Martedì 6 maggio, a Napoli, oltre duemila manifestanti hanno riempito piazza Municipio contro l’amministrazione PD-M5S e il sindaco Manfredi. Il motivo della mobilitazione, chiamata Not in my name, era la solidarietà alla ristoratrice Nives Monda e la sua Taverna Santa Chiara oggetto di un attacco di provocatori sionisti e messa alla gogna per il suo netto schieramento dalla parte del popolo e della resistenza palestinesi. Attacco coperto dall’amministrazione Manfredi generando l’indignazione generale. Ma andiamo con ordine.
Tutto è iniziato quando due turisti israeliani, Geula e Raul Moses, hanno pubblicato dei video in cui urlavano all’interno della Taverna di quanto la ristoratrice fosse una razzista e antisemita. Dal video ovviamente non emerge nulla di quanto questi soggetti hanno blaterato il giorno dopo sui giornali, che in ogni caso non hanno perso l’occasione per ricamare sull’accaduto. Anche il sindaco Manfredi e l’assessore Armato hanno pensato bene di schierarsi con i due turisti e addirittura di portarli a spasso per Napoli a visitare i musei gratis.
Peccato che solo poche ore dopo è emerso che i due non siano nuovi a queste provocazioni (mesi addietro fecero lo stesso a Bari) e che tutte le favolette sui motivi per cui fossero in Italia (i festeggiamenti della laurea di lei) erano balle, dato che hanno partecipato a diversi incontri ufficiali di associazioni e fondazioni riconducili ai sionisti e a Israele. Quindi si è trattato di una vera e propria provocazione portata all’interno di un locale aderente alla campagna “Spazi liberi dall’apartheid israeliana” (SPLAI) promossa dal movimento BDS, con tanto di locandina affissa all’interno.
A quel punto diversi gruppi social e Telegram di sostenitori dei sionisti si sono scatenati e hanno lanciato, anche grazie al sostegno mediatico e della giunta Manfredi, una “shit storm” verso la ristoratrice minacciata di morte, di stupro e di varie amenità simili.
In contemporanea sono stati centinaia i messaggi di solidarietà alla Taverna Santa Chiara. Nel giro di poche ore il tam tam è arrivato a convocare una manifestazione per il giorno dopo a Piazza Municipio, davanti al Comune di Napoli, per chiedere le dimissioni della giunta Manfredi ed esprimere solidarietà con Nives Monda e la sua Taverna. Su questa spinta il fronte della solidarietà ha risposto compatto e messo anche più a fuoco uno dei nemici e dei guerrafondai contro cui mobilitarsi, la giunta Manfredi.
Il 7 maggio, per lavarsi la faccia, il sindaco di Napoli ha chiesto un incontro a Nives Monda e a una delegazione del movimento di solidarietà per la Palestina. Ma anche questa mossa gli si è ritorta contro. Mentre le forze solidali con la Palestina e Nives hanno richiesto uno schieramento chiaro e alcuni impegni al sindaco e alla giunta, il comunicato del Comune non riportava nulla di tutto questo se non uno schifoso cerchiobottismo e vuota solidarietà. Comunicato che è stato seguito da ulteriori prese di posizione e comunicati della comunità palestinese, del Centro Handala Ali, Nives Monda e il resto del movimento di solidarietà. Per Manfredi va di male in peggio dato che ora la toppa è peggiore del buco.
La risposta del movimento di resistenza della città di Napoli è stata pronta e decisa ed è stata capace di rispedire al mittente questo viscida provocazione e anche di far sciogliere come neve al sole ogni falsa mediazione e paravento democratico della giunta, quella che il 15 marzo di quest’anno era schierata in diversi suoi membri, sindaco in testa, nella manifestazione per il riarmo della Ue indetta da Repubblica. Con la loro iniziativa spontanea e partecipata gli il movimento di solidarietà con la Palestina napoletano ha messo in un angolo Amministrazione locale e sionisti.
La mobilitazione del 6 maggio è l’esempio eclatante che ogni attacco del nemico, ogni tentativo di soffiare sul fuoco della reazione può essergli rivoltato contro dalla mobilitazione popolare. Quando qualcuno la promuove su parole d’ordine giuste, coraggiose e di prospettiva la mobilitazione si sviluppa col protagonismo di studenti, lavoratori, pensionati e militanti antimperialisti, di fronte ai quali i reazionari si scoprono deboli, impotenti e fanno anche sonore figuracce.
Un insegnamento che ora deve tradursi in maggiore organizzazione, unità d’azione e radicalità. Bisogna far sì che chi ha partecipato a quella piazza cominci da domani a partecipare stabilmente alle assemblee, ai coordinamenti e alle decine di iniziative che su questo tema si organizzano. Bisogna far sì che le forze politiche, sindacali e sociali che erano presenti tirino l’insegnamento che nessuno basta a se stesso e che l’unità è uno dei presupposti della vittoria.
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Bisogna far sì che la lotta per la cacciata dei guerrafondai del nostro paese – siano essi al governo, alla Regione o al Comune – si allarghi e diventi un problema di ordine pubblico. Bisogna far sé che questa giusta lotta di solidarietà si faccia lotta per il governo dei territori, delle città e del paese.
La giornata del 25 Aprile a Napoli, come in altre città, ha mostrato in piccola parte la relazione fra la debolezza del governo Meloni e la potenziale forza delle masse popolari organizzate. Siamo a maggio e ci sono le condizioni per sprigionare quella forza a un livello superiore. Serve liberarsi da lacci e lacciuoli, vincoli, remore e paure, serve puntare in alto, serve puntare al governo del paese. Insorgiamo!
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Otto vie per rendere ingovernabile il paese
Rendere il paese ingovernabile non vuol dire solo promuovere problemi di ordine pubblico, ma vuol dire soprattutto sviluppare il ruolo delle organizzazioni operaie e popolari come nuove autorità pubbliche.
Vuol dire che le larghe masse iniziano a trovare negli organismi operai e popolari le risposte, le indicazioni, l’autorevolezza e la serietà per mobilitarsi contro gli effetti più gravi della crisi; vuol dire che parti crescenti delle masse popolari non cercano più orientamento nelle istituzioni locali, nella Curia, nella Prefettura o nella ‘ndrina, ma nella rete di organismi operai e popolari che opera nella loro zona e che è coordinata con la rete che opera in altre zone.
Fino al punto in cui sono quelle stesse reti a scegliere i ministri del “loro governo” fra quegli esponenti della società civile in cui ripongono maggiore fiducia.
Per rendere il paese ingovernabile bisogna imparare dall’esperienza a praticare e combinare
1. la diffusione della disobbedienza e dell’insubordinazione alle autorità secondo il criterio che è legittimo tutto quello che è conforme agli interessi delle masse popolari, anche se è illegale;
2. lo sviluppo diffuso di attività del “terzo settore”: le attività di produzione e distribuzione di beni e servizi organizzate su base solidaristica locale;
3. l’appropriazione organizzata di beni e servizi (espropri, “io non pago”, ecc.) che assicura a tutta la popolazione i beni e servizi a cui la crisi blocca l’accesso;
4. gli scioperi e gli scioperi alla rovescia, principalmente nelle fabbriche e nelle scuole;
5. le occupazioni di fabbriche, di scuole, di stabili, di uffici pubblici, di banche, di piazze, ecc.;
6. le manifestazioni di protesta e il boicottaggio dell’attività delle pubbliche autorità;
7. il rifiuto organizzato di pagare imposte, ticket e mutui;
8. lo sviluppo (sul terreno economico, finanziario, dell’ordine pubblico, ecc.) di azioni autonome dal governo centrale da parte delle Amministrazioni Locali sottoposte alla pressione e sostenute dalla mobilitazione delle masse.






