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Emilia Romagna. Intervista a Linda Maggiori: il giornalismo di inchiesta è al servizio dell’organizzazione popolare

Federazione Emilia Romagna by Federazione Emilia Romagna
Luglio 22, 2025
in Federazione Emilia Romagna, Federazione Emilia Romagna, In breve
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Pubblichiamo questa nostra intervista a Linda Maggiori sul traffico di armi, la lotta contro il sionismo e la guerra in Emilia Romagna. Più volte in regione la sua azione di inchiesta si è saldata alla mobilitazione di comitati e coordinamenti dando avvio a battaglie collettive. Nell’intervista Linda, che è una giornalista indipendente, parla anche del caso della Tekapp di Modena, di come la censura di guerra e la repressione si abbattano sui giornalisti e delle forme di organizzazioni per farvi fronte. 

Cogliamo l’occasione per esprimere di nuovo la solidarietà a Linda Maggiori per gli attacchi subiti e per ribadire che “il sionismo anche nella nostra regione, anche nelle nostre città, arranca, è all’angolo, e questo è il momento per il movimento di solidarietà al popolo palestinese di dare una risposta adeguata alla situazione. Una risposta che riguarda anche la tutela e la salvaguardia dei nostri compagni e compagne e del nostro territorio. Una risposta che non può che passare, innanzitutto, da elevare il livello del coordinamento in regione, dall’usare questi attacchi per costruire assemblee, iniziative, mobilitazioni comuni. In sintesi, dal portare la solidarietà sul piano della lotta. Perché il modo più efficace per rispondere alle intimidazioni mafiose è quello di far ricadere il sasso sui piedi di chi l’ha lanciato, di mostrare che per ogni attacco che subiamo facciamo valere il principio che “tocca uno tocca tutti” e ne usciamo più uniti e organizzati di prima”.

1. Linda, nel tuo lavoro ti sei occupata molto del traffico di armi che è già una realtà concreta nel nostro paese. A noi qui, per iniziare, interessa sviluppare soprattutto in ragionamento sull’Emilia Romagna. Hai enunciato il ruolo di aziende in Emilia Romagna come la Tekapp e stai ora anche studiando la situazione del traffico di armi nel porto di Ravenna. Che idea ti sei fatta rispetto al ruolo della nostra regione e del nostro paese nella guerra in corso? 

Anser è il gruppo regionale di aziende operanti nel settore aeronautica ed aerospazio, ed è promosso dalla Regione Emilia-Romagna, Confindustria Emilia-Romagna, Università di Bologna (CIRI).

Tra le aziende più importanti, coinvolte nei settori civili e militari, troviamo Curti, Bucci, Npc Spacemind, Poggipolini. Curti e Bucci sono fornitori rispettivamente di Leonardo e Ge Avio, che a loro volta sono grandi esportatori di armi verso Israele. Curti esporta verso la Germania componenti di carri armati e obici semoventi, e sappiamo che la Germania che è insieme agli Stati Uniti esporta più in Israele.

Npc produce nanosatelliti dual use, e in un’intervista del 2022 sul Sole 24 ore, l’amministratore delegato Nebore Benini vantava rapporti commerciali con Israele. Infine Poggipolini, che acquisendo la statunitense Hpf è entrata nella supply chain delle più grandi industrie belliche americane e costruisce componenti per F35, i caccia americani in uso all’Idf, che hanno bombardato la striscia di Gaza.

Queste aziende sono “fiore all’occhiello” per la Regione, evidenziano infatti la “conversione bellica” di aziende del settore automotive, ormai in crisi. Una “conversione” che la regione sta incentivando e facilitando. Non è l’unica regione, in tutta Italia si spingono le piccole e medie aziende a entrare nella supply chain dei grandi produttori di armi. Anche se non fanno parte del consorzio Anser, in quanto più coinvolte nel settore navale e tecnologico, si occupano di militare anche le aziende L3 Harris Riva Calzoni, Astim. l’Italia in generale è totalmente invischiata da anni con Israele, ricordiamo il memorandum che dura da 20 anni e il continuo traffico di armi e soprattutto import, nonostante il genocidio in corso.

2. Il Coordinamento Bologna per la Palestina ha scritto a De Pascale per incalzarlo a passare “dalle parole ai fatti” rispetto al significato di “interrompere gli accordi con lo Stato di Israele” in Emilia Romagna. Nella lettera, fra le altre cose, viene chiesta la costituzione di un “Osservatorio regionale sulla produzione ed il transito di armi con una presenza di rappresentanti della società civile che abbia competenze ispettive sul territorio regionale e di elaborazione, con il coinvolgimento dei lavoratori e di comitati territoriali, di linee guida rispetto ai processi di riconversione a produzioni a fini civili e per la sostenibilità ambientale”. Qua ci appelliamo alla tua esperienza, esistono già in altri parti del paese esperienze simili? Credi che possa essere uno sviluppo efficace per dare al coordinamento uno sbocco immediato? Credi possa essere uno strumento per allargare e sviluppare il coordinamento regionale degli organismi che si mobilitano in solidarietà al popolo palestinese e contro la guerra?

Il Comitato sardo per la Riconversione della RWM, costituitosi il 15 maggio 2017, a Iglesias è attualmente composto da oltre 20 aggregazioni locali, nazionali ed internazionali accomunate dallo scopo di promuovere la riconversione al civile di tutti i posti di lavoro dello stabilimento RWM sito tra i territori di Iglesias e Domusnovas, nell’ottica di uno sviluppo del territorio civile etico e sostenibile. Purtroppo però non sono molto riusciti a coinvolgere una parte di sindacati e di lavoratori che invece si oppongono al comitato. Il problema dei sindacati, almeno quelli confederali, è che a parole sono contro la guerra, poi nei fatti non si impegnano a sostenere progetti di riconversione.

Ben venga quindi un cambiamento, anche dentro ai sindacati, anche perché sempre più lavoratori chiedono di fare obiezione di coscienza e si oppongono al traffico di armi.

3. Vediamo crescere costantemente il ruolo dei lavoratori nella denuncia del coinvolgimento di aziende italiane nel traffico di armi e nel sostegno agli interessi sionisti. È successo a Ravenna rispetto al traffico di armi nel porto, succede a Livorno e Genova, sempre a opera dei portuali, succede nelle ferrovie e succede anche che ci siano Rsu delle aziende del comparto bellico che si schierano apertamente contro il genocidio in Palestina. Il protagonismo dei dipendenti delle aziende direttamente coinvolte nella “spirale bellica” è un salto in avanti per tutto il movimento contro la guerra. Noi vediamo la necessità di sostenere questi lavoratori, di incoraggiarli, di “proteggerli”, di rafforzarli in quelle iniziative che magari oggi sembrano “piccole prese di posizione”, ma sono invece i germogli di un movimento veramente di massa e popolare. Partendo dalla tua esperienza, quale contributo può dare a questo specifico pezzo della mobilitazione quel giornalismo di inchiesta di cui sei parte? Pensiamo ad esempio alla campagna sull’obiezione di coscienza. 

L’obiezione di coscienza dei lavoratori, richiesto anche dai ferrovieri contro la guerra oltre che dai portuali è una richiesta fondamentale e rivoluzionaria. Finora i carichi vengono bloccati solo grazie a scioperi indetti qualche giorno prima dell’arrivo dei carichi, grazie a “soffiate”. Il problema è che ad esempio i ferrovieri devono comunicare lo sciopero vari giorni prima e spesso i macchinisti si trovano il carico a inizio turno, se non sono coperti da uno sciopero è molto rischioso rifiutarsi.

L’attivismo della società civile e il giornalismo d’inchiesta possono aiutare a scovare navi in arrivo, come successo in Spagna e sostenere la protesta dei lavoratori esponendoli e meno pericoli.

Il giornalismo di inchiesta inoltre ricostruisce filiere più o meno illegali di traffici, da attenzionare. Ad esempio dalle recenti inchieste su Altreconomia, una mia e una di Elisa Brunelli sono emerse due cose importanti. Il fatto che alcune aziende belliche esportano verso Israele senza autorizzazione Uama schermandosi dietro aziende civili che fungono da intermediarie. Inoltre sappiamo che dall’autunno 2023 partono grandi quantità di nitrato di ammonio e trizio verso Israele, spacciati come fertilizzanti ma di fatto sono destinati ad esplosivi. È lo stesso componente chimico che ha fatto saltare per aria il porto di Beirut. A Ravenna ad esempio c’è una grande azienda che produce nitrato d’ammonio esportandolo in tutto il mondo. Bisognerebbe indagare, così come su chi gestisce la cybersecurity dei porti e sul progetto Undersec, un progetto europeo per una tecnologia di controllo subacqueo, che sarà sperimentata nel porto di Ravenna. La cosa preoccupante è che tra i partner ci sono aziende militari israeliane come Rafael Advanced Systems, il Ministero della difesa israeliana e l’università di Tel Aviv. Tutti loro usufruiscono di fondi europei (Horizon).

Anche Francesca Albanese alcuni giorni fa su X ha ricordato alla Commissione Europea e ai partner di Undersec tra cui Ravenna, che dovrebbero sospendere ogni collaborazione con gli enti militari di Israele se non vogliono essere complici di genocidio.

4. Trattiamo fra poco della questione delle minacce comparse sul canale sionista Free4Future, ma prima di affrontare il discorso, una sollecitazione “opposta”. Il tuo lavoro di inchiesta è stato ripreso e usato da molti organismi che promuovono la solidarietà al popolo palestinese e la mobilitazione contro la Terza guerra mondiale. Si tratta di un caso in cui le inchiesta giornalistiche alimentano il coordinamento degli organismi e la mobilitazione popolare. Non è un caso se poi ti scontri con la censura, con le minacce, con la precarietà. Prima di parlare di tutti gli aspetti negativi, vorremo ragionare con te degli aspetti positivi del tuo modo di “fare giornalismo”: i risvolti nel vedere che le tue inchieste sono studiate, il loro contenuto viene usato, diventa materiale per coinvolgere e mobilitare, diventa una spinta a coordinarsi. Insomma il tuo lavoro diventa strumento di partecipazione e tu stessa, attraverso le ricerche e le inchieste, diventi parte di una rete ampia e radicata che a sua volta alimenta altre reti…

Sono molto felice del mio lavoro, che sento anche come missione e uno dei lavori più nobili al mondo se al servizio degli oppressi, di chi non ha voce e della verità. Prima di essere giornalista sono cittadina attiva, attivista per la pace e l’ambiente. Per questo il mio contatto con il mondo dei comitati è molto stretto.  Il mio ruolo come giornalista è dare voce alle lotte ambientali e contro il riarmo ma anche fare lavoro di inchiesta, scoprire cose, mettere in rete gruppi, con attenzione e in modo ben documentato, senza lasciarsi andare a retorica o invettive, e avendo sempre prove di quello che scrivo. Avere sempre ogni prova per ciò che si afferma tutela da possibili denunce, sia me sia gli attivisti. Anche se purtroppo le denunce temerarie partono anche se uno ha scritto tutto in modo corretto e documentato. Le denunce temerarie sono chiaramente a scopo intimidatorio. 

5. La censura di guerra si abbatte sul giornalismo e si manifesta anche sotto forma di precarietà e ricattabilità di coloro che non si piegano a diventare scribacchini della propaganda dominante. Tu stessa sei stata oggetto di ritorsioni nello svolgimento del tuo lavoro e il caso del canale sionista Free4Future è solo l’ultimo esempio. Ecco, parlaci di questo aspetto del tuo lavoro e si come vi hai fatto e vi fai fronte.  

Come tanti giornalisti freelance anche io sono precaria e sottopagata. La cosa che ci fa andare avanti è la passione per questo lavoro, non certo i soldi. Come dicevo prima anche io sono stata oggetto anche di denunce temerarie (le cosiddette SLAPP) e se non sei un giornalista famoso, è ancora più difficile reggere a pressioni e minacce. Anche perché dietro non hai studiato legali. Io sono stata aiutata da due associazioni meritorie, Ossigeno per l’informazione e Frontline Defenders per querele arrivate negli anni passati sul tema ambientale. Da ultimo, anche Tekapp azienda di cybersecurity italo israeliana ha annunciato sulla stampa querele in arrivo. Io, un altro giornalista di Modena e vari attivisti, avevamo raccontato quello che la stessa Tekapp aveva scritto di sé nel sito. Cioè il legame di Tekapp con la divisione 8200 dell’esercito israeliano, legame sbandierato e usato dall’azienda a fine promozionale finché faceva comodo, poi solo recentemente epurato dal sito. 

È orwelliano, la memoria è reato. 

Quindi noi che abbiamo mantenuto gli screenshot, a loro parere, stiamo diffamando. 

Tekapp e la gemella società benefit Tek8200 lavorano tuttora in stretto collegamento con Cilynx, (Alex Peleg fondatore di Cilynx è nel team tecnico scientifico di Tekapp). Cilynx è una azienda israeliana di Cyber intelligence e vanta di avere esperti da unità speciali dell’esercito e dai servizi segreti israeliani. D’altra parte è noto che le startup tecnologiche in Israele sono fondate da veterani dell’esercito e il collegamento tra ambito civile e militare è strettissimo. 

Per questa inchiesta, il canale sionista F4F mi ha presa di mira con vari post diffamatori, rilanciati da Israele senza Filtri, che mi accusano di essere addirittura filo nazista, antisemita, di voler cacciare gli ebrei e di essere pagata da Iran, Cina, Qatar. Israele senza Filtri ricordiamolo, fa sondaggi sull’opportunità di provvedere a omicidi extragiudiziali di attivisti pro Palestina. Non sono stata attaccata solo io ma gli attivisti di Modena per la Palestina e Flavio Novara giornalista di Alkemianews.

6. La censura di guerra è una questione collettiva, che riguarda tutto il movimento popolare e collettivamente va trattato. Come lo sta affrontando e trattando quella parte di giornalisti che ne sono colpiti? Esistono specifici spazi di confronto e forme di organizzazione? 

La censura più o meno velata esiste, ed è molto forte anche nella stampa. Il doppio standard è evidente, si empatizza con l’Ucraina, si fanno sanzioni alla Russia ma non con si fa nulla per fermare Israele, né sanzioni né niente. L’empatia verso la sofferenza del popolo palestinese da parte dei media mainstream è bassa, si utilizzano linguaggi asettici, veicolando all’opinione pubblica che il massacro di innocenti è quasi autorizzato o comunque un male minore, per la lotta al terrorismo. Come se i palestinesi fossero umani di serie b, avvallando una pericolosa visione colonialista e razzista. Ma spesso i giornalisti non sono d’accordo. C’è chi come Raffaele Oriani si è licenziato per protesta dal Venerdì di Repubblica. In tutta Italia ci sono sempre più giornalisti insoddisfatti verso i diktat delle redazioni. Per questo ci siamo organizzati nel gruppo Operatori informazione per Gaza. Ci scambiamo informazioni e facciamo rete, segnaliamo articoli scorretti, a Roma a fine giugno abbiamo fatto un sit in, per ricordare i nostri colleghi palestinesi uccisi. Perché se noi viviamo nel precariato, nel mobbing e rischiamo denunce, i nostri colleghi in Palestina vivono tra le bombe e la fame e rischiano letteralmente la vita, presi di mira con precisione per il loro essere giornalisti. In Palestina oltre 237 giornalisti sono stati uccisi dall’ ottobre 2023.

7. Un’ultima domanda Linda: tu sei anche nota per il tuo impegno a favore dell’ambiente e contro la devastazione del territorio. Come si lega la lotta alla guerra con l’impegno per l’ambiente sul tuo territorio e, in generale, quale sinergia possiamo mettere in campo per creare una superiore convergenza fra questi due temi?

Sono strettamente legati, la guerra è la prima causa di distruzione, contaminazione, e contribuisce enormemente alle emissioni climalteranti. La guerra poi si scatena spesso per accaparrarsi fonti fossili. I carri armati e le bombe hanno distrutto e contaminato tutto a Gaza come in ogni scenario di guerra. Israele da anni usa defoglianti e erbicidi alle frontiere con Gaza, per distruggere ogni albero o vegetazione, esattamente come facevano gli Usa in Vietnam. In Cisgiordania i coloni abbattono ulivi e ogni tentativo di agricoltura. La guerra devasta non solo dove si scatena ma anche dove si prepara. Poligoni di tiro, basi militari, di cui in Italia siamo pieni. In Sardegna le esercitazioni hanno contaminato terre e pastori in modo irrimediabile con uranio impoverito e torio. A San Piero a Grado vogliono costruire una base sulla pineta abbattendo alberi. Addirittura è stato recentemente approvato un emendamento al dl infrastrutture che accorcia le procedure per le valutazioni impatto ambientale per le infrastrutture strategiche a livello militare. 

Ma per un altro aspetto la guerra è devastante per ambiente. Perché spinge le aziende (come quelle del settore automotive in crisi) a fare la conversione bellica (carri armati o mezzi aerei) anziché ad una conversione ecologica (mezzi pubblici e bici). 

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