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Cresce il coordinamento fra gli organismi dei portuali

Teresa Noce by Teresa Noce
Ottobre 2, 2025
in Lavoro operaio e sindacale, Resistenza n. 10/2025
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Da anni il Comitato Autonomo Lavoratori Portuali (Calp) di Genova dedica energie alla lotta contro il traffico di armi nel porto e in varie occasioni è salito alla ribalta perché oltre alla denuncia pubblica ha promosso iniziative per impedire che armi e altre attrezzature belliche fossero movimentate.
Per alcuni anni è stato un’avanguardia relativamente circoscritta. Lo sviluppo della Terza guerra mondiale, la corsa al riarmo, l’economia di guerra, la posizione e il ruolo dell’Italia nella logistica bellica hanno posto con forza crescente la questione del traffico di armi e la continua violazione della legge 185 del 1990, quella che vieta, appunto, il traffico di armi da e verso i “paesi belligeranti”.
La legge dunque esiste, ma un intreccio di complicità politiche, istituzionali e imprenditoriali l’ha progressivamente resa “carta straccia”. Non ci sono istituzioni e autorità che abitualmente si attivano per farla valere, mentre è ben più diffuso l’atteggiamento opposto.
Gli occhi dei lavoratori dei porti sono dunque preziosi e spesso unici. Sono preziosi, allenati, interessati a portare alla luce quello che il governo vuole nascondere: l’Italia è coinvolta fino al collo nel traffico di armi verso i paesi belligeranti e le infrastrutture del nostro paese, porti, aeroporti, ferrovie, sono abituali vie della logistica bellica.
Anche su esempio del Calp, nel corso degli ultimi anni sono sorti altri organismi di lavoratori portuali che, stabilmente, fanno da guardiani degli interessi delle masse popolari.

Il sostegno del governo italiano all’occupazione della Palestina e al genocidio del popolo palestinese ha reso, negli ultimi due anni in particolare, il nostro paese un hub del traffico di materiale bellico per i sionisti d’Israele. E questo ha alimentato la nascita di organismi operai che sempre più spesso hanno unito la denuncia pubblica all’iniziativa pratica diretta a fermare la movimentazione di materiale bellico destinato a Israele.
Da agosto, e con particolare sviluppo nel mese di settembre, le iniziative si sono diffuse: da Genova a Livorno, Ravenna, Trieste, Salerno, ecc.

C’è però un ulteriore elemento che emerge. Non è cresciuta solo la quantità e l’intensità della mobilitazione, è stato fatto anche un piccolo, ma significativo salto nello sviluppo dell’organizzazione e del coordinamento.
Il 20 settembre il Calp di Genova, il Gap di Livorno e il Cap di Ravenna hanno diffuso un comunicato congiunto:

“A tutti i lavoratori e le lavoratrici dei porti. Difendiamo la Sumud Flotilla, fermiamo il genocidio a Gaza, stop al riarmo e all’economia di guerra. Noi portuali abbiamo una tradizione storica fatta di solidarietà fra lavoratori, internazionalismo, opposizione a ogni guerra di aggressione e oppressione: il tempo di farla valere è qui e ora!
Siamo dalla parte giusta della storia: esserne consapevoli aiuta a scegliere e a fare fronte alle difficoltà, alla repressione, ai rischi. E dobbiamo fare la storia: per la liberazione del popolo palestinese e degli altri popoli oppressi dall’imperialismo, per il futuro nostro e degli altri lavoratori, dei nostri figli e nipoti.
Mobilitiamoci e mobilitiamo a partecipare allo sciopero del 22 settembre, alle manifestazioni, ai presidi, ai blocchi: ogni iniziativa di denuncia, protesta e lotta è giusta, è importante, è legittima.
Il governo Meloni ha ampiamente dimostrato che è complice dello Stato sionista di Israele e dei suoi crimini contro il popolo palestinese. Solo con un ampio e determinato movimento di popolo possiamo fermare il genocidio a Gaza e l’allargamento della guerra in cui il governo Meloni e i caporioni dell’imperialismo mondiale ci trascinano. Solo con un’ampia e determinata mobilitazione dal basso possiamo mettere fine alla devastazione dell’ambiente, allo smantellamento della sanità, della scuola e degli altri servizi pubblici, alla deindustrializzazione e alla miseria in cui lo stesso governo ci sprofonda ogni giorno di più.
Organizziamoci in ogni porto. Ogni comitato di portuali che nasce porta nuovi occhi e nuove braccia per individuare e denunciare i carichi di armi, per bloccarli, per mobilitare la cittadinanza a collaborare ai blocchi, per chiamare le istituzioni locali a fare rispettare la legge 185/90 e per farla rispettare noi direttamente se loro non lo fanno. Blocchiamo i nostri porti se i sionisti attaccano la Sumud Flotilla! Chiudiamo i nostri porti alla guerra degli imperialisti!
All’organizzazione e alla lotta: ci vediamo nei prossimi giorni, ai valichi, nelle piazze e nelle strade!”.

Questo comunicato è senza dubbio il principale passo avanti, ma non è l’unico.
Il 26 e il 27 settembre si è svolta a Genova la conferenza internazionale dei lavoratori portuali promossa da Usb. La partecipazione di delegazioni straniere (portuali di San Sebastian e Bilbao nei Paesi Baschi, del Pireo in Grecia, di Marsiglia in Francia, di Amburgo in Germania, di Cipro, Gran Bretagna e S. Francisco negli Usa) ha fatto emergere la rete di lotta e solidarietà che si va consolidando e che alimenta la spinta dei portuali italiani che in quei giorni, da nord a sud, stavano presidiando varchi e banchine per impedire l’attracco o il carico di navi israeliane (o comunque con merci destinate a Israele): da Taranto a Marghera, passando da Genova, Livorno, Napoli.
È degli stessi giorni la notizia che la Filt Cgil Campania ha dato disposizione a tutti i portuali di astenersi dal carico e scarico di ogni tipo di merce destinata a Israele. Non è una notizia marginale, è la dimostrazione che se c’è qualcuno che la promuove, la mobilitazione si diffonde a macchia d’olio!
Il lavoro da fare per sviluppare il coordinamento dei lavoratori portuali è ancora molto.
Il P.Carc vi si dedica mettendo a disposizione tutti i contatti che ha, ma non è il solo a farlo. Oltre al ruolo già trattato dell’Usb ci sono vari altri organismi che seguono da vicino l’evoluzione delle cose e vi contribuiscono, da Bds a Weapon Watch. Se questo, da una parte, dimostra l’importanza strategica di costituire organismi operai in ogni porto del nostro paese, dall’altra è anche la migliore condizione per superare settarismo e spirito di concorrenza in favore della collaborazione e della cooperazione.

Tutti gli avanzamenti, le posizioni conquistate, le difficoltà superate nei porti sono un patrimonio da mettere immediatamente a frutto per fare un lavoro simile nelle ferrovie e gli aeroporti, nelle aziende della filiera bellica e nel resto delle aziende del paese. Perché la classe operaia è la prima e più interessata protagonista della lotta contro la Terza guerra mondiale ed è l’unica classe ad avere la forza di trasformare i tentativi di mobilitazione reazionaria promossi dalla classe dominante in mobilitazione rivoluzionaria.

Intervista a un portuale di Trieste

Dove lavori? A quale sindacato sei iscritto? E com’è il livello di sindacalizzazione nel tuo posto di lavoro?
Mi chiamo Ruben Cermelli e lavoro nel porto di Trieste, faccio parte dell’Esecutivo nazionale dei porti di Usb.
Il livello di sindacalizzazione nel porto di Trieste è alto, ma il quadro è estremamente frammentato. Oltre a Usb ci sono i tre sindacati confederali, è presente la Ugl e anche alcuni piccoli sindacati autonomi.

Che valutazione fai della giornata del 22 settembre?
Valutazione ottima! È stata una mobilitazione ampia anche a Trieste, dove la cittadinanza ha risposto in maniera molto forte. Rispetto a come continuare, certamente si tratta di proseguire le mobilitazioni, ma soprattutto credo sia importante che a mandare il segnale più chiaro siano le città portuali, un segnale di unità che faccia vedere la rete che si sta costruendo e la completa avversione alla guerra e all’economia di guerra.

Sta circolando un appello congiunto dei portuali di Genova, Ravenna e Livorno che chiama i lavoratori a costruire organismi di controllo sul traffico di armi.
Usb è già attiva anche oltre i porti, pensiamo al lavoro nell’aeroporto di Montichiari del compagno Luigi Borrelli. La questione è alimentare la costruzione di questa rete: tu saresti disposto a iniziare a fare un lavoro del genere nel porto di Trieste? E ci sono altri lavoratori sensibili al tema che vorrebbero darsi da fare, secondo te?
Sì, secondo me ci sono lavoratori sensibili e c’è la possibilità di sviluppare questa rete. Anzi, Usb ha proprio un gruppo di lavoro su questo che raccoglie i vari settori dei trasporti in modo che ci si possa coordinare tutti: camionisti, aerei, treni, porti… Siamo tutti comunque “una famiglia” che deve collaborare per fermare l’economia di guerra.

Vediamo che la partecipazione popolare sta montando e si sta attivando su posizioni avanzate un numero crescente di organismi, organizzazioni, associazioni e movimenti.
Secondo te, non è un segnale che i tempi sono maturi per unire in un coordinamento nazionale, in una sorta di nuovo Cln, tutte le forze che sono contro il genocidio, contro il governo, complice del genocidio, e contro l’economia di guerra?
Secondo me sì, assolutamente. Bisogna valorizzare questo movimento popolare. È partito dal basso, da diverse associazioni, da studenti, lavoratori di tutte le categorie… Ecco bisogna coordinarli tutti in un movimento unico che possa dare un segnale forte e che magari riesca a ribaltare questo governo che sostiene lo Stato di Israele.

Intervista a un dirigente Usb trasporti

A Genova abbiamo incontrato e intervistato Gianluca Liviabella, dirigente dell’Usb trasporti.

La giornata del 22 è stata una grandissima giornata di proteste e di lotta. L’Usb come pensa di sviluppare quella mobilitazione?
Io credo che lo sviluppo sia già iniziato e mi sembra che l’aspetto principale sia la spinta dal basso, che poi è la strada che Usb ha sempre cercato di promuovere. Diciamo che in questa fase Usb è riuscita a intercettare quella parte di mondo che “vuole cambiare il mondo” e c’è in giro fiducia di poterlo fare, sta iniziando a muoversi quel 50% di persone che non è più rappresentato né dal centrodestra né dal centrosinistra e ha detto “bisogna iniziare a cambiare il mondo, facciamolo” …

Le iniziative a difesa e in sostegno del popolo palestinese e della Global Sumud Flotilla si moltiplicano. Anche la Cgil ha dovuto schiodarsi dalla posizione di testimonianza. Che valutazione ne fai?
Siamo arrivati al punto di discutere apertamente e di mettere in campo, perché lo metteremo in campo, uno sciopero generale senza preavviso che rompe i vincoli della legge 146.
Sembra che la Cgil sia su queste stesse posizioni. Quindi, siamo di fronte a uno sciopero generale ampio che bloccherà davvero il paese e darà uno scossone al sistema di chi specula sulle armi e sulla guerra. E torno al discorso di prima, è la spinta che viene dal basso a porre la necessità di trovare le strade giuste.

L’Usb ha lanciato l’appello all’obiezione di coscienza dei lavoratori contro il traffico di armi. Ci sono sviluppi su questo fronte?
Sì certo, i riscontri arrivano in primis dai portuali iscritti a Usb, ma non solo. Infatti, stiamo crescendo in vari porti: a Livorno, a Civitavecchia, a Trieste. Ma questa spinta va oltre i porti.
Guarda, ti porto un esempio dall’Umbria. In occasione dello sciopero del 22 settembre è successo che personalmente mi sono trovato a mandare la dichiarazione di sciopero in più di cinquanta aziende – e molte neanche le conoscevo – perché i lavoratori chiamavano in sede e volevano aderire allo sciopero. Questo è un segnale chiaro … Ora la nostra premura è che questi lavoratori entrino a far parte di “quel sistema che vuole cambiare il mondo” …

Sta circolando nei porti un appello congiunto dei portuali di Genova, Livorno e Ravenna a costituire ovunque organismi per individuare e denunciare i carichi di armi, per bloccarli, per mobilitare la cittadinanza a collaborare ai blocchi, per chiamare le istituzioni locali a far rispettare la legge 185. È un esempio che si può estendere a ferrovie e aeroporti dove Usb è presente?
Beh, penso proprio di sì. Credo che bisogna mettere in relazione tutto quello che riguarda la logistica, perché quello che succede nei porti, in termini di traffico di materiale bellico, succede ovunque.

Dalle piazze è arrivato l’avviso di sfratto per il governo Meloni. È ora di cacciarlo?
Beh, allora… Cacciare il governo Meloni sì, perché oggi è quello in carica, ma bisogna essere pronti a cacciare anche un altro governo che domani farà le stesse cose. La spinta delle piazze dice esattamente questo: è un NO a un programma di governo, chiunque sia a promuoverlo.
Quindi, senza dubbio: Meloni vai casa!

E quindi ci vuole un governo nostro?
Sì, un governo nostro. Un governo del popolo.

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