Abbiamo ragionato con Serafino Biondo della situazione alla Fincantieri di Palermo, ma il discorso si è allargato alla riflessione sul bilancio e sulle prospettive di sviluppo delle mobilitazioni di settembre e ottobre, passando dalle “minacce” di produzione bellica nei cantieri palermitani.
Ringraziamo il compagno per la disponibilità e, per chi può partecipare, segnaliamo che il ragionamento e il confronto continuano il 30 novembre (alle 10 presso Zonaut in via Lancia) all’iniziativa promossa dai compagni di Palermo del P.Carc (locandina in calce al testo).
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Ci descrivi la realtà della Fincantieri: quanti operai siete di Fincantieri? Quanti operai di altre aziende che lavorano lì? Cosa producete?
La Fincantieri, nel cantiere navale di Palermo, ad oggi conta poco più di 500 dipendenti diretti, di cui circa 300 sono operai. All’interno dello stabilimento sono poi presenti diverse aziende dell’indotto che, in media, occupano circa 900 addetti, con picchi che arrivano anche a 1500 nei momenti di produzione più intensiva.
Il cantiere navale di Palermo è impegnato nella costruzione, nella riparazione e nella trasformazione navale, in particolare di traghetti. Negli ultimi anni il cantiere ha operato anche come supporto per altri stabilimenti Fincantieri, nella costruzione di tronconi o sezioni per navi, per lo più da crociera.
L’ultima costruzione che abbiamo effettuato – che tra l’altro è ancora in fase di ultimazione – è stata un traghetto che servirà a collegare le isole minori siciliane alla Sicilia.
Dentro lo stabilimento, allo stato attuale, sono presenti 4 organizzazioni sindacali. La più grande è la FIOM, alla quale sono iscritto da sempre e della quale sono dirigente, oltre che RSU di fabbrica, e che conta tra i diretti circa 250 iscritti. Le altre organizzazioni sindacali sono la UILM, la FIM e, infine, è presente anche l’UGL Metalmeccanici.
La nostra organizzazione ha un modello che prevede l’assemblea degli iscritti, che tendenzialmente si riunisce una volta al mese. Da questa assemblea viene eletto un comitato degli iscritti, un organismo esecutivo che si fa carico dell’organizzazione effettiva delle questioni sindacali dentro la fabbrica.
Ovviamente il cardine delle attività ruota poi intorno alle RSU, che vengono elette ogni 3 anni e di cui io, per la FIOM, sono il coordinatore.
Altre forme di aggregazione operaia si sviluppano attorno al dopolavoro aziendale, con l’organizzazione di attività ludiche, culturali e sportive.
Le dichiarazioni dell’amministratore delegato, Folgiero, in merito all’aumento della produzione militare a Palermo erano chiare. Hai riscontrato, nella pratica, conseguenze immediate? Dopo il varo del traghetto del mese scorso, si vocifera in fabbrica della produzione di componentistica militare?
Allo stato attuale, quelle sono rimaste dichiarazioni a mezzo stampa che non hanno avuto riscontri effettivi. Tant’è che noi, al momento, siamo impegnati nell’allestimento del traghetto di cui parlavo poco fa e in attività di supporto per altri stabilimenti Fincantieri, comunque impegnati nella costruzione di naviglio del settore crocieristico.
Tra l’altro, l’azienda, nel previsto incontro informativo sul piano industriale, non ha parlato di costruzioni militari per lo stabilimento di Palermo, fermo restando che chiaramente tutto può essere modificato. La scelta delle attività, infatti, non la fanno né i lavoratori né il sindacato, ma l’azienda.
Comunque, allo stato attuale, non siamo impegnati in attività di costruzione militare.
Quali sono le principali difficoltà che riscontri nel tuo lavoro come RSU? Dopo i grandi scioperi in solidarietà al popolo palestinese e contro il governo Meloni, complice del genocidio, gli operai sono più disposti a partecipare alle assemblee, agli scioperi e alle mobilitazioni? Cosa si potrebbe fare per renderli più partecipi nel luogo di lavoro e alle mobilitazioni?
Le difficoltà nell’attività di RSU sono molteplici. Innanzitutto va considerato che ti scontri con un gigante – Fincantieri – che ha più strumenti, più disponibilità, più risorse rispetto a quelle che può avere una semplice RSU.
La nostra forza sta nell’essere un’organizzazione che riesce a costruire, tramite la mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori, rapporti di forza a proprio favore. Senza questo, anche se hai degli strumenti “di legge” che possono supportare l’attività, contro un colosso come Fincantieri funzionano fino a un certo punto.
Nello stabilimento in cui lavoro, in particolare, le questioni più spinose sono legate alla catena degli appalti e quindi all’indotto, dove la sindacalizzazione è minore e aumentano i livelli di sfruttamento. Le condizioni di lavoro peggiorano, soprattutto dal punto di vista della sicurezza, proprio perché i lavoratori purtroppo non sono quasi mai organizzati in alcuna forma, tantomeno in quella sindacale, e quindi l’intervento è molto, molto difficoltoso. Ci si scontra con mille difficoltà, in primis la paura delle ritorsioni dei padroni, il cosiddetto ricatto occupazionale.
Rispetto alla questione degli scioperi, delle mobilitazioni e della disponibilità della classe lavoratrice, io penso questo: noi, in fabbrica, abbiamo vissuto un ciclo di lotte importanti che si è sviluppato a partire dal 2009 fino al 2014, che ha visto una partecipazione praticamente totale dei lavoratori dello stabilimento, sia diretti che indiretti.
Bisogna però considerare che lì la questione era il rischio di chiusura del cantiere e di licenziamenti: questo ha fatto sì che la mobilitazione coinvolgesse tutti o quasi, sia in termini di adesione alle iniziative di lotta, sia in termini di partecipazione materiale nelle piazze, nei blocchi, nei presidi.
Sulla questione degli ultimi scioperi generali, penso che, dato il livello di coscienza attuale della classe – e credo sia una situazione molto generalizzata – non ci troviamo di fronte a una forza organizzata in grado di costruire livelli di partecipazione a momenti di lotta generale, o ancora meno, ad una manifesta volontà a disponibilità diffuse di mobilitazione.
Noi, come RSU, abbiamo aderito sia allo sciopero proclamato dalle organizzazioni sindacali di base sia a quello enorme, oceanico, che ha visto la partecipazione e la proclamazione da parte di tutto il sindacalismo, dalla CGIL fino al sindacalismo di base.
Abbiamo partecipato a entrambe le mobilitazioni. C’è stata un’adesione dignitosa, ma non sono i numeri che di solito abbiamo quando si proclamano scioperi su temi più “vicini” ai lavoratori. Faccio un esempio: gli scioperi per il rinnovo del contratto collettivo nazionale, in termini di adesione operaia, non sono mai scesi sotto l’80%. Nel caso delle mobilitazioni a sostegno del popolo palestinese parliamo di percentuali di adesione che erano circa la metà, e di una partecipazione in piazza ancora minore. Questo è un grande problema: evidentemente c’è qualcosa che non funziona nella generalizzazione dei problemi politici e nella partecipazione del soggetto operaio, allo stato attuale, a queste mobilitazioni.
Lo stesso limite si riscontra anche in occasione degli scioperi generali più strettamente sindacali: c’è una partecipazione minore rispetto a quella che si registra in occasione dei rinnovi contrattuali o, ancora di più, delle vertenze di fabbrica, dove le adesioni sono spesso totali.
Rispetto a come si potrebbe costruire più partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori – cosa secondo me necessaria per cambiare le sorti e la direzione di questo paese – io non credo che senza la partecipazione attiva alle mobilitazioni delle lavoratrici e dei lavoratori, che sono la maggioranza delle persone nel paese, sia possibile cambiare davvero qualcosa. Di questo sono fermamente convinto.
Prova ne è che, più è venuta meno la partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori ai movimenti di lotta del paese, più il paese ha preso una piega reazionaria, di perdita di diritti in generale. Oggi viviamo anche livelli di repressione e di restrizione delle libertà che aumentano sempre di più.
Fanno eccezione alcuni movimenti più specifici: penso al movimento transfemminista, che riesce a mobilitare grandi piazze con una certa costanza, e, per alcuni periodi, al movimento ecologista.
È evidente l’eccezione rappresentata dalla mobilitazione messa in piedi dal collettivo di fabbrica ex GKN, che ha costruito attorno a sé una convergenza importante.
Non mi sembra però di rivedere dinamiche di massa diffuse, tranne queste che ho citato e quelle degli ultimi mesi in occasione, ad esempio, dell’appello lanciato dalla Global South Flotilla, che ha portato in piazza numeri che non si vedevano da più di vent’anni in questo paese. Bisogna però vedere se quel movimento riuscirà a durare negli anni, nei termini, nei modi e nei numeri che si è dato.
Questo per dire che non c’è alcuna ricetta o formula magica che automaticamente aumenti la partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori alla mobilitazione. È chiaro che è un problema e, come dicevo, ci sono sicuramente delle responsabilità a partire dalle organizzazioni sindacali.
Il movimento sindacale in Italia, per quanto rimanga il più numeroso in termini di iscritti, sconta da un lato la presenza di grandi organizzazioni come CISL e UIL, che rappresentano milioni di lavoratori e lavoratrici nel paese e che hanno posizioni che conosciamo bene – penso soprattutto alla CISL, totalmente consegnata nelle mani del governo – e dall’altro le gravi responsabilità della CGIL nella sua politica concertativa, portata avanti a partire dalla grande sconfitta degli anni ’80 alla FIAT e poi per tutti gli anni ’90.
Allo stesso modo pesa il settarismo e la conflittualità “di bottega” tra piccole organizzazioni sindacali, mi riferisco alle organizzazioni di base che, per quanto riguarda il modello sindacale che hanno portato avanti, mi sembra abbiano ampiamente fallito rispetto all’obiettivo di massificazione e di rappresentare davvero il conflitto nel mondo del lavoro.
Se si deve guardare a un esempio, andrebbe approfondita molto l’esperienza del collettivo di fabbrica ex GKN, che è riuscito negli anni a costruire un livello partecipativo e di coinvolgimento dei lavoratori che travalica le questioni prettamente di fabbrica, mettendo in campo un’idea di società diversa che evidentemente ha parlato anche ad altri soggetti.
Recentemente sei stato a Roma per le trattative del CCNL dei metalmeccanici. Dopo l’occupazione della tangenziale di Bologna da parte di 20.000 operai lo scorso 20 giugno sembrava che le trattative con Confindustria fossero ripartite, ma al momento sembra esserci un altro momento di stallo. Secondo te, è necessaria un’altra azione di questo tipo per incentivare le trattative a favore dei lavoratori? Oppure, quali sarebbero altre forme di lotta da poter utilizzare per rilanciare la mobilitazione e avere un migliore CCNL?
In realtà, come sapete, l’intesa sul rinnovo del contratto dei metalmeccanici si è chiusa sabato. Ora l’ipotesi di accordo verrà illustrata e sottoposta a referendum alla platea delle lavoratrici e dei lavoratori. Dopodiché, se verrà approvata, sarà sottoscritta in forma definitiva e diventerà il contratto vigente. Quindi la domanda è un po’ superata. Volendo comunque rispondere: è chiaro che le 40 ore di sciopero, soprattutto con l’ultima tornata di 8 ore che ha visto in particolar modo l’occupazione della tangenziale di Bologna da parte di 20.000 operai – ma ci sono state anche altre iniziative importanti di blocchi stradali in giro per l’Italia, mi viene in mente quella organizzata dalla FIOM di Genova – hanno sbloccato la trattativa, su impulso del governo, evidentemente preoccupato della possibilità di apertura di un altro fronte di lotta che vedeva protagonisti gli operai metalmeccanici del paese.
Questo ha dato un’accelerazione alla chiusura della trattativa con un’intesa che, tra luci e ombre, si è conclusa sabato.
L’unità che c’è stata tra CGIL e USB per l’organizzazione dello sciopero del 3 ottobre è stata un’azione storica che ha portato circa 2 milioni di persone in piazza in tutta Italia, tra le altre cose; da come hai scritto tu stesso in vari comunicati, sei a favore della collaborazione tra sindacati. Secondo te, perché è importante promuovere l’unità sindacale? Come possiamo spingere la CGIL a farsi anch’essa promotrice dello sciopero generale del 28 novembre indetto da CUB e USB e, viceversa, invitare USB a partecipare allo sciopero generale del 12 dicembre della CGIL?
Indubbiamente lo sciopero generale del 3 ottobre, che ha visto la convergenza su un’unica data della CGIL e del sindacalismo di base – in particolare l’USB, ma non solo – ha prodotto piazze enormi.
Con almeno un paio di mesi di riflessione alle spalle rispetto a quelle giornate, però, francamente non credo che la presenza in piazza di tutta quella gente, soprattutto giovani e giovanissimi, sia stata semplicemente frutto della convergenza su un’unica data dello sciopero generale.
Mi spiego: è chiaro che convergere su un’unica data aumenta la partecipazione, è quasi banale dirlo. Ma quei numeri hanno sicuramente superato le capacità attuali di mobilitazione di tutte le organizzazioni sindacali che hanno proclamato lo sciopero, e direi anche di tutti i soggetti politici e di movimento che oggi hanno una qualche capacità di chiamata.
Detto questo, un’unità di intenti – o meglio, di azione – può sicuramente migliorare sia la presenza in piazza sia, probabilmente, i livelli di crescita di coscienza e di partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori, quantomeno di chi ha un’idea di mondo che non coincide con le traiettorie dell’iniziativa governativa e di quella delle forze capitaliste.
Allo stato attuale, però, non mi sembra ci siano le condizioni minime per l’avvio di un percorso stabile di questo tipo, da una parte e dall’altra. Secondo me, l’iniziativa dovrebbe basarsi non tanto – o non solo – su chi promuove formalmente una mobilitazione, ma sulla “giustezza” del tema e degli obiettivi che si pongono. Cioè: non ci si dovrebbe limitare ad aderire in base al “cartello” che convoca l’iniziativa, ma in base al merito delle rivendicazioni, dentro una cornice valoriale condivisa.
Noi, come RSU, tendiamo a muoverci così. Sappiamo di essere dentro un’organizzazione, sappiamo come funziona stare dentro un’organizzazione grande come la CGIL, ma negli anni abbiamo dato prova di come sia possibile convergere anche su questioni non direttamente organizzate o lanciate dalla CGIL o dalla FIOM, assumendoci a volte l’onere di discussioni interne complicate.
Questo, secondo me, dovrebbe essere lo spirito, e invece manca, da un lato e dall’altro, per motivi “di bottega” e per una sorta di malattia del movimento sindacale: la tendenza a porsi in una logica di autosufficienza o di settarismo.
Le mobilitazioni di settembre e ottobre hanno visto in prima linea studenti e lavoratori lottare insieme nelle piazze. Entrambi stanno rendendo sempre più ingovernabile il paese: gli studenti sono stati la parte più consistente perché più sensibili, più disponibili a ribellarsi, mentre la classe operaia ha avuto un ruolo decisivo nella mobilitazione, visto che sono loro a bloccare la produzione e il traffico di armi, ma sono ancora in pochi ad attivarsi perché è ancora sedimentata la sfiducia, c’è la paura del ricatto padronale e della repressione aziendale. Tuttavia, per realizzare le aspirazioni di pace e di un ordinamento sociale superiore, gli studenti devono coinvolgere e legarsi ai lavoratori per spingerli a mobilitarsi in massa. Serafino, verso l’iniziativa del 30 novembre che faremo proprio su questo tema, vuoi lanciare un appello pubblico agli studenti che, oltre alle lotte nelle loro scuole, vogliono coordinarsi con i lavoratori?
Quello che dicevo poco fa riguarda proprio la necessità di ricostruire una mobilitazione vera e di massa delle lavoratrici e dei lavoratori di questo paese, perché in assenza di questo è veramente complicato – se non impossibile – rovesciare le sorti dell’ordinamento sociale attualmente in piedi, o anche solo migliorarlo.
Allo stesso modo, senza l’esuberanza e il ribellismo che sono innati nelle giovani generazioni, sarebbe difficile immaginare un cambiamento profondo. Possiamo ripensare a quanto il nostro paese ha prodotto negli anni ’60 e ’70 su questo tema, sulla famosa unità tra operai e studenti.
Quella è un’altra componente necessaria, sia per il numero sia per la disponibilità al conflitto, sia in termini di ricambio, crescita e ampliamento di soggettività politiche. È quindi necessario che ci sia un legame forte tra studenti e lavoratori.
Non me la sento di “lanciare un appello” in senso retorico, ma sicuramente, laddove ci sono nuclei di giovani, studenti e studentesse che sentono la necessità di organizzarsi e di partecipare a iniziative di mobilitazione – anche iniziative che sembrano solo “di lavoratori” – la loro presenza e la loro capacità di resistenza e di proposta sono assolutamente auspicabili. È fondamentale che crescano sempre di più e che riescano a manifestarsi nuovamente in questo paese.
Ormai siamo lontani dagli anni dell’Onda, che pure, nel disastro e nella ritirata generale successiva, ha prodotto un livello di militanza – compagne e compagni – che in questi anni difficili hanno portato avanti il fardello. Senza quella mobilitazione e senza ciò che ha sedimentato in termini di soggetti e soggettività, probabilmente oggi non staremmo parlando di una auspicabile nuova stagione di conflitto, e forse gli stessi conflitti e le stesse mobilitazioni che ho citato prima non si sarebbero dati.







