Alcuni giornali dell’8 febbraio riportano la notizia degli scioperi che si sono svolti alla Stellantis di Mirafiori il giorno precedente, una prima risposta alle manovre sporche dei vertici aziendali e del governo che si rimpallano le responsabilità di fronte alle minacce di prossime chiusure e licenziamenti.

Non entriamo adesso nel merito delle questione, ci soffermiamo invece sulle dichiarazioni che sono state raccolte – da prendere con la tara del “racconto giornalistico” – durante le manifestazioni. Gli operai dicono: “facciamo come gli agricoltori, prendiamo anche noi i trattori e scendiamo in piazza”.

Probabilmente a Mirafiori, Torino, il “prendere i trattori” ha una carica più che altro simbolica. È invece una possibilità più concreta a Cassino. Lì gli operai dello stabilimento Stellantis hanno davvero legami diffusi, stretti e diretti con il mondo agricolo: è il loro contesto di provenienza, è il settore in cui sono impiegate intere famiglie degli operai, è il settore in cui molti sono coinvolti nel tempo libero dal lavoro in fabbrica. Anche molti operai di Cassino – ma il discorso è valido per tanti operai del centro sud – sono solidali con gli agricoltori e sostengono la loro mobilitazione. Sono esempi apparentemente “piccoli” (anche se Stellantis rimane una delle più grandi aziende operaie del paese ed è altamente probabile che il sostegno agli agricoltori sia ben più diffuso), ma molto significativi. Per tre motivi.

Il primo motivo è che fanno tabula rasa di tutte le chiacchiere social sulla natura reazionaria e corporativa delle proteste degli agricoltori. Che siano mobilitazioni contraddittorie è certo, affermare che siano reazionarie è sbagliato. Paragonare – e mettere sullo stesso piano – un piccolo proprietario agricolo (la grande maggioranza di chi è ai presidi e sui trattori oggi) con la famiglia Agnalli-Elkann è persino ridicolo. Gli strumenti per interpretare la realtà, a volte vengono dalla realtà stessa, con buona pace dei radical chic che cercano mille cavilli per denigrare – per l’ennesima volta – una mobilitazione spontanea delle masse popolari. Del resto la guerra fra poveri (lavoratori dipendenti contro lavoratori autonomi, operai contro agricoltori, ecc.) fa solo il gioco della classe dominante.

Il secondo motivo è che offrono più di uno spunto – e certamente un solido appiglio – per alimentare la mobilitazione di TUTTE le masse popolari contro il governo Meloni e più in generale contro tutto il circo delle Larghe Intese. A chi giova se gli operai  e gli agricoltori trovano una strada unitaria di protesta e di mobilitazione? Anziché fare sociologia da quattro soldi è utile lavorare per alimentare la costruzione di questo fronte di protesta, dargli prospettive e dargli uno sbocco politico.

Il terzo motivo è che dimostrano sotto diversi punti di vista la questione principale della lotta di classe in corso in questa fase. Da una parte lo strangolamento del settore agroalimentare, dall’altra il continuo smantellamento dell’apparato industriale e produttivo (ex Ilva, Stellantis, ecc. decine di migliaia di posti di lavoro). Nel mezzo la distruzione del sistema sanitario nazionale, il finto ambientalismo del Pd che punisce i cittadini e ingrassa le multinazionali, l’aumento delle tasse e del costo della vita, i soldi tolti ai servizi essenziali per finanziare la guerra della Nato contro la Federazione Russa. La questione è che di fronte alla situazione di emergenza creata dalla crisi generale e alimentata dalle manovre della classe dominante, serve mobilitarsi in tutte le forme per cacciare il governo Meloni, cacciare TUTTA la classe dirigente del paese e sostituirla con un governo di emergenza popolare.

Un’ultima considerazione. Negli ultimi anni si sono più volte presentate situazioni analoghe a quella attuale (citiamo solo il Movimento dei forconi, le mobilitazioni del Coordinamento 9 dicembre e il movimento No Green Pass), situazioni in cui a fare la differenza non è il colore della bandierina alla testa del corteo, ma portare il contenuto “della bandiera rossa e della falce e martello” in ogni mobilitazione.

Questo perché qualunque movimento di massa senza l’intervento e l’opera dei comunisti per organizzare e orientare la sua componente più avanzata ai fini della rivoluzione socialista, si disperde e rifluisce… finché non ne sorge un altro. È del tutto secondario, ai fini dell’azione dei comunisti, chi siano i promotori del movimento precedente che si è estinto e di quello nuovo che sta nascendo: entrambi e tutti sono il frutto della situazione politica complessiva, della crisi generale del capitalismo e della resistenza spontanea che le masse popolari oppongono ai suoi effetti.

Ai comunisti il compito di intervenirvi per individuare, sostenere e svilupparne la parte più avanzata, legarla al resto del movimento di resistenza delle masse popolari e far confluire tutti nel fiume della rivoluzione socialista per spezzare le gambe ai veri reazionari e responsabili dello sfacelo in cui la società sprofonda sempre di più: i capitalisti, il clero, gli speculatori, i politicanti e il resto del pattume di cui dobbiamo liberarci per riprendere in mano il governo del nostro paese.

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