Nelle ultime settimane si sono susseguite notizie di uccisioni, sevizie e torture contro donne delle masse popolari. L’uccisone di Jessica a Castelnuovo del Garda e di Pamela e Luciana a Milano per mano dei loro ex compagni e mariti; la notizia delle torture durate un mese verso una ragazza che aveva risposto all’annuncio per una badante; la donna ritrovata colpita quasi a morte abbandonata in un furgone in provincia di Firenze.
Sono solo alcune delle notizie di cronaca che fanno rabbrividire ma che danno lo spaccato della società in cui viviamo. Emblematiche le parole del sindaco di Milano – capitale dei femminicidi in Italia secondo l’osservatorio di Non una di meno – Beppe Sala secondo cui “i veri colpevoli sono gli uomini”. Una frase a effetto dietro cui nascondere il fallimento di un intero sistema sociale e di governo. Un sistema per le donne delle masse popolari fondato sull’oppressione di classe e di genere. Un sistema barbaro travolto dalla sua stessa crisi generale e dalla terza guerra mondiale che avanza. Che sedimenta abbrutimento, distruzione e morte da tutti i pori. Un sistema di cui Sala, Schlein, Meloni o Piantedosi sono le facce politiche, i veri responsabili e mandanti a cui chiedere conto.
Ma come fare? Come trasformare la rabbia in forza capace di ribaltare il sistema? Partiamo da un punto: solo le donne delle masse popolari possono salvare le donne delle masse popolari. Partire nei quartieri, nelle scuole, nei posti di lavoro, attivarsi e organizzarsi insieme è il primo passo per difendersi dalla violenza e dall’oppressione di genere. Questo vuol dire creare reti di conoscenza e contatto nei quartieri, per non lasciare nessuna isolata, fino a creare spazi sociali, educativi, sanitari e di organizzazione nei quartieri. Gli esempi da replicare e da cui partire ci sono.
A Roma ad esempio, la Rete contro la chiusura dei consultori sta da anni impedendo la chiusura dei consultori, spazi sicuri, di prevenzione per malattie femminili ed educativi; ne sta difendendo la natura pubblica e attuando una loro gestione collettiva dal basso organizzando in ogni consultorio assemblee di gestione costituite da donne utenti e lavoratrici (avvalendosi di articoli della legge 405 del 1975 che istituiva i consultori). Stanno creando e mantenendo spazi di educazione, prevenzione e formazione affettiva reale, anche per giovani e giovanissime e facendo pressioni affinché vengano banditi concorsi in cui gli obiettori siano esclusi.
Ancora nella capitale ci sono esperienze come quella di Lucha y Siesta, che ha costruito un centro antiviolenza e uno spazio di accoglienza per le donne che vogliono liberarsene, con progetti e sostegno.
C’è poi il lavoro delle Donne de borgata per coinvolgere e organizzare donne e bambini, quindi anche le famiglie, nella solidarietà alla Palestina, nella lotta contro la guerra e l’economia di guerra che le colpisce e nella costruzione di una nuova società.
In diverse città Non Una di Meno lavora per la difesa dei consultori, dei centri anti violenza, degli spazi di organizzazione per le donne e in alcune città ha prodotto materiali e percorsi di educazione da portare nelle scuole con lezioni autogestite, anche sfruttando le ore messe a disposizione da Valditara (un bel modo per rivoltargli contro la misura!).
Questi sono solo alcuni esempi di realtà che devono crescere e rafforzarsi nei quartieri, nelle scuole, nei posti di lavoro per dilagare e radicarsi ovunque. Queste sono le misure urgenti che tante realtà già mettono in atto e che rappresentano un programma di governo dei territori, che va esteso e sistematizzato al paese intero. Che va tradotto in programma di governo.
Dipende da noi, dalle donne delle masse popolari e dalle compagne. Queste misure non le attueranno certo Salvini, Nordio, Valditara, Meloni o Gasparri, come non saranno la Schlein, il campo largo e i loro amministratori locali. Perché per quanto cerchino di nascondere le proprie responsabilità scaricandola genericamente “sugli uomini” delle masse popolari, sono loro i responsabili ultimi di violenza, discriminazioni, abbrutimento e degrado.
Le insegnanti, le sanitarie, tutte le lavoratrici e le studentesse hanno dimostrato nelle ultime settimane di essere in grado di bloccare il paese e di imporre le misure più giuste, come l’embargo attuato dal basso a Israele. È delle donne la principale presenza nei blocchi e nelle piazze e sono loro in prima fila nelle lotte e nella gestione dei territori. Più si organizzano e assumono un ruolo da traino, legandosi anche alle altre realtà in lotta, più rendono il paese ingestibile al governo Meloni. Tanto da poterlo cacciare e impedire che ne venga installato un altro affine.
Le donne delle masse popolari possono e devono puntare al governo del paese, a imporre uno che venga da quelle realtà territoriali di cui fanno parte, che faccia i loro interessi.
Non è fantascienza, le ultime settimane lo hanno dimostrato. Se anche poche decine di organizzazioni assumono il ruolo che ha assunto il Calp nelle ultime settimane e il Collettivo di Fabbrica della ex Gkn negli ultimi anni o quello che assume Non una di meno il 25 novembre e l’8 marzo, se lo fanno con continuità e mobilitano il resto del paese su l’obiettivo comune di cacciare la Meloni, possono farlo.
La manifestazione nazionale indetta da Non una di meno per il 22 novembre a Roma e quelle territoriali del 25 novembre devono essere occasioni per fare passi avanti in questo senso, per coinvolgere quante più colleghe, amiche, vicine di casa per promuovere queste date, organizzare spezzoni, scioperi, iniziative e assemblee sul lavoro, nelle scuole e nei quartieri. Per scioperare il 28 novembre, al di là dell’appartenenza sindacale, e fare in modo che ci sia la massima convergenza. Per unire con un unico filo rosso queste giornate e concatenarle in modo che siano gli ennesimi 10 giorni di fuoco di questo autunno caldo. In modo che siano passi ulteriori per bloccare tutto, per paralizzare il paese, e per cambiare tutto, anche e soprattutto per le donne delle masse popolari.






