Lo sciopero del 22 settembre ha segnato un salto di qualità nella mobilitazione contro la guerra e in solidarietà alla Palestina e, in generale, nella lotta di classe in corso nel paese. La spinta alla mobilitazione data dal Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (Calp) di Genova, concretizzata da Usb con la dichiarazione di sciopero generale e la parola d’ordine “blocchiamo tutto”, è stata accolta da una larga parte di lavoratori e non solo. Si sono registrati 600 mila scioperanti e altrettante presenze nelle 80 piazze italiane.
Se c’è chi la promuove, la resistenza si sviluppa e se a promuoverla è la classe operaia tutto il resto segue. Aver puntato in alto con la parola d’ordine “blocchiamo tutto” ed essersi assunti appieno la responsabilità di porsi alla testa di una mobilitazione generale dimostra che le organizzazioni operaie, per quanto ancora poco diffuse e tutto sommato numericamente esigue, hanno avuto un ruolo determinante nel salto di qualità che si è verificato.
In questa occasione Usb, insieme a Cobas, Cub, Sgb e agli altri sindacati di base che hanno aderito, si sono distinti per la capacità di superare il settarismo per mettere al centro gli interessi di classe.
La marea montante dello sciopero del 22 ha spinto anche la Cgil ad attivarsi. Lo ha fatto in malo modo, convocando a sua volta un “mezzo sciopero generale” per il 19… ma lo ha fatto.
Questa mossa evidenzia un aspetto positivo e uno negativo. In positivo, mostra come la spinta dal basso può produrre cambiamenti determinanti: ha costretto la Cgil a muoversi (finalmente!).
In negativo, ha mostrato il chiaro tentativo di distinguersi, di innescare una gara di numeri e depotenziare la mobilitazione del 22. Ma l’operazione è fallita miseramente, generando solo malessere tra gli iscritti.
I lavoratori di vari settori hanno scioperato, alcuni il 19, molti il 22; alcuni hanno aderito a entrambi gli scioperi e in alcune realtà lavorative hanno organizzato delle “staffette”, partecipando chi a una, chi all’altra mobilitazione.
Il 22 hanno scioperato anche molti iscritti ai sindacati confederali. Il segnale alla Cgil, che non aveva fiducia nella riuscita del suo sciopero, tanto che ha chiamato a delle mobilitazioni serali e al di fuori dell’orario di lavoro, è arrivato chiaro: le piazze del 19 settembre non sono state neanche lontanamente paragonabili a quelle del 22.
Da più parti i lavoratori e le Rsu Cgil, anche fra quelli che comunque hanno scioperato il 19 per senso di appartenenza, hanno criticato la scelta del proprio sindacato. Ampio e diffuso è stato l’auspicio all’unità di classe.
L’aspetto principale, in ogni caso, è che i lavoratori, chiamati a scioperare “per Gaza”, hanno risposto. Dentro quello sciopero ci sta la solidarietà, ma anche il bisogno di fare qualcosa di concreto, di avere qualcuno che si ponga come punto di riferimento e indichi la strada da seguire. La risposta data alla parola d’ordine “blocchiamo tutto” parla di un’esigenza di cambiamento generale che monta nel paese.
Si è diffusa la consapevolezza che quanto accade a Gaza, unitamente al dispiegarsi dei venti di guerra in ogni dove, ci riguarda direttamente e praticamente, non solo in termini morali.
I lavoratori spingono da più parti e hanno mandato un messaggio chiaro: serve unità. Il settarismo va decisamente bandito ora più che mai, sia che si esprima nel goffo tentativo della Cgil di depotenziare uno sciopero generale, sia che si esprima nella tendenza mai sopita da parte di Usb o di altri sindacati di base di vedere nei confederali (e, in definitiva, anche nei lavoratori che a essi sono iscritti) il nemico principale da contrastare. Chi ha scelto di scioperare il 19 settembre non va canzonato, compatito o avversato: è al contrario il primo referente a cui deve rivolgersi chi vuole dare ulteriore slancio a quanto si è mosso il 22.
Questa pressione dal basso ha portato, dopo gli attacchi alla Flotilla nella notte fra il 23 e il 24 settembre, a nuove mobilitazioni. A Genova la manifestazione è stata unitaria fra Usb e Cgil. In quel frangente è stato annunciato, prima dai lavoratori del porto, poi dai segretari regionali liguri dei due sindacati, un accordo operativo per mettere in campo mobilitazioni unitarie qualora la Flotilla venga fermata o attaccata.
Questo accordo esplicito in Liguria ha una sua traduzione nazionale nel fatto che da quella data anche la Cgil nazionale ha dichiarato che ci sarà sciopero generale nel caso di attacco alla Gsf. Nel momento in cui scriviamo questo non è ancora avvenuto. Ma possiamo prevedere che, se questo si verificasse, i lavoratori e la marea montante che sta animando il paese spingeranno per fare in modo che alle parole seguano i fatti.
Questa prospettiva di unità va consolidata, rafforzata, allargata ai vari fronti della lotta di classe in corso. È un processo che può mandare a gambe all’aria il governo Meloni, così come nella pratica sta già mandando a gambe all’aria il suo decreto sicurezza, mentre contemporaneamente costruisce le basi concrete, l’organizzazione e il coordinamento per l’alternativa che serve.
Questa è la prospettiva che deve animare i prossimi appuntamenti, dal 4 ottobre per la Palestina al 25 ottobre con la manifestazione nazionale già indetta dalla Cgil “per aumentare salari e pensioni, per dire NO al riarmo, per investire su sanità e scuola, per dire NO alla precarietà, per una vera riforma fiscale”.




![[Toscana] Liberare la Toscana dal protettorato dei gruppi imperialisti USA-NATO, dalla complicità con i sionisti di Israele e dalla gabbia dell’UE!](https://i0.wp.com/www.carc.it/wp-content/uploads/2025/05/bandierarossa-4186767557.png?fit=1522%2C1344&ssl=1)

