nella propria scuola, nel proprio quartiere e nella propria casa. Di chi ogni giorno costruisce l’emancipazione delle donne delle masse popolari. E non ha niente da spartire con le politiche di guerra del governo Meloni o con quelle portate avanti contro le donne da decenni.
Serve un’educazione nuova. Ma quale?
Quella che serve è un’educazione di classe. Che nasce dall’organizzazione e dal lavoro costante per trovare soluzioni all’oppressione. Dalla costruzione di reti e organismi che possono farle vivere dal basso nei posti di lavoro, nei consultori, negli ospedali, nei centri anti violenza, nelle scuole e nei quartieri. Un’educazione figlia dalle donne delle masse popolari, della loro lotta per costruire una società diversa e capace di educare, con tutti gli strumenti necessari, anche gli uomini delle masse popolari, compagni di questa lotta. Questa è l’educazione che le donne possono far vivere in ogni ambito sociale e che va portata anche nelle scuole e tradotta anche nell’educazione sessuo-affettiva. Che le studentesse organizzate in collettivi possono portarci, che le insegnanti coordinate tra di sé e con le studentesse possono imporre dentro le scuole e nei consigli d’istituto. Giusto quindi che esponenti come la sindaca di Genova Salis promuovano l’educazione sesso-affettiva nelle scuole, ma deve essere data in mano a chi quotidianamente costruisce la liberazione della donna dall’oppressione con Centri antiviolenza, centri aggregativi, comitati, coordinamenti e organizzazioni di donne.
Il 22 novembre la manifestazione di Roma, con le donne vittime di violenza in testa a 70mila persone, ha messo al centro dell’agenda politica il rifiuto della guerra e di tutte le politiche a questa correlate. Dal riarmo alle misure repressive, fino allo smantellamento di servizi. Ha messo al centro la solidarietà alla resistenza Palestinese tirando un filo rosso tra la lotta all’imperialismo e quella al patriarcato.
Il 25 novembre, in ogni città in cui è presente un nodo di Non una di meno o di organizzazioni affini si sono tenute manifestazioni o presidi. A Bologna rinnovando la convergenza con la lotta del popolo palestinese, con la presenza dei Giovani Palestinesi, e quella con la classe operaia, con la presenza di uno spezzone Fiom. A Torino e Milano riversando le pratiche e le esperienze delle mobilitazioni in solidarietà alla Flotilla, con l’obiettivo di bloccare tutto ancora una volta.
A Torino infatti la manifestazione ha bloccato la metropolitana e a Milano il corteo si è diretto non verso il centro della città, ma ha attraversato i viali di circonvallazione per bloccarli.
A Milano uno dei cortei più numerosi del resto del paese, con la presenza di circa 10mila persone a detta delle organizzatrici. Nel corteo milanese sono vissuti con azioni e interventi la lotta per la difesa della sanità pubblica, ormai ridotta all’osso nella regione, la difesa delle scuole e dell’educazione che serve, il rifiuto di repressione e politiche securitarie e la solidarietà alla Palestina in lotta. Il corteo si è chiuso scagliandosi in particolare contro le speculazioni edilizie, legate anche alle olimpiadi invernali del 2026, trattando dell’emergenza abitativa e del legame che questa ha con l’oppressione delle donne, impossibilitate a lasciare chi le picchia e le uccide perché non possono permettersi un appartamento! Si è chiuso quindi con l’apertura e l’occupazione di uno degli ennesimi cantieri legati alla speculazione edilizia per ribadire che quella non è la Milano delle donne delle masse popolari e che è nella lotta che la loro Milano si afferma.
Una marea quella delle donne delle masse popolari che deve inondare anche i prossimi scioperi, le prossime manifestazioni e farsi inarrestabile!






