Il 24 novembre, l’imam Mohamed Shahin della moschea di San Salvario è stato prelevato in casa dalla polizia. Dapprima trasferito al CPR cittadino di Corso Brunelleschi e poi in quello di Caltanissetta, Shahin è sottoposto a un mandato di espulsione emanato dal ministro Piantedosi. Il tutto su richiesta della deputata torinese di Fratelli d’Italia Montaruli. Gente questa che non è neppure più lontana “Cugini d’Italia” ma sempre più sfacciatamente (non che fosse una novità…) “Fratelli d’Israele” visto quanto servi e agenti sionisti sono. A riprova del vero volto della Magistratura e di come la legge borghese si applica in base alla classe e agli interessi politici, la convalida del rimpatrio da parte del Tribunale è in aperta violazione con la giurisprudenza stessa. Shahin infatti è sottoposto a una domanda di asilo che – per legge! – sospende ogni espulsione fino alla decisione della Commissione. Se ne deduce che il sequestro di Shahin è politico e intimidatorio, indirizzato all’intero movimento solidale con la Palestina e come tale dobbiamo affrontarlo. L’aggravante è che Shahin, da oltre vent’anni in Italia, è egiziano e dichiarato oppositore politico da Al-Sisi: deportarlo in Egitto equivale a una sicura condanna alla prigionia e alla tortura se non a una vera e propria condanna a morte.
Il perché? Shahin è “colpevole” di, come tutte e tutti noi, aver attraversato con determinazione e unità le nostre piazze e strade a fianco del popolo palestinese in lotta contro occupazione e genocidio sionisti, rivendicando la legittimità della sua Resistenza e la controffensiva palestinese del 7 ottobre 2023. Pertanto, una figura questa che andava colpita stante il suo ruolo nella comunità musulmana e ai ponti costruiti con il largo movimento solidale cittadino, come Torino per Gaza di cui ne è sempre stato un protagonista. Ciò ha messo paura nel nemico, portandolo ad imbastire un’operazione di polizia sporca che ben si inquadra nel clima securitario, persecutorio e repressivo del governo Meloni e in quello cittadino con misure cautelari e manganelli.
Non è un caso isolato. Le accuse di “terrorismo” ai tre partigiani palestinesi Anan, Alì e Mansour (con Anan ancora nelle “patrie galere”) e il foglio di via da Milano a Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia (API), sono una conferma. Infatti, l’attacco a Shahif rientra nei tentativi di limitare la libertà di parola e della lotta al dissenso che questo governo, come d’altronde l’insieme delle Larghe Intese, porta avanti. La nostra miglior difesa è praticarli questi diritti!
Tutto ciò mostra sempre più con evidenza quanto in realtà il nemico, per quanto faccia male, non è forte, bensì sempre più debole e in difficoltà crescente. Più è costretto a ricorrere a provvedimenti liberticidi e a operazioni repressive di livello più significa che sente il terreno sotto i piedi venirgli meno. È quindi ancora di più importante indirizzare la nostra azione nel cacciare il governo Meloni e sostituirlo con uno d’emergenza che faccia gli interessi delle masse popolari organizzate. Facciamo della campagna per la liberazione di Mohamed Shahif un’ulteriore tappa convergente per cacciare l’accozzaglia al governo!
E lo dimostrano anche le modalità con cui Shahin è stato sequestrato. Contrariamente alla prassi a cui siamo abituati, l’operazione è avvenuta nell’ombra: non c’è stata la contemporanea fanfara mediatica del “sbatti il mostro in prima pagina” con le veline della Questura o gli starnazzi di Fratelli d’Italia e Lega a fare da sfondo. Evidentemente si temeva la risposta della città e anche da qui la necessità – oltre che come ulteriore punizione per allontanarlo da famiglia e comunità – di inviarlo a Caltanissetta nel silenzio. Bene quindi la risposta di Torino per Gaza insieme alla comunità delle moschee con la conferenza stampa del 25 novembre: ad attacchi del genere si risponde pubblicamente togliendo spazio di manovra al nemico che ha buon gioco a manovrare nell’ombra. A repressione e persecuzione si risponde sempre con una lotta attiva e la costruzione di un ampio fronte di solidarietà così da rispedire l’attacco al mittente. Ogni attacco del nemico può essergli rivoltato contro e diventare ambito di rafforzamento e allargamento del movimento di resistenza delle masse popolari. I tanti messaggi di solidarietà che hanno attraversato il corteo contro la violenza di genere promosso da Non una di meno la sera del 25 novembre stesso sono la giusta e plastica dimostrazione di ciò. Un incubo per razzisti e professionisti del fango: “femministe” che chiedono a gran voce la liberazione di un imam…
È una questione di campo nella lotta di classe in corso e Shahin ha dimostrato più e più volte da che parte sta. Un compagno di lotta che dobbiamo liberare facendo del suo caso una questione di ordine pubblico in ogni città, approfittando anche dello sciopero generale del 28 novembre. Questa la nostra forza che dobbiamo continuare a sprigionare con sempre maggiore organizzazione e coordinamento dai posti di lavoro fino alle città!
Non facciamoci legare le mani: è legittimo fare e dire tutto ciò che va negli interessi delle masse popolari anche se è illegale! Non abbiamo che le nostre catene da perdere, con scienza e determinazione avanziamo nella nostra (nuova) lotta di liberazione nazionale!
Siamo e saremo al fianco di Shahin: invitiamo tutte e tutti a rimanere aggiornati sulle prossime mobilitazioni locali e nazionali tramite l’account Instagram free.mohamed.shahin e torino.per.gaza.
Si può anche firmare la petizione online Fermiamo l’espulsione di un uomo innocente: no alla consegna di Shahin al regime egiziano.
Abbattere i CPR!
Viva la Resistenza palestinese!
Se toccano uno, toccano tutti: libertà per Mohamed Shahin!
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