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Dalle piazze del 21 giugno. Costruire un fronte ampio e unitario per fermare la guerra

Agenzia Stampa - Staffetta Rossa by Agenzia Stampa - Staffetta Rossa
Giugno 26, 2025
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Il 21 giugno è stata una giornata di mobilitazione generale contro la guerra e il riarmo a Roma. Si è cominciato al mattino con l’assemblea nazionale del Coordinamento nazionale No Nato per poi proseguire nel pomeriggio con due manifestazioni, da un lato la piazza Stop Rearm indetta da una variegata rete di organizzazioni sociali, sindacali e politiche e dall’altro la piazza “Disarmiamoli” indetta da Potere al popolo e dalle organizzazioni di massa ad esso collegate.

Il Partito dei Carc in linea con quanto indicato nel Comunicato della Direzione Nazionale del 11 giugno ha portato il suo contributo e intervento in forme diverse a entrambe le mobilitazioni.

Il contenuto della nostra partecipazione ha messo al centro il fatto che non è il momento in cui ragionare meramente di numeri delle mobilitazioni perché non saranno questi a “convincere” il governo Meloni e i guerrafondai di questo paese a fermare il riarmo, ritirare il coinvolgimento dell’Italia dalle guerre in corso e reinvestire quanto stanziato per le armi e la guerra in servizi sociali, lavoro e diritti. Queste mobilitazioni devono essere occasioni per alimentare l’organizzazione e la partecipazione di sempre più lavoratori, studenti, pensionati, precari e disoccupati alla lotta in corso e soprattutto a contribuire attivamente a sviluppare il movimento unitario, di massa e popolare contro la Terza guerra mondiale. Imparare a combinare le iniziative dei promotori delle marce pacifiche e delle fiaccolate con le azioni militanti, valorizzare tanto le comunità dei cattolici di base che gli organismi giovanili di movimento. Valorizzare il contributo di tutti.

Con i nostri volantini, gli slogan, gli interventi e la nostra partecipazione abbiamo ribadito la necessità di sviluppare il carattere unitario del movimento popolare contro la guerra e respingere tutte le manovre sporche, anche quelle travestite da misure necessarie “per il rispetto della legalità”, a cui il governo dei nostalgici del Ventennio farà ricorso nel tentativo di dividerlo tra buoni e cattivi e soffocarlo.

Di seguito il racconto delle due mobilitazioni e anche le voci che l’Agenzia Stampa “la staffetta rossa” ha raccolto tra i manifestanti.

Dalla manifestazione Stop Rearm

La piazza ha visto l’adesione di oltre 500 sigle e una partecipazione di oltre 50mila manifestanti. Grandi spezzoni dell’Arci, un settore della Cgil, il gruppo Insorgiamo della Gkn, di Multipopolare (OttolinaTV), associazioni di area cattolica e di organizzazioni come il PRC, FGC, P.Carc, PCL e Operai contro.

Queste ultime organizzazioni hanno alzato il livello di combattività delle parole d’ordine e degli slogan in una piazza che era comunque apertamente schierata contro il genocidio in Palestina, il riarmo del nostro paese e le politiche guerrafondaie dei sionisti, della Nato e della Ue. In piazza anche esponenti del mondo politico come Conte, Bonelli, Fratoianni, De Magistris, Santoro, Acerbo e altri.

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Il P.Carc in questa piazza ha organizzato un suo spezzone. Le parole d’ordine principali erano quelle della solidarietà incondizionata con la resistenza palestinese e con i paesi del Medioriente in guerra contro i sionisti, gli Usa e i gruppi imperialisti Ue come Libano, Yemen e Iran. La costruzione di un fronte contro la guerra ampio e unitario che parta dai luoghi di lavoro e si diffonda in tutto il resto del paese.

Non è mancata la contestazione a Conte e ad altri capi del cosiddetto “campo largo” perché dimostrino con azioni concrete e non solo a parole il loro posizionamento contro la guerra e il riarmo: dalla paralisi del parlamento alla votazione a livello locale di delibere che tolgono agibilità commerciale, politica e istituzionali ai sionisti e ai loro servi.

Maria Chiara Panesi, Arci Nazionale, ha spiegato che la mobilitazione è stata il risultato di un lavoro lungo e faticoso che ha raccolto oltre 500 tra associazioni e organismi che vi hanno aderito. Uno sforzo unitario e largo per portare avanti parole d’ordine molto semplici ma nette come “stop al genocidio”, “stop alla corsa al riarmo”, “contro l’imperialismo di Israele” e “stop alla terza guerra mondiale a pezzetti”. Ci ha spiegato che vede questo momento come l’inizio della costruzione di un fronte, pacifista, unitario e ampio che parli di come si costruisce e come si organizza la pace. Le attuali politiche dei governi, ha continuato, ci impongono un salto di qualità da questo punto di vista.

A domanda diretta sul perché due manifestazioni ha specificato che intanto il fatto che ci si sta riprendendo le piazze e le strade del paese è un segnale importante. Ha poi aggiunto che nonostante non siamo più abituati a creare convergenze bisogna fare ulteriori sforzi su questo percorso. Il 21 giugno da questo punto di vista va concepito come un inizio e non come la fine di un percorso unitario. Davanti alla guerra che avanza non c’è alternativa diversa dalla costruzione dell’unità e della convergenza. Questo vale anche per misure del governo Meloni come il DL Sicurezza, vertenza anche quella rappresentata nella piazza del 21 giugno.

In piazza è sceso anche Flavio Maestri, un operaio di Reggio Emilia, che ha deciso di spontaneamente di scendere in piazza a Roma con la sua famiglia munito di striscione e megafono. Il compagno ci ha spiegato che siamo nel pieno della terza guerra mondiale e che è necessario mobilitarsi tutti con forza, con spirito unitario e di lotta. Serve creare tanti più momenti di partecipazione e di lotta per fermare queste politiche di guerra.

Abbiamo intervento Gemma di Per il clima-fuori dal fossile. La guerra è anche scontro per accaparramento dell’energia che alimenta un sistema che produce iniquità. Non è l’utilizzo delle armi, dello sfruttamento dell’ecosistema a degli uomini e donne. La manifestazione ha avuto il pregio di essere unitaria e ampia. Sarebbe stato meglio che la convergenza fosse ancora più ampia ma si può sempre recuperare e ripartire con questo spirito trovando nuove alleanze e spinte di convergenza. Ha sottolineato che in particolare la contraddizione tra pace, lavoro e salute da un lato contro guerra, disoccupazione e inquinamento va ribaltata in luogo di una società più equa e giusta che abbiamo il compito di costruire. Su questo, ribadisce, serve costruire la massima convergenza.

Abbiamo poi intervistato Claudio Grassi, portavoce nazionale di Disarma, che ha spiegato come la sua associazione sia contraria a guerra, genocidio e politiche guerrafondaie. Sono per l’investimento massimo di fondi per i diritti sociali e contro il riarmo. Ha ritenuto sbagliata ogni posizione divisiva nel movimento contro la guerra del nostro paese, bisogna confrontarsi e mobilitarsi insieme pur rimanendo ciascuno della sua idea. Questo perché la crescita del movimento contro la guerra trova anche la risposta accanita e repressiva del governo Meloni con il Decreto Sicurezza che richiede una risposta adeguata, forte e convergente di tutti quelli che oggi vogliono la pace.

Dario Carotenuto, parlamentare del M5S, ha detto che questa manifestazione con cui si è urlato in faccia al governo la necessità di pace e stop al riarmo è estremamente importante. Rispetto alla doppia manifestazione ha detto che a suo avviso è legittimo tutto se va negli interessi generali, ha però sottolineato che la tendenza a sinistra a fare i più puri degli altri per epurare chi non è d’accordo è un problema con cui fare i conti. Su temi così fondamentali bisogna cercare di essere sempre più uniti. Rispetto alle politiche repressive del governo Meloni ha detto che come M5S stanno facendo ogni pressione perché venga rigettato da Mattarella ed è fiducioso che in ogni caso la Corte costituzionale lo stravolgerà perché completamente incostituzionale. Ma oltre all’iter parlamentare e istituzionale è necessario organizzarsi con forza contro queste politiche liberticide e repressive nelle piazze e con la mobilitazione.

Dalla manifestazione “Disarmiamoli” di Potere al popolo

A questa mobilitazione hanno partecipato circa 10mila manifestanti. C’è stata una grande partecipazione di USB e dei lavoratori iscritti al sindacato oltre che della componente studentesca di Osa e Cambiare rotta. Le parole d’ordine erano anche in questo di lotta contro il genocidio, solidarietà con il popolo palestinese e stop al riarmo ma con un maggiore peso dato ai temi del lavoro, dei salari, dei diritti sociali e delle varie battaglie in corso contro le politiche del governo Meloni. Anche in questo caso abbiamo raccolto interviste e voci dalla piazza.

Claudio Mariotti, vigile del fuoco USB, ci ha spiegato di essere in piazza contro gli investimenti di guerra perché penalizzano i servizi sociali come per l’appuntamento quello dei vigili del fuoco che non solo fanno il loro lavoro quotidiano. Servizi che tra l’altro vengono usati a uso e consumo dei governi, ha spiegato che i vigili del fuoco sono ambasciatori Unicef e intervengono in varie zone del mondo a difesa dei bambini, questa cosa però non è valida per Gaza o per altre guerre imperialiste per cui si inviano armi, soldati ma non i vigili del fuoco a difesa dei bambini che invece devono restare a casa. Per questo i vigili del fuoco USB manifestano ovunque contro la guerra legando questa battaglia alla carenza di strumenti, diritti e mezzi in cui sono costretti a lavorare. Rispetto alle due piazze divise ci ha detto che a suo avviso l’unità in una fase di guerra del genere è un principio decisivo e fondamentale.

In termini pratici ha spiegato che i vigili del fuoco si sono rifiutati di prestare servizio presso gli scarichi e carichi di armi nei porti e nei siti dove si svolgono, così come fatto dai portuali, dagli operai della logistica e da altre categorie di lavoratori. Hanno in corso una campagna, con il sostegno di Emergency, per la sicurezza sul lavoro rispetto ad alcuni materiali con cui vengono fabbricate le giacche dei vigili del fuoco che stanno causando tumori e morte nella categoria. Chiede che tutte le altre organizzazioni sindacali aderiscano a questa campagna.  

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Michele Frullo di Usb trasporti ha spiegato di essere in piazza per la Palestina e contro il genocidio perpetrato da Israele. In una fase di crescita della povertà anche tra chi lavora i soldi non vanno spesi per le armi e per la guerra ma per sostenere socialmente i lavoratori e implementare i diritti sociali. In queste mobilitazioni il numero è importante e anche la necessità di un ampio fronte di lotta alla guerra e al riarmo. Tutte queste esplosioni di guerre in Medioriente preoccupano tutti. Dobbiamo far sì che anche la Spagna e altri paesi si tirino fuori dal sostegno a Israele e al genocidio che sta promuovendo, questa la cosa che dovrebbe fare un governo intelligente. I lavoratori devono proseguire con scioperi e mobilitazioni per avanzare su questa strada.

Un gruppo di lavoratori di USB Autisti riuniti ci hanno detto che i lavoratori devono concepirsi come sindacalisti di sé stessi, lottare in prima persona come hanno fatto i nostri nonni prima di noi. Tutti devono lottare e mobilitarsi. Ci ha spiegato che si stanno coordinando come camionisti con altri lavoratori, in particolare quelli dei porti di tutta Italia, per evitare che le navi di armi attracchino e allo stesso tempo per imporre salari dignitosi e condizioni di sicurezza sul lavoro migliori, solo tra i camionisti ci sono 40 morti al mese tra incidenti stradali, malori e trovati morti in cabina nei mezzi. Lavorano in queste condizioni nonostante sia la categoria con più lavoratori occupati, più fatturazione e che fa girare di più l’economia nel paese.

Gianluca Sabella, USB-Stellantis Atessa, ha detto di essere in piazza con i suoi colleghi per un salario e uno stipendio adeguato. Ad Atessa la produzione del Ducato è molto calata perché è stata spostata in parte in Polonia e non si sa fino a che punto lo stabilimento resterà in piedi. Servono diritti sociali come la casa, la salute e soprattutto lotta alla povertà tra i lavoratori. Lottare per questo significa anche lottare per la Palestina libera e contro la guerra. Per fare questo ci vorrebbe una superiore unione sindacale perché non tutti i sindacati stanno chiedendo le stesse cose, è necessario combattere con le misure di Stellantis che non vuole più produrre auto in Italia.

Luca operaio USB della Softlab di Caserta ci ha raccontato della vertenza che sta portando avanti con i suoi colleghi a seguito del fallimento della Jabil per cui a dicembre finirà anche la cassa integrazione. Ha detto di aver scioperato il giorno prima e di dover moltiplicare le lotte e le mobilitazioni contro questo Stato che nulla fa per i lavoratori e né tanto meno per fermare la guerra. L’unica strada è lottare, bloccare tutto e ribaltare la situazione a favore degli operai.

Antonio Samarica Rsa callcenter Taranto, ha detto di essere in piazza in solidarietà con la Palestina e contro il riarmo e il coinvolgimento del nostro paese in questa guerra. Rispetto alle due manifestazioni divise del 21 giugno ha detto che è stato un errore, bisogna fare ognuno un passo indietro e fare una battaglia comune. Ora bisogna continuare localmente con presidi, manifestazioni e parlando sui luoghi di lavoro del genocidio e della lotta al riarmo. La solidarietà e la difesa dei diritti sociali sono un’arma potente per promuovere mobilitazione e coscienza tra i lavoratori.

I lavoratori di tutta Italia, ha continuato, devono seguire l’esempio di tutti i lavoratori che si mobilitano contro il governo Meloni, ad esempio come fatto a Bologna con il blocco della tangenziale il 20 giugno. Le politiche securitarie e repressive di questo governo devono avere come risposta la ribellione e la disobbedienza organizzata. Ci ha spiegato che ora a Taranto stanno provando a convocare una manifestazione unitaria davanti alla Leonardo di Grottaglie in cui si propongono anche di solidarizzare ed essere vicini ai lavoratori della Leonardo che in quel caso sono anche in mobilitazione per carenza di commesse e lavoro.

Abbiamo poi sentito Bruno Sante ed Emanuele Palmisano, dell’Ilva di Taranto, che ci hanno espresso la necessità di promuovere piattaforme e campagne unitarie tra lavoratori contro la guerra e per i diritti dei lavoratori. A livello territoriale stanno cercando di trovare una quadra per l’Ilva e gli enormi disagi che questa situazione sta generando a Taranto. L’economia tarantina viene incentrata su questa grande fabbrica ed è necessario trovare alternative. Ci stanno ragionando anche insieme ad altre associazioni e realtà locali. Hanno chiuso dicendo che tra le forme di lotta da mettere in campo la disobbedienza al DL Sicurezza è necessaria perché è un ostacolo che il governo vuole mettere alla conquista operaia dei diritti.

Antonio Sacco della Beko-Whirlpool di Caserta ci ha detto che sono in piazza per alzare i salari e abbassare i costi della vita. Questo stride con le politiche di guerra e riarmo promosse dal governo Meloni. Vediamo che c’è una sanità devastata, gente che muore e che necessita di cure ma non può riceverle perché il nostro governo preferisce investire nella guerra e nelle armi.

E adesso?
«Noi chiamiamo tutti coloro che hanno a cuore lo sviluppo del movimento contro la Terza guerra mondiale e la causa del popolo palestinese a contribuire affinché mille iniziative di base rendano ingestibile il paese al governo Meloni e a tutti gli altri partiti delle Larghe Intese che lavorano per tenere l’Italia sottomessa alla Nato, agli Usa, ai sionisti e alla Ue.
Ci sono già focolai di resistenza in tutto il paese, a partire da coloro che hanno promosso ininterrottamente la mobilitazione contro il genocidio del popolo palestinese negli ultimi due anni.

Ci sono già alcune crepe nel sistema di potere istituzionale (vedi le dichiarazioni dei presidenti dei presidenti delle amministrazioni regionali della Puglia, dell’Emilia Romagna e della Toscana rispetto alla sospensione delle relazioni con Israele, vedi le prese di posizione di molti sindaci, ecc.): bisogna insistere affinché dalle dichiarazioni di principio lo schieramento passi attraversi fatti concreti.
Ci sono piccole – per ora piccole – ma indispensabili avanguardie sui luoghi di lavoro che contrastano il traffico di armi e la militarizzazione: i portuali di Genova e Livorno, i ferrovieri contro la guerra, gli aeroportuali iscritti alla Usb, l’osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell’università. Hanno bisogno del sostegno di massa per sviluppare la loro lotta (che è la lotta di tutti!).
Bisogna essere in tanti a dare vita alla capillare mobilitazione che rende ingestibile il paese ai governi delle Larghe Intese fino a imporre un governo di emergenza popolare, un governo partigiano della pace.
Lo sbocco del movimento contro la Terza guerra mondiale è necessariamente politico perché per raggiungere gli obiettivi che si pone – non un uomo, né un soldo, né un metro di suolo per la Terza guerra mondiale – deve necessariamente arrivare al governo del paese». Tratto da Volantino per la giornata nazionale di mobilitazione contro la guerra del 21 giugno a Roma

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