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Intervista a Mimmo Formaro del Comitato in difesa dell’ospedale di Cariati in Calabria

Agenzia Stampa - Staffetta Rossa by Agenzia Stampa - Staffetta Rossa
Ottobre 17, 2025
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Pubblichiamo di seguito l’intervista che abbiamo realizzato con Mimmo Formaro del Collettivo Lampare – BJC Cariati comitato in difesa dell’ospedale di Cariati, in Calabria. È un’intervista preziosa perché mostra bene come un comitato popolare possa costituirsi e agire a difesa di un diritto fondamentale come quello della salute mobilitando esponenti autorevoli della società civile come Gino Strada o Roger Waters. Un esempio di cosa voglia dire darsi un piano di lotta per imporre alle istituzioni ufficiali, in questo caso la Regione Calabria, misure urgenti, necessarie e che vadano negli interessi delle masse popolari.

Il comitato di Cariati è un pezzo di un fronte più ampio di comitati, associazioni, organismi sindacali e politici che nel nostro paese oggettivamente si oppongono al coinvolgimento dell’Italia nella terza guerra mondiale, che lottano per l’attuazione di diritti previsti dalla Costituzione come la sanità, la scuola, la casa, il ripudio della guerra, la libertà di stampa, di organizzazione e di espressione. Un fronte che sempre più comincia a porsi l’obiettivo di cacciare il governo Meloni e dare al nostro paese un governo espressione del popolo, un governo di emergenza che attui la Costituzione del 1948. Non un sogno, quindi, ma il principale sbocco politico che oggi ogni organismo, ogni lotta e mobilitazione deve e può darsi.

***

Ciao Mimmo. Innanzitutto partiamo dall’esperienza di cui sei protagonista rispetto alla lotta per l’ospedale di Cariati. Un’esperienza di lotta importante su cui è stato girato e pubblicato addirittura un film dal titolo C’era una volta in Italia – Giacarta sta arrivando. Puoi descriverci i tratti salienti di questa lotta?

La vicenda nasce in un periodo di pandemia: era il novembre 2020. C’era una situazione particolare in Calabria, per cui la regione diventò zona rossa nonostante i contagi fossero bassi. Diventò zona rossa perché, in realtà, i posti letto erano pochi. Quindi, in qualche modo, la pandemia mise di nuovo in luce — a livello nazionale, mediatico e anche politico — i limiti della Calabria dal punto di vista sanitario.

La Calabria, come sappiamo, è in un contesto di commissariamento che dura dal 2009. In quegli anni era il periodo della spending review: in tutta Italia vennero chiusi degli ospedali.

In Calabria furono 18 in totale, tra cui l’ospedale di Cariati. Da quel momento ci fu un effetto domino sul servizio sanitario regionale pubblico, e quindi, in qualche modo, la Calabria andò ancora più in sofferenza anche rispetto al resto dell’Italia.

In quel novembre, nella città di Cosenza, si avviarono delle mobilitazioni.

Dopodiché in particolar modo a Cariati, che è un paesino sulla fascia ionica, ci sentimmo in dovere anche noi di fare qualcosa. Avevamo davanti un ospedale che fu chiuso nonostante il bilancio attivo, nonostante coprisse un ampio territorio, con un numero di nascite che in alcuni anni raggiunse addirittura dei record a livello regionale. Un ospedale che ha sempre funzionato e che venne chiuso. Una grande struttura, ristrutturata poco prima, e che inspiegabilmente fu tolta dalla rete ospedaliera regionale.

Negli anni successivi, da quando fu chiuso, ha mantenuto comunque dei servizi: il punto di primo intervento per l’emergenza e urgenza, una RSA medicalizzata, degli ambulatori, il punto prelievi, eccetera. In sostanza, con la scusa dei lavori e dei tagli, della riconversione, l’ospedale fu declassato.

Così, il 19 novembre 2020, una mattina, occupammo letteralmente un’ala dell’ospedale. La notizia fece immediatamente il giro del mondo. Noi non lo sapevamo prima, ma pare sia il primo Ospedale occupato nella storia.  Vennero a Cariati praticamente tutte le televisioni, tutte le trasmissioni immaginabili. Qualsiasi trasmissione che ti viene in mente, qualsiasi telegiornale, c’è stato. Ci sono stati studiosi, attivisti da tutte le parti d’Italia, gli operai della GKN, e ovviamente tantissima gente. Giornalisti arrivati persino dalla Finlandia. Ci furono iniziative degli emigranti in Germania — emigranti di Cariati — per sostenere la nostra lotta.

Fu un momento in cui, praticamente da una stanza, riuscimmo a comunicare con tutto il mondo. Tantissimi furono i momenti di solidarietà che arrivarono per Cariati.

Ci fu un momento in cui la solidarietà arrivava da tutte le parti del mondo, sia dove c’erano gli emigranti cariatesi, sia semplicemente da chi aveva conosciuto la vicenda. Lanciammo l’hashtag #CariatiOspedaleSubito e facemmo tante operazioni e attività.

La potenza e l’importanza di questa iniziativa furono colte innanzitutto da Gino Strada, in un contesto in cui, con Emergency, era a Crotone per sostenere l’ospedale locale. Lì c’erano anche i videomaker Federico Greco e Mirko Melchiore, che volevano lavorare a un servizio su Emergency a Crotone. Ma Gino Strada, proprio colloquiando con loro, gli disse di andare a Cariati, perché da pochi giorni era successa questa cosa. Fu lui a indirizzare i ragazzi da Crotone a Cariati. Gino Strada ci ha sostenuto dall’inizio fino davvero agli ultimi giorni della sua vita. Anche nel suo ultimo libro, Una persona alla volta, è raccontata questa vicenda.

In quel periodo di occupazione, i movimenti calabresi spinsero le istituzioni per avere Gino Strada come commissario alla sanità. Lui parlò anche dell’ospedale di Cariati. Quando questa cosa non si verificò — anzi, l’allora presidente della Regione Spirlí disse “non abbiamo bisogno di missionari africani” — e Gino Strada non fu scelto come commissario, nonostante tutto, tenne tantissimo alla vicenda di Cariati, che sostenne fino all’ultimo giorno.

La nostra lotta era finita sui giornali, nei libri, nei teatri e persino nelle università. A Bologna e Cosenza, alcuni studenti hanno scritto addirittura le tesi di laurea su questa lotta. Ci hanno chiamato dei ricercatori inglesi per uno studio comparativo tra i diversi momenti di lotta che si stavano verificando in Europa nel periodo della pandemia, soprattutto sul versante della sanità.

L’occupazione, di per sé, è durata otto mesi. Anche da questo punto di vista fu anomala e particolare. I momenti furono tantissimi. Dopo gli otto mesi, finita l’occupazione, abbiamo mantenuto un presidio continuo, che c’è ancora oggi. In quegli otto mesi succedeva di tutto: cambiavano i governi nazionali e locali, cambiavano i commissari regionali, cambiavano anche i presidenti regionali. Noi riuscimmo a interloquire con tutti, avvicinandoci al traguardo del reinserimento dell’ospedale nella rete ospedaliera per acuti regionale.

Per questo obiettivo abbiamo fatto di tutto: raccolte firme, manifestazioni, iniziative sui social. Occupammo con un flash mob i binari della ferrovia e la statale 106. Tutto questo nonostante fossimo in tempi di pandemia, e quindi era vietato stare fuori casa.

Nonostante la grande forza di questa esperienza, ogni volta che cambiavano i governi nazionali, regionali e locali, sembrava di ricominciare da zero. Il reinserimento non avveniva. Nel frattempo, i ragazzi stavano lavorando al film sulla nostra esperienza. Ne hanno fatto parte tanti personaggi molto importanti: Ken Loach, Gino Strada, Roger Waters. Durante la lavorazione, il film divenne parte integrante della lotta, anzi uno strumento di lotta, già prima di essere completato.

Ci venne l’idea, infatti, in uno dei momenti peggiori, di portare immediatamente sul tavolo del nuovo presidente della Regione appena eletto (ottobre 2021) la questione dell’ospedale. Una vera e propria vertenza, sia politica che sindacale, che ponemmo sulla scrivania del nuovo Presidente.

Insieme ai registi, ci venne l’idea di far fare un appello a Roger Waters: “Aprite l’ospedale di Cariati”.

Immediatamente il video appello di Roger Waters fu reso pubblico e fece il giro del mondo. Fu di un impatto devastante, per cui, praticamente dopo poche ore, il neopresidente si trovava in diretta su un programma rai trasmesso nel primo pomeriggio.

La giornalista gli pose la domanda a bruciapelo, mostrandogli anche i video. “L’ospedale di Cariati verrà riaperto”, dichiarò in quell’occasione il neo presidente in diretta. Nei giorni successivi ci invitò in Regione Calabria per parlare dell’ospedale. Lì chiedemmo il reinserimento nella rete ospedaliera. A luglio 2023 uscì il decreto che reinseriva Cariati nella rete ospedaliera. Abbiamo raggiunto l’obiettivo, ma c’è da dire che, in tutto questo tempo, continuiamo a chiedere il funzionamento dei servizi esistenti e celerità per la realizzazione del decreto.

L’ospedale di Cariati è attualmente con i “lavori in corso”. Cariati è una battaglia — tra virgolette — vinta.  Ci sono previsti investimenti e personale, che prima, quando abbiamo occupato l’ospedale, era impensabile. Praticamente sembrava quasi un luogo destinato all’abbandono.

La sanità calabrese è finita negli ultimi anni spesso al centro delle cronache di malasanità, di interventi dal governo centrale (a un certo punto si parlava di farla commissariare a Gino Strada) o di interventi straordinari per garantire il servizio come la messa in servizio di medici cubani. Com’è oggi la situazione?

Noi siamo contenti e convinti di quello che abbiamo fatto, ma questo non ci ha fatto fermare un minuto, perché i problemi della sanità in Calabria sono evidenti. La lotta di Cariati ha un po’ anticipato quello che sta succedendo ormai a livello nazionale, dove le luci degli ospedali, via via, vengono spente. A Cariati qualche lucina si accende, ma ciò non basta a soddisfare la mancanza di diritto alla salute che c’è.

Abbiamo incentrato la nostra battaglia anche sulla questione della sanità privata, che — a nostro giudizio — deve essere puramente privata solo quando ci sono le condizioni per farlo, mentre il Servizio Sanitario Nazionale deve restare pubblico. Abbiamo improntato politicamente la nostra lotta anche su questo punto.

Altro problema riguarda il personale, ovviamente. Ciò è dovuto alle politiche che vengono portate avanti da decenni dai governi nazionali, come il definanziamento coatto del Servizio Sanitario Nazionale, che viene, appunto, finanziato sempre meno rispetto alle reali esigenze. Gino Strada diceva giustamente che la voce “sanità pubblica” deve avere un segno meno davanti, perché è una spesa pubblica fondamentale, che non deve seguire logiche aziendali — cosa che invece è diventata la sanità oggi.

Mancano medici in tutta Italia e mancheranno anche sempre più in Europa.  In Calabria stanno operando medici e infermieri cubani, voluti dall’attuale presidente di centrodestra. Tramite l’Associazione d’Amicizia Italia-Cuba, riuscimmo a sapere che il governo cubano aveva inviato una missiva, nel periodo del Covid, a tutte le regioni d’Italia, proponendo degli accordi, vista la situazione in cui versava il Paese in quel momento.

In quel periodo di pandemia la Brigata Henry Reeve era già impegnata a Crema. Noi lanciammo questa proposta: in Calabria ci sarebbe stato bisogno di medici e infermieri. In quel momento, l’allora presidente non ci considerò minimamente. Facemmo un appello, denunciammo il fatto che non avesse neanche risposto a quella missiva. Cosa che poi ha fatto il presidente di centrodestra, Occhiuto — col paradosso che questa scelta non fosse collegata, ad esempio, alla messa in discussione dell’embargo verso Cuba, e col paradosso che tutto questo avvenisse in Italia, un Paese che fino a 25 anni fa era tra i primi tre sistemi sanitari nazionali al mondo.

Quella dei cubani è una soluzione in parte necessaria, perché i medici — cubani o di altri Paesi — servono. In Italia, nei prossimi anni, mancheranno tantissimi medici. Se si mette mano oggi al problema, i risultati li vedremo tra vent’anni. Quella dei medici cubani sarà probabilmente una soluzione che cercheranno anche altre regioni. Senza contare che, in Europa, ci sono altre nazioni che si trovano in condizioni simili e “importano” medici.

La sanità è uno di quei settori che sia il personale che vi lavora, sia gli utenti in questa fase stanno legando strettamente alle politiche di guerra e alla complicità del nostro paese e del governo Meloni con il genocidio in corso a Gaza. In tanti nelle piazze parlano di tagliare i fondi per la guerra e aumentare quelli per gli ospedali. Qual è la tua idea su questo? Che rapporto hai/avete con il movimento di solidarietà con il popolo palestinese e in generale contro la guerra e il riarmo?

In questo periodo siamo anche molto attenti alla causa del popolo palestinese e alla solidarietà ad esempio dei sanitari per Gaza. Siamo contrari alle politiche dell’imperialismo occidentale e quindi siamo contrari alle politiche di Meloni. È chiaro che quando ci raccontano che la coperta è corta e tagliano la sanità ma poi vanno a mettere i soldi nelle armi ci prendono solo per il culo. In questi giorni abbiamo fatto un flash mob e abbiamo chiesto alla nostra amministrazione di esporre dal municipio la bandiera palestinese. Come comitato proviamo a promuovere le belle iniziative di solidarietà che vengono fatte qui sul territorio, cerchiamo di stare coordinati con gli altri movimenti, con le altre realtà sul territorio calabrese.

Nelle ultime settimane si è svolta la campagna elettorale per le regionali. Quanto in esse ha vissuto il tema della Sanità? Che iniziative voi o gli altri comitati e associazioni di cittadini hanno posto ai candidati e ai rappresentanti politici in lizza? Con quali riscontri?

Il tema della sanità rimane centrale nella campagna elettorale. A Roma il quadro è da tempo cristallizzato nel bipolarismo, che si ripete da anni. Le dimissioni improvvise di Occhiuto hanno reso difficile immaginare un’alternativa credibile. In questo scenario, nel centrodestra, la linea è chiara e condivisa: nessuna opposizione alle privatizzazioni, nessuna volontà di invertire il definanziamento del Servizio Sanitario Nazionale, che prosegue sotto il governo Meloni come sotto quelli precedenti.

Dall’altra parte c’è un centrosinistra frammentato. Se si riesce a orientarsi, si nota che alcuni — tra virgolette — la pensano come noi, come Gino Strada, come chi difende una sanità pubblica universale. Altri, invece, sono più vicini all’attuale modello misto, che ha prodotto disuguaglianze e inefficienze. In questo contesto, le elezioni regionali in Calabria si giocano territorio per territorio, dentro le contraddizioni del sistema politico e dentro quelle, inevitabili, della rappresentanza in fase elettorale.

Non lo dico in senso negativo. Gli strumenti della politica, quando si possono usare, vanno usati: direttamente o indirettamente. Noi, a livello comunale, lo abbiamo fatto più volte. Abbiamo presentato due liste autonome, indipendenti, fuori dai soliti schieramenti. Perché crediamo che gli strumenti vadano utilizzati tutti, senza timori e senza deleghe in bianco.

La richiesta di una sanità pubblica degna di questo nome resta viva, al di là delle elezioni e di chi governa. Il Servizio Sanitario Nazionale, oggi, non rispetta i principi dell’articolo 32 della Costituzione — l’unico che definisce un diritto come “fondamentale”. E quella parola, fondamentale, non è casuale.

Nel nostro percorso, la convivenza tra anime diverse — radicali, civiche, ambientaliste, femministe, popolari — è stata una ricchezza. Non abbiamo mai cercato l’unanimismo, ma l’unità nella tensione verso il cambiamento. Verso l’obiettivo.

Oggi, in un contesto segnato da un bipolarismo ottuso, sia a livello nazionale che regionale, e da una legge elettorale che premia i grandi apparati, la vera sfida si gioca comunità per comunità, candidatura per candidatura.

Per questo abbiamo scelto di portare un pezzo delle nostre battaglie e della nostra conoscenza del territorio dentro questa competizione elettorale. Lo facciamo con consapevolezza: conosciamo le distorsioni del campo da gioco e il modulo imposto da chi lo governa. Ma per noi le elezioni non sono il fine ultimo. Sono uno strumento — utile solo se inserito in un contesto di lotta più ampio.

A Cariati, come sempre, non ci tiriamo indietro. Per non lasciare questa terra a chi vuole fare man bassa di voti, si apre uno spiraglio. E noi, come sempre, ci infiliamo lì — con dignità, con visione, e con la forza di chi non ha mai smesso di credere che la politica possa ancora essere uno strumento di liberazione.

Anche per tutelare un elettorato che ci ha sostenuto e che vede in Pasquale Tridico una figura affidabile, questa scelta è una necessità. I rapporti personali con lui ci fanno pensare — in modo semplice e diretto — che, se terrà fede alla sua storia più che agli equilibri delle alleanze romane, potrà essere, per il nostro territorio, un riferimento nuovo. E in una posizione di vertice.

A partire dalla vostra esperienza e dall’analisi della situazione attuale detta su quali sono secondo te e secondo gli altri tuoi compagni di viaggio le misure necessarie per dare ai cittadini calabresi una sanità pubblica, universale e di qualità?

Per dare un servizio sanitario nazionale di qualità, innanzitutto, secondo me, il problema nasce anche dalla riforma del Titolo V, cioè che oggi abbiamo, quante sono le Regioni, tanti servizi sanitari nazionali. Ciò ha portato già a dei problemi che oggi si vanno a sommare con l’autonomia differenziata, che in qualche modo è il culmine di un percorso che va avanti a dimostrazione anche delle responsabilità che sono ben condivise dai governi di ogni colore negli ultimi 30 anni. In questo senso c’è poco da dire.

Ricominciare, bisognerebbe ricominciare appunto da dove si è partiti. Se il servizio sanitario nazionale era il terzo al mondo prima, non è detto che oggi non possa esserlo. Bisogna cambiare le politiche, bisogna rendersi conto che ci sono alcune voci che sono spese pubbliche e che non è una brutta parola “spesa pubblica”. In Italia, istruzione e sanità sono invece le prime a essere falcidiate, quando invece dovrebbe esserci lavoro. Eppure, proprio istruzione e sanità continuano a essere penalizzate: della scuola si parla solo in certe circostanze, e comunque se ne parla sempre troppo poco.

Quanto alla sanità, se ne discute oggi perché siamo ormai ridotti all’osso. Siamo alla fine del Servizio Sanitario Nazionale, che va ricostruito dalle fondamenta. Ce ne accorgiamo tutti, ogni volta che proviamo a prenotare una visita e ci scontriamo con liste d’attesa infinite. Il paradosso dell’intramoenia e tutti questi mezzi non hanno fatto altro che generare disuguaglianze. E così ci sbattiamo tutti, soprattutto quando si tratta di emergenza-urgenza, perché anche quella è saltata.

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