Le immagini che arrivano nelle ultime settimane dagli Usa mostrano un paese a ferro e fuoco. Un paese in cui la ribellione delle masse popolari si combina con la crisi politica alimentando la guerra per bande, tra fazioni e gruppi di potere. Situazione che, nonostante il quasi silenzio piombato nei media, è tutt’altro che conclusa.
Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha dato una decisa accelerata alla campagna di arresti e deportazioni di immigrati. A metà maggio i detenuti in mano alla Ice, agenzia federale deputata a questa operazione, erano 49.000. Un’accelerata, che ha portato a superare il numero di detenzioni e rimpatri collezionati dall’amministrazione Biden (170.590 nel 2023) e con cui Trump prova a dare un segnale di forza nel paese a fronte di uno scenario internazionale che mostra il declino del ruolo degli imperialisti Usa nel mondo. L’ennesima misura che però si è ritorta contro la sua amministrazione, scatenando proteste e insubordinazione in tutto il paese.

Il principale focolaio da cui si è sviluppata la protesta è stata la California, primo stato Usa per percentuale di immigrati residenti. Le retate condotte dall’Ice sono avvenute principalmente nei luoghi di lavoro. Proprio da qui gruppi di lavoratori hanno iniziato ad opporsi agli arresti e alle deportazioni, attraverso la mobilitazione del sindacato Seiu (Service Employees International Union California) e di una coalizione di sindacati che si sono organizzati per rispondere alle retate attivando delle reti di intervento a difesa degli arrestati.
È stato proprio il fermo violento del leader del sindacato Seiu, che in California contra 750.000 iscritti, una delle scintille che ha dato il via alle proteste di piazza a Los Angeles. Si è così creata una situazione in cui si combinano la mobilitazione dei lavoratori, il blocco di intere filiere produttive (edilizia e agricoltura in particolare) dovute alla necessità di nascondersi dei lavoratori immigrati – che sono il 34% della popolazione in California – e una protesta di massa che si è estesa con parole d’ordine come “Fuck the Ice”.
In risposta alle proteste che sono divampate nella città, il governo centrale ha deciso di schierare 4.000 unità della guardia nazionale e 700 marines. La situazione è quindi ulteriormente esplosa, con l’istituzione del coprifuoco e centinaia di arresti, e si è presto estesa ad altre città degli Usa: San Francisco, New York, Austin, Dallas, Huston e molte altre. In molti casi con il ruolo attivo di organismi sindacali, come ad esempio l’Iam, International Association of Machinists. Anche coprifuoco, arresti e repressione di piazza si sono estesi: nello stato di Washinton è stato dichiarato lo stato di emergenza, in Texas è stata mobilitata la guardia nazionale, a Las Vegas, New York, nel Missouri e si estendono le manifestazioni dichiarate illegali e proiettili di gomma sono stati sparati su manifestanti e giornalisti.
La mobilitazione per fermare gli attacchi alla popolazione immigrata si è inoltre presto combinata a quella in solidarietà alla Palestina, la cui repressione negli scorsi mesi è passata anche attraverso la revoca del permesso di soggiorno e il rimpatrio di oltre 800 studenti attivi in questa mobilitazione (nei soli primi tre mesi dell’anno).
Per il 14 giugno quindi, giorno in cui il governo centrale ha organizzato una parata militare in occasione della ricorrenza del 250esimo anno della nascita dell’esercito americano, si sono tenute in tutto il paese oltre 2.000 manifestazioni e iniziative con più di 5 milioni di persone coinvolte. Manifestazioni che sono state promosse dalla rete No Kings, una rete costituita da oltre 100 organizzazioni che spaziano dal mondo politico, sindacale, civile fino alla rete di solidarietà alla Palestina e alle organizzazioni che si mobilitano per la crisi climatica.

Particolarmente caldi sono i fronti degli stati governati da democratici, in cui la mobilitazione ha fatto emergere con più forza la guerra tra i due gruppi di potere. Così in California lo scontro tra governo locale e governo centrale si è manifestato con la querela fatta dal governatore californiano Gavin Newsom e dal procuratore generale della California Rob Bonta al governo centrale per bloccare l’invio dell’esercito nella città di Los Angeles. Anche la sindaca di Los Angeles ha fortemente criticato l’operato del governo centrale, imputando al suo intervento la situazione di caos creata nella città. Di tutta risposta Trump ha minacciato l’arresto del governatore, ottenendo la reazione dei governatori democratici di altri stati e alimentando lo scontro in atto. Martedì 17 giugno ad esempio a New York gli agenti anti immigrazione dell’Ice hanno arrestato il candidato sindaco democratico Brad Lander, colpevole di avere chiesto di visionare il mandato d’arresto durante una retata.

Una situazione quindi esplosiva, in cui l’attacco alla popolazione immigrata si è andato a sommare ai crescenti effetti della guerra di sterminio condotta dalla borghesia imperialista Usa sulle masse popolari americane. Una guerra che conta quasi 6.000 morti sul lavoro all’anno, 42.926 morti nel 2023 per sparatorie e armi da fuoco (prima causa di morte tra bambini e adolescenti), 75.000 morti all’anno per abuso di oppioidi sintetici e medicinali. Un paese in cui la terza causa di morte è la malasanità, in cui quasi 30 milioni di persone (senza contare gli immigrati irregolari) sono escluse dal sistema di assicurazioni sanitarie e in cui la prima causa di morte sanitaria è quella cardiovascolare (941.000 morti nel 2022), dovuta all’elevato costo del cibo sano (in molte città il costo dell’acqua è superiore a quello della Coca cola) e all’assenza di un sistema sanitari pubblico. Un paese inoltre in cui fenomeni atmosferici e naturali stanno diventando sempre più catastrofici per le masse popolari (vedi quello che è accaduto l’anno scorso con gli incendi proprio in California).
In questo contesto la mobilitazione dei lavoratori e delle masse popolari è sempre più diffusa e capillare e si sviluppa anche attraverso milizie civili organizzate per la difesa dei diritti in opposizione ai governi centrali.
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Situazione incandescente a cui si combina la crisi politica e la guerra interna tra gruppi di interesse: solo nell’ultimo periodo l’istituzione dei dazi verso Cina ha scatenato una lotta per bande senza esclusione di colpi che ha costretto Trump a fare immediata marcia indietro.
Insomma, gli imperialisti Usa faticano a trovare soluzioni: provano a far fronte alla guerra civile e alla crisi politica interna alimentando la guerra di rapina in politica estera, ma devono fare i conti con la perdita crescente dell’egemonia Usa in campo politico, militare ed economico e la serie di sconfitte e fallimenti che stanno collezionando. Dalla sconfitta militare in Ucraina e negli altri scenari di guerra da cui sono fuggiti, passando per quella economica dei dazi con la Repubblica Popolare Cinese, fino alla dedollarizzazione di crescenti paesi e dell’allargamento dei Brics, ogni passo che fanno, internamente ed esternamente, alimenta la guerra civile nel paese. Il principale tallone d’Achille degli imperialisti Usa però è rappresentato proprio dalle masse popolari e dalla loro crescente ribellione.
Gli Usa sono un gigante dai piedi di argilla: sembrano un potente colosso, ma sono in realtà fragili e destinati a crollare, minati proprio al loro interno.
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Cosa dice a noi la guerra civile negli Usa?
Gli Usa rappresentano uno dei centri del sistema imperialista mondiale. Ciò che succede negli Usa ha dirette ripercussioni su ciò che succede negli altri paesi imperialisti e nel resto del mondo. E questo è soprattutto vero in Italia, paese in cui fin dal 1945 si sono installati con proprie forze armate e sono intervenuti costantemente nella vita economica, politica e sociale, facendone uno dei principali avamposti Nato del mondo.
Per fermare il coinvolgimento del nostro paese nelle guerre della Nato, fermare l’economia di guerra e gli effetti che ha sulle masse popolari; per applicare davvero la Costituzione del 1945 e il ripudio della guerra che ne è pilastro dobbiamo liberare il paese dalla sottomissione alla Nato.
La debolezza degli imperialisti Usa indebolisce tutto il sistema di potere del nostro paese e ci dice che vincere è possibile; che è possibile farla finita con la NATO e l’occupazione militare del nostro paese. Che è possibile sviluppare e portare a compimento una vera e propria lotta di liberazione, approfittando della crisi interna degli Usa.
Lotta di liberazione che deve partire da ogni territorio e convergere in ampio e dispiegato fronte contro la guerra, a cui lavorare con pazienza, dedizione, alimentando la solidarietà, superando gli steccati del settarismo e della concorrenza e sviluppando sempre di più il coordinamento. La mobilitazione crescente contro la guerra nel paese può e deve alimentare e sostenere questa lotta di liberazione.






