Mentre il governo Meloni fa di tutto per aumentare le spese militari, dati emergenti dimostrano plasticamente che il riarmo è un affare per pochi e una trappola per lavoratori e masse popolari. A testimoniarlo il dossier “Europa a mano armata” recentemente pubblicato da Sbilanciamoci, che ha il pregio di smascherare gli effetti economici, sociali e ambientali delle politiche di riarmo. Un dossier che contiene anche una serie di misure e di soluzioni alternative alla spirale di guerra e riarmo verso cui la classe dominante conduce il nostro paese.
Il costo del riarmo
La spesa militare crescente, non solo alimenta la spirale di guerra, ma impoverisce e devasta ulteriormente il paese. Pochi giorni fa il vertice Nato all’Aia ha ratificato il dirottamento del 5% del Pil dei paesi aderenti al riarmo. Per l’Italia questo implica una previsione di spesa di oltre 100 miliardi di euro da destinare alla difesa. Una spesa che, scopriamo dal dossier, va a sommarsi al già alto investimento militare: ai quasi 35 miliardi previsti dalla legge di bilancio (più di 31 miliardi previsti per il ministero della difesa e altri collaterali) e agli oltre 73 miliardi già usati annualmente per programmi di rafforzamento di aeronautica, marina ed esercito.
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Il governo italiano dove troverà questi fondi? Dall’aumento di debito pubblico investito in armamenti e difesa, a scapito dei servizi essenziali, e dagli ulteriori tagli ai servizi pubblici e di tutela ambientale. Ma c’è di più. Nel Libro bianco della difesa, presentato il 19 marzo 2025, la Commissione europea ammette candidamente che l’aumento degli investimenti pubblici che opereranno i vari stati sarà fondamentale ma insufficiente. Motivo per cui sarà decisivo indirizzare i risparmi dei cittadini europei verso l’industria di armi, tramite strumenti ad hoc che smuovano i risparmi bancari in questa direzione e che leghino i fondi pensionistici alla filiera bellica.
Un esempio sono la cartolarizzazione dei mutui, meccanismo che consente di trasformare un credito in un titolo da investire proprio nell’industria bellica. La base cioè di nuove bolle speculative che hanno l’obiettivo di far pagare ancora una volta alle masse popolari le politiche di guerra. Insomma Oro alla patria, come se già le masse popolari del paese non avessero pagato a sufficienza gli effetti della guerra per procura che la Nato opera contro la Federazione Russa.
Tutto questo per un ritorno occupazionale? Manco per sogno.
Un altro studio redatto da Sbilanciamoci, “L’abbaglio del riarmo per l’occupazione”, dimostra che i lavoratori non traggono nessun vantaggio dalla riconversione bellica. Le fabbriche riconvertite alla produzione bellica offrono infatti posti di lavoro precari, legati alle commesse militari, e di molto inferiori ai numeri propagandati, oltre a costringere gli operai al ricatto inaccettabile: lavorare per la guerra o morire di fame.
Ci sono anche ulteriori costi legati alla macchina bellica di cui il dossier si occupa con un approfondimento sull’impatto ambientale e sulla salute dei cittadini delle politiche guerrafondaie, che sono ampi e devastanti. Anche solo limitando il ragionamento alle basi militari operanti nel territorio nazionale, gli effetti più immediati sono: depauperamento delle risorse naturali, di cui la base di Sigonella è un esempio eclatante con un consumo annuo di acqua pari a quello di una città medio-grande in smacco ai razionamenti quotidiani a cui sono sottoposte invece le masse popolari del territorio; inquinamento del suolo con effetti gravi sulla salute, in particolare per quelle basi in cui si fanno esercitazioni militari, di cui sono esempio i poligoni di Salto di Quirra, Capo Frasca e Teulada in Sardegna dove il numero di tumori tra i militari e la popolazione civile è altissimo; consumo di suolo e cementificazione, a maggior ragione aggravate dal fatto che le basi militari sorgono principalmente in zone altamente protette e riserve naturali, aggravando la cementificazione e gli effetti che questa ha nei territori.
A fronte di dettagliate inchieste e denunce messe a disposizione in questo dossier, la rete Sbilanciamoci si è spinta anche nella ricerca di soluzioni politiche ed economiche, per una diversa gestione della politica interazionale e nazionale.
In una simulazione la campagna Ferma il riarmo mostra cosa si potrebbe ottenere usando ad esempio i fondi oggi destinati alla difesa per i servizi pubblici e a sostegno del lavoro. Anziché essere riconvertita al militare, l’industria dell’automotive può produrre canadair per gli incendi, elisoccorsi, apparecchiature per Tac invece che cacciabombardieri e apparecchiature militari. Con la spesa di un cacciambombardiere si possono garantire 6.500 residenze universitarie gratuite; con la spesa di un carro armato Ariete si possono acquistare 597 apparecchiature Tac, con la spesa di un cingolato leggero si possono acquistare 224 ambulanze, con la spesa di un sottomarino si possono assumere 8.000 infermieri per 5 anni. E così via.




Uno scenario del tutto realizzabile in un paese che investe, prosegue il dossier, in diplomazia e sicurezza comune imperniata sul ruolo delle Nazioni unite, su una politica di coesistenza e pacificazione tra stati. Tra le politiche proposte quindi quelle di pressione diplomatica verso lo stato criminale di Israele, sospendendo immediatamente l’accordo di associazione tra Europa e Israele in virtù della violazione del diritto internazionale, la sospensione dei rapporti diplomatici dei singoli stati con Israele e del rifornimento di armamenti.
Politiche che la rete Sbilanciamoci come quella Stop rearm Europe stanno promuovendo attraverso la valorizzazione e mobilitazione delle tante realtà locali e nazionali aderenti, mettendole in rete e rafforzando la spinta dal basso perché vengano attuate.
Un movimento che può cambiare il paese
Non sarà certo il governo Meloni ad attuare queste misure politiche ed economiche. Non sarà il governo che rende carta straccia la Costituzione a invertire la rotta. Serve quindi pensare seriamente a un’alternativa di governo da dare al paese. Un governo che finalmente applichi gli articoli 11 e 41 della Costituzione, che sanciscono il ripudio della guerra e l’indirizzo dell’economia verso l’utilità sociale.
Il programma di un simile governo esiste già ed è quello che vive nelle piazze, nelle iniziative come quella di Sbilanciamoci, nelle lotte di chi si oppone alla guerra e al riarmo. Anche le realtà che se ne fanno promotrici esistono e sono molte: tutte quelle che si stanno adoperando per fare inchiesta, per denunciare politiche criminali, per trovare soluzioni e per mobilitare le masse popolari del paese contro la guerra.
È da queste realtà che deve emergere l’alternativa di governo, dall’unione delle loro forze. Le mobilitazioni di piazza, i comitati, le realtà sociali e sindacali devono diventare la spina dorsale di una battaglia per imporre un governo che attua la Costituzione, che mette al centro il disarmo, il lavoro e il benessere delle masse popolari italiane e del mondo. Servono adesso più che mai azioni e iniziative che concretamente fermino la guerra e costruiscano l’alternativa di governo del paese dal basso, come già stanno facendo i lavoratori in sciopero, le migliaia di persone che si mobilitano riempiendo le manifestazioni e che promuovono iniziative di inchiesta, denuncia e informazione, di solidarietà e boicottaggio; come stanno iniziando a fare anche esponenti di amministrazioni locali che rompono con l’andazzo del governo centrale, riconoscendo la Palestina e sospendendo accordi con lo stato criminale di Israele.
L’articolo 1 della nostra Costituzione afferma che la sovranità appartiene al popolo. Il movimento contro la guerra e il riarmo può affermare la sua sovranità ed essere la base di un governo di alternativa, un governo della Costituzione e partigiano.
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