Prosegue e si allarga la mobilitazione dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali contro il traffico di armi. Il 7 agosto a Genova le Rsu del porto stavano tenendo un incontro con le autorità portuali a proposito della Bahri Yanbu attraccata al terminal Gmt e in attesa di caricare, forse, il cannone Oto Melara. Mentre si stava svolgendo l’incontro in cui le autorità rivendicavano di agire secondo legge, alcuni lavoratori sono saliti a bordo della nave e l’hanno trovata carica di sistemi d’arma, esplosivi e munizioni.
Il Collettivo Autonomo Portuali (Calp), principale promotore della mobilitazione nel porto e presente all’incontro, è uscito subito con un comunicato di denuncia: “A seguito delle foto e dei video scattati, gli ufficiali hanno fatto intervenire la Digos, già presente sul posto, per far cancellare i filmati. Ma non sono riusciti completamente nel loro intento. Le parole iniziano a non bastare più. Se volevate farci arrabbiare, ci siete riusciti”. In conclusione al comunicato hanno lanciato per il giorno seguente un presidio al ponte Etiopia.
Subito a ruota anche la Filt-Cgil ha preso posizione annunciando il blocco dell’imbarco del materiale: “Dichiariamo il blocco dell’imbarco sulla nave Bahri Yanbu del materiale bellico interessato. Lo facciamo, nonostante alcune nostre richieste saranno portate all’attenzione del governo, vista la scarsa trasparenza che vi è stata in tutta la procedura e le carenze di informazioni fornite a sindacato e lavoratori che, anche grazie a questa azione, ci auspichiamo migliorino nel futuro; vista la situazione incandescente presente nell’area del Medio Oriente e i focolai della guerra che divampano in quelle aree e, in particolare, il massacro del popolo palestinese e le barbarie che stanno avvenendo nella striscia di Gaza”.
Il Calp aderisce a Usb ed è il principale promotore della lotta contro il traffico di armi, della lotta per la sicurezza sui posti di lavoro, contro la privatizzazione e molto altro. La mobilitazione del 7 e 8 agosto è conseguente alla sua pratica avanzata, che si riassume nel promuovere la resistenza ovunque esista; cogliere nella catastrofe imposta dai padroni e dai loro governi l’opportunità per mettersi alla testa di questa resistenza; dare uno sbocco politico alla mobilitazioni di un numero sempre maggiore di lavoratori e, così facendo, prendere in mano le redini del proprio futuro. È in questo modo che un gruppo di operai e un sindacato, che non è certo maggioritario, hanno imposto alla Filt di mobilitare i propri iscritti.
Queste esperienze parlano al resto della classe operaia. Migliaia di lavoratori oggi sono messi con le spalle al muro dai padroni e dalla complicità dei sindacati di regime; costretti tra cassa integrazione e licenziamenti oppure a mettere la propria forza lavoro al servizio della guerra (vedi gli operai Beko di Siena). Tutte queste esperienze dimostrano, in un modo o nell’altro, che l’unica strada possibile per uscire da questo pantano è che i lavoratori prendano in mano l’iniziativa. Non importa se inizialmente si è in pochi e se i vertici sindacali non sono d’accordo, ciò che conta è dare una prospettiva di classe alla mobilitazione spontanea.
La Filt-Cgil del porto di Genova probabilmente non avrebbe mai promosso una lotta simile contro il traffico di armi, ma vuoi per concorrenza vuoi perché deve rendere conto ai propri iscritti, che certamente sono contro la guerra e vogliono mobilitarsi contro di essa, si è dovuta schierare e ha dovuto mettere in moto l’enorme macchina organizzativa di cui dispone, dimostrando che è dando una prospettiva giusta alla lotta che si raccolgono anche i numeri per perseguirla e non viceversa.
Ma c’è dell’altro. Con le spalle al muro adesso ci sono anche i vertici della Cgil che, complici del sistema padronale, presenteranno ai lavoratori come prospettiva di futuro i programmi di riconversione bellica (si registrano già casi del genere). Averli spinti a bloccare il transito di armi non solo per la sicurezza dei lavoratori, ma anche in nome della solidarietà internazionale, certamente ha creato un precedente da cui non si torna indietro.
In seconda battuta, esperienze di lotta simili portano chi le promuove sulla strada del superamento di prassi e metodi tossici (spirito di concorrenza, logiche da orticello, ricerca dell’egemonia) che da anni attanagliano le organizzazioni operaie e popolari, le organizzazioni sindacali e politiche, facendo da zavorra allo sviluppo della lotta di classe.




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