Se non ora quando?

Mobilitazione generale per l’aumento di salari, stipendi e pensioni

In Italia aumentano i poveri. Non parliamo di chi un lavoro non ce l’ha, ma di chi è povero perché lavora pochissimo e guadagna poco, di chi lavora tanto e guadagna poco, di chi lavora tantissimo – fino a spaccarsi la schiena – e riesce appena a mantenere la famiglia e, ancora, di chi deve sopravvivere con la pensione minima o il Reddito di Cittadinanza.

Vediamo alcuni dati.

– I salari sono bloccati da oltre 30 anni. Rispetto al 1990, l’Italia è l’unico paese Ue con salari addirittura in discesa (-2,9%) a fronte di incrementi corposi negli altri paesi (Francia + 31,1%; Germania + 33,7%; Grecia 30,5%; Spagna 6,2% – fonte Openpolis).

– La disoccupazione (non) diminuisce. Confrontando i dati di novembre 2021 con quelli dello stesso mese del 2022, il numero di occupati ha registrato una crescita di +1,2 punti percentuali. Ma c’è un trucco: risultano occupati anche i lavoratori a chiamata, quelli con contratto a tempo determinato, quelli che lavorano 3 ore al giorno, due giorni al mese, ecc. Insomma, non c’è nessuna relazione fra “l’essere occupati” e avere potere di acquisto.

– I prezzi sono aumentati. L’Istat comunica che l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati è aumentato dell’11,3% da dicembre 2021 a dicembre 2022 (+15,5% da dicembre 2020 a dicembre 2022).

– La povertà cresce. Secondo i dati del Censis (2021) le persone che vivono “in povertà assoluta” sono 5,6 milioni. Gli individui a “rischio di povertà o di esclusione sociale” (bassa intensità di lavoro o in condizioni di grave deprivazione), sono il 25,4% della popolazione, 15 milioni di persone).

– Pensioni basse. L’Osservatorio Inps sulle pensioni afferma che 10,6 milioni di pensionati (il 59% del totale delle pensioni erogate) ricevono un importo inferiore a 750 euro al mese (dati 2021).

Questi dati descrivono la situazione di tanti, ma non di tutti. Infatti, la ricchezza nelle mani del 5% più ricco degli italiani, alla fine del 2021 ammontava al 41,7% della ricchezza nazionale netta, ben superiore rispetto a quella disponibile per l’80% della parte più povera della popolazione (che ammontava al 31,4% della ricchezza nazionale netta) – dati Oxfam.

È una situazione che non riguarda solo il nostro paese. Nelle scorse settimane in molti paesi europei i lavoratori hanno scioperato, sono stati protagonisti di vaste mobilitazioni in cui la rivendicazione principale era l’aumento dei salari, che in qualche caso è stato ottenuto. L’immobilismo dei vertici delle organizzazioni sindacali italiane è una delle principali differenze fra il nostro paese e il resto dei paesi europei.

Fior di economisti, analisti, opinionisti e dirigenti sindacali (tutta gente che parla con il conforto di stipendi alti, se non altissimi) spiegano che “non sarebbe saggio” alzare i salari, gli stipendi e le pensioni perché sarebbe un incentivo per l’inflazione: i prezzi già fuori controllo salirebbero ancora, in una spirale senza fine. Chiaro no? Anni di studi e di onorata carriera per concludere che chi è povero deve diventare più povero e chi non ha ancora superato la soglia di povertà assoluta deve rassegnarsi a farlo. Anche se lavora.

In effetti, chi cerca la soluzione alla spirale dell’inflazione nell’economia capitalista è destinato a rimanere a bocca asciutta!

Premesso che Giorgia Meloni e il suo governo (ma il discorso vale per tutti i partiti delle Larghe Intese) non ci pensano nemmeno lontanamente ad adottare spontaneamente misure efficaci per alleviare gli effetti dell’inflazione (lo faranno solo se costretti dalla mobilitazione), il problema è che ogni misura che elude la vera causa dell’inflazione è destinata a fallire. Perché i motivi dell’inflazione non sono la penuria di una merce, la difficoltà nel reperirla, la difficoltà nel distribuirla e neppure le “congiunture del mercato”: la causa principale dell’inflazione è la speculazione finanziaria, il gioco d’azzardo legalizzato e tutelato da governi e istituzioni sovranazionali (dal Fmi alla Bce).

Prendiamo il gas. L’aumento sconsiderato dei mesi scorsi ha poco o nulla a che vedere con il prezzo del gas “a monte” e, per tutto un periodo, ha avuto poco o nulla a che vedere con le sanzioni alla Federazione Russa. L’aumento del prezzo era iniziato già prima dell’intervento militare della Federazione Russa in Ucraina. È schizzato con le sanzioni, ma il meccanismo perverso affonda le radici nella speculazione sulle quotazioni nella principale Borsa europea che lo tratta, quella di Amsterdam. È lì che “avvengono le scommesse”.

Prendiamo il petrolio. L’aumento sconsiderato dei prezzi del carburante ha poco o nulla a che vedere con il prezzo “a monte” del petrolio. Tanto che la Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti si permette anche di scegliere chi può venderlo e chi no: per piegare il governo Maduro, per anni al Venezuela è stata pressoché preclusa l’esportazione di greggio. In Italia, poi, sul prezzo del carburante gravano le accise che superano di gran lunga i costi di produzione, distribuzione e commercializzazione.

Nel nostro paese, le principali aziende operanti nel campo dell’energia (Eni, Enel, Snam, ecc.) sono, almeno in parte, ancora di proprietà statale: il governo può non solo tassare i loro extraprofitti, ma anche fissare i prezzi che fanno!

L’aumento del costo dell’energia concorre alla crescita dei prezzi di ogni altra merce. Inoltre, i tentacoli della speculazione finanziaria soffocano “l’economia reale” in ogni settore: nel comparto alimentare, nel mercato immobiliare, nei servizi, nella sanità, nella scuola, ecc.

Veniamo ora al motivo per cui in Italia le organizzazioni sindacali, in particolare i sindacati di regime, fanno letteralmente carte false per eludere la necessità di una grande mobilitazione contro il carovita e per l’aumento di salari, stipendi e pensioni. Una mobilitazione di questo genere, che nasce da rivendicazioni basilari (avere di che vivere dignitosamente), comporta che la soluzione sia – e può essere solo – di tipo politico: serve un governo che abbia il coraggio e la volontà di rompere con il sistema politico della classe dominante e con le catene della speculazione internazionale. Ecco perché i vertici della Cgil ruggiscono come agnellini!

Ruggiscono “parole di fuoco” contro il governo e gli speculatori nel tentativo di non perdere ulteriori adesioni. Nel frattempo – invischiati come sono nel sistema attraverso mille vincoli (i fondi pensione, la sanità integrativa privata, la trasformazione delle sedi sindacali in Caf finanziati dallo Stato e centri servizi, ecc.) – si prostrano alla classe dominante; sono mansueti e accondiscendenti. Come agnellini.

I vertici dei sindacati di regime stanno raccogliendo quanto hanno seminato per decenni con la linea della concertazione e la completa sottomissione agli interessi dei padroni e dei governi delle Larghe Intese. L’ultima lotta di un certo rilievo è stata quella della Fiom (incalzata dai sindacati di base) contro il Piano Marchionne, nel 2010. La riforma Fornero (governo Monti) e il Jobs Act (governo Renzi) sono passati senza alcuna protesta.

Una mobilitazione generale per l’aumento dei salari, degli stipendi e delle pensioni

TUTTE le scuse che i dirigenti dei sindacati di regime e della sinistra borghese accampano per eludere la necessità di una vasta mobilitazione operaia e popolare per l’aumento di salari, stipendi e pensioni hanno una motivazione politica. Temono che essa sfugga loro di mano, si trasformi in una mobilitazione che rovescia il sistema di potere in cui sono invischiati.

Inevitabilmente, tuttavia, la mobilitazione per l’aumento di salari, stipendi e pensioni prenderà piede anche nel nostro paese. Che ciò succeda in tempi brevi e raggiunga obiettivi concreti dipende sia dalla spinta degli iscritti sui sindacati confederali che dalla pressione derivante da due fattori esterni:

– la mobilitazione unitaria dei sindacati di base;

– l’iniziativa comune e coordinata degli organismi operai e popolari (nel solco, ad esempio, della lotta degli operai della ex Gkn, benché il discorso sia più ampio).

La combinazione di questi due fattori, nel dicembre scorso, ha già costretto i vertici di Cgil e Uil a indire uno sciopero generale contro la legge di bilancio. I sindacati di base hanno contribuito con lo sciopero unitario del 2 dicembre e la mobilitazione nazionale del 3; gli operai ex Gkn con il referendum popolare sulla reindustrializzazione dello stabilimento (vedi il numero 1/2023 di Resistenza).

Allo stesso modo possono costringere ancora i vertici dei sindacati di regime a fare ciò che spontaneamente non vogliono fare: promuovere la mobilitazione generale contro il carovita, per l’aumento dei salari, degli stipendi e delle pensioni.

Sarà una mobilitazione vasta? Ancora una volta non bisogna lasciare la scelta a chi ruggisce come un agnellino!

I sindacati di base, i partiti e le organizzazioni comuniste, i movimenti e gli organismi operai e popolari sono chiamati ad assumersi la responsabilità di promuoverla e organizzarla.

Serve una mobilitazione che ottenga risultati e i risultati si ottengono se si “mettono alle strette” il governo e la classe dominante.

Serve una mobilitazione che ottenga risultati immediati e getti le basi per difendere e sviluppare quello che si riesce a conquistare.

È una mobilitazione per il soddisfacimento di una rivendicazione basilare (avere di che vivere dignitosamente), ma che per ottenere risultati duraturi e su ampia scala deve diventare lotta per scalzare dal governo i promotori della speculazione e imporre al loro posto persone che godono della fiducia degli organismi operai e popolari.

Giorgia Meloni dice che i posti di lavoro non si creano per decreto. Sta mentendo!
Un governo che non rende conto del suo operato alle banche, ai fondi di investimento e alle multinazionali, ma alle masse popolari può fare leggi per difendere i posti di lavoro esistenti e crearne di nuovi e mettere un argine alla povertà dilagante. Il Governo di Blocco Popolare può:
“- vietare la vendita di aziende ai gruppi industriali esteri che per loro natura sfuggono all’autorità dello Stato italiano e ai fondi di investimento che usano le aziende come carte nel gioco d’azzardo della speculazione finanziaria; impedire lo smembramento delle aziende, la riduzione del personale, la loro chiusura e delocalizzazione e imporre a ogni azienda che opera in territorio italiano di sottoporre a un vero Ministero dello Sviluppo Economico i propri piani industriali per ottenere il benestare dal punto di vista della qualità dei prodotti, dell’occupazione e dell’impatto ambientale;
– porre fine alle grandi opere speculative, inutili e dannose (Tav, Ponte sullo Stretto di Messina, Mose, ecc.) e promuovere invece la creazione di nuove aziende (cooperative, pubbliche, private) dedite alle tante “piccole opere” già oggi assolutamente necessarie e che assorbiranno i disoccupati autoctoni e immigrati nel riassesto del territorio, nel miglioramento idrogeologico, nella produzione e utilizzazione di energie rinnovabili, nel miglioramento dei servizi pubblici, nel miglioramento della sicurezza generale, nell’educazione dei bambini, nella manutenzione e gestione del patrimonio edilizio e artistico, nel risanamento urbano, nei servizi alle persone disabili, anziane e non autosufficienti, nel riassetto forestale e agricolo, in attività sportive, nel turismo, nella prevenzione e repressione di azioni di sabotaggio e di aggressione, nel controllo sugli elementi ostili, ecc.;
– sospendere il pagamento dei mutui bancari, degli affitti alle immobiliari e a tutti i grandi proprietari di immobili, rendere gratuiti i servizi (trasporti, assistenza sanitaria, telefoni, energie, attrezzature ricreative, di riposo, turistiche e sportive, ecc.), sottoporre tutte le agenzie bancarie a controllo pubblico e far dare dalle banche a ogni lavoratore e famiglia carte di credito con cui ognuno può acquistare nella rete delle aziende di distribuzione beni di consumo personale e familiare fino ad un certo ammontare mensile” – dalla Dichiarazione Generale del VI Congresso Nazionale del P.CARC.

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