Lo scorso 15 giugno sarebbe dovuta partire da Al-Arish, in Egitto, la Global March. Migliaia di attivisti provenienti da 54 paesi di tutto il mondo erano pronti a percorrere 48 chilometri a piedi fino a Rafah nel tentativo di costringere le autorità sioniste a rompere l’assedio a Gaza e permettere l’ingresso degli aiuti umanitari bloccati dallo stato genocida d’Israele.
Già dalla notte dell’11 giugno però, circa 200 persone sono state fermate all’aeroporto al Cairo dove sono state private di telefoni e passaporti. Trattenute per ore, dopo interrogatori e pressioni, molte di loro, sono state rimpatriate o dirottate in altri paesi come la Turchia.
Il giorno dopo migliaia di persone riuscite ad entrare in Egitto sono state fermate ai posti di blocco mentre cercavano di raggiungere la città di Ismailia e costrette con la forza a non proseguire.
La notte tra il 13 e il 14 giugno anche alcuni referenti internazionali, come quello canadese e svizzero, sono stati arrestati ed espulsi dall’Egitto.

Simile trattamento è stato riservato dallo stato criminale d’Israele agli attivisti della Freedom Flotilla diretti a Gaza a bordo della Madleen con aiuti umanitari quando, lo scorso 8 giugno, sono stati arrestati illegalmente in acque internazionali.
Tra questi Greta Thunberg, rimpatriata dopo qualche giorno e la deputata del Parlamento europeo Rima Hassan che dopo aver rifiutato il rimpatrio è stata trattenuta in carcere e messa in isolamento per aver scritto “Free Palestine” sui muri della cella.
Anche se la Global March non si farà, boicottata dal governo egiziano non ancora disposto a rompere i legami con il governo sionista d’Israele e con gli Usa, l’ampia mobilitazione che ha generato è manifestazione della rabbia dei popoli del mondo verso il genocidio in Palestina.
È manifestazione dell’indignazione verso le sporche manovre del governo sionista d’Israele, macellaio di bambini, donne e civili palestinesi che si riversa nelle piazze di ogni città del mondo.

La repressione dispiegata dello stato sionista non solo dimostra quanto sia una sciocchezza la definizione di “unica democrazia del Medioriente”, mostra anche quanto le manifestazioni di sostegno, simpatia e solidarietà con la resistenza palestinese siano un problema serio per Israele.
La solidarietà dei popoli di tutto il mondo con la causa palestinese ha ripercussioni dirette su Israele perché ne alimenta sia l’isolamento a livello internazionale che la crisi interna (basta guardare le decine e decine di riservisti dell’esercito che stanno rifiutando l’arruolamento).
Per questo scendere in piazza, segnalare con sudari o bandiere palestinesi balconi e finestre di edifici pubblici o privati, partecipare alle campagne di boicottaggio e consumo consapevole, organizzare momenti di studio, proiezioni di film e iniziative di approfondimento, promuovere raccolte fondi e iniziative solidali, pretendere la sospensione di ogni relazione politica, commerciale e diplomatica con Israele a livello locale e nazionale o moltiplicare in ogni luogo di lavoro lo schieramento e la mobilitazione contro Israele e la guerra sono tutte iniziative positive, importanti e in quanto tale vanno tutte sostenute e moltiplicate.
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Chiunque abbia anche solo un motivo per opporsi alla guerra e all’economia di guerra sostenuta dal governo Meloni deve partecipare alla mobilitazione nazionale di sabato 21 giugno a Roma e dargli seguito con iniziative continue in ogni territorio. Se il governo Meloni e i guerrafondai vogliono portare il paese in guerra, il paese deve fermali.
“È possibile, oltre che necessario, colpire duramente con la lotta e la mobilitazione i guerrafondai della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti USA-NATO, europei e sionisti, a partire dalle giornate di mobilitazione del 20 e 21 giugno prossimi, in particolare facendo salire di livello (quantità e qualità) le iniziative in solidarietà con il popolo palestinese e per fermare la Terza guerra mondiale”. Il (n)PCI ha fissato alcune misure immediatamente attuabili per alimentare questa lotta – Leggi l’intero comunicato”.






