Editoriale

L’anello debole

Per tutto un periodo, nel movimento comunista internazionale è esistita la convinzione che la rivoluzione socialista sarebbe “scoppiata” in uno dei paesi maggiormente industrializzati, dove erano più alte la concentrazione di capitale e la concentrazione di operai.

Dopo aver studiato le basi su cui poggia la società capitalista e le caratteristiche dei paesi più sviluppati, Marx ed Engels indicarono la Germania come la culla della rivoluzione socialista in Europa e nel mondo. Nei fatti le cose andarono diversamente.

Nonostante un’eroica mobilitazione rivoluzionaria e l’esistenza di un forte e organizzato partito socialdemocratico (così si chiamavano i partiti marxisti che si formarono nella seconda metà del XIX secolo), in Germania la rivoluzione socialista non ha mai trionfato, come non ha mai trionfato in nessun paese imperialista.

Cosa non andava nell’elaborazione di Marx ed Engels? Due cose.

La prima: non è vero che la rivoluzione scoppia al modo di una rivolta o di un’insurrezione: la rivoluzione socialista è una guerra popolare di lunga durata diretta dal partito comunista.

È una guerra che, fase per fase, si compone di specifiche campagne e battaglie che hanno tutte l’obiettivo di portare la classe operaia a costituire il proprio potere che soppianta quello della classe dominante.

Nella lotta fra il vecchio potere della classe dominante e il nuovo potere della classe operaia e delle masse popolari, organizzate e mobilitate attorno al partito comunista, sta l’essenza della guerra popolare rivoluzionaria, della rivoluzione socialista.

La seconda: ogni paese imperialista va considerato non solo come entità a sé stante (il grado di concentrazione di capitale e di classe operaia), ma come anello di una catena, quella della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti. Le condizioni per la vittoria della rivoluzione socialista sono più favorevoli laddove la classe dominante ha maggiori difficoltà a governare il paese, a mobilitare le masse popolari, a dare un indirizzo unitario allo Stato e a mantenere l’ordine in modo coerente con i suoi interessi.

All’epoca della prima crisi generale del capitalismo (1900-1945) l’anello debole della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti era la Russia.

Benché Engels avesse individuato il primo errore (ne parla nel 1895, nella sua introduzione alla prima edizione della raccolta di articoli di Marx Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850), fu Lenin a correggerlo e ad arricchire con un apporto decisivo l’elaborazione di Marx ed Engels: la vittoria della rivoluzione socialista in Russia, che divenne il primo paese socialista della storia, aprì la strada al progresso dell’umanità e all’ulteriore sviluppo teorico del socialismo scientifico, guida del movimento comunista cosciente e organizzato.

È sicuramente sbagliato limitare il contributo che Lenin ha dato al socialismo scientifico ai soli due aspetti che abbiamo citato, così come è sbagliato concludere che bastava correggere il tiro su quei due aspetti per portare alla vittoria il movimento rivoluzionario.

Lenin ha corretto alcuni errori di analisi che esistevano nel movimento comunista, ma ha anche dato risposte sia a vecchi problemi che all’epoca si presentavano in forme nuove (ad esempio la natura e il ruolo del partito comunista adeguato al compito di dirigere la rivoluzione socialista), sia a problemi che si ponevano per la prima volta al movimento comunista cosciente e organizzato (ad esempio la costruzione del socialismo dopo la conquista del potere).

Tuttavia, a 99 anni dalla morte di Lenin, avvenuta il 21 gennaio 1924, quelle due scoperte hanno un’importanza particolare per i comunisti italiani. Vediamo perché.

Oggi l’anello debole della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti è l’Italia

Come in tutti gli altri paesi imperialisti, anche la classe dominante italiana è alle prese con la crisi del suo sistema politico, una crisi che negli ultimi tre anni si è approfondita a causa della pandemia e della guerra che la Nato ha scatenato contro la Federazione Russa. Ma l’Italia ha una caratteristica unica, che la distingue da tutti gli altri paesi imperialisti: il suo sistema politico (il sistema di potere della classe dominante) NON poggia sulla relazione fra le diverse fazioni della borghesia nazionale, ma su una commistione di poteri, sugli equilibri fra centri di potere diversi, ed è fortemente influenzato dalla guerra per bande che imperversa tra di essi.

L’Italia è una Repubblica Pontificia, uno Stato a sovranità limitata in cui il Vaticano è governo occulto e di ultima istanza del paese; in cui le organizzazioni criminali (Mafia, Camorra, ‘Ndrangheta) hanno un ruolo decisivo nella gestione economica e politica; in cui da oltre settant’anni vige un regime di protettorato da parte degli imperialisti Usa e in cui da trent’anni si sono sviluppati i tentacoli della Ue.

È questa particolarità che rende l’Italia l’anello debole della catena nella Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti.

Il vecchio potere della Repubblica Pontificia si sta sgretolando

La guerra per bande fra i diversi centri di potere della Repubblica Pontificia sale di tono e si inasprisce. Ciò è inevitabile, è diretta conseguenza dell’aggravamento della crisi generale del capitalismo. Questo, in Italia, si traduce in un intrigo di ricatti, colpi di mano, manovre sporche che impediscono alla classe dominante di dare un orientamento unitario allo Stato e al paese.

Il grosso della guerra per bande avviene dietro le quinte del teatrino della politica borghese, ma una parte degli intrighi (e soprattutto le loro conseguenze) travalicano i confini del “segreto di Stato” e si palesano, non di rado come farsa, agli occhi dell’opinione pubblica.

Dopo il complotto che ha portato alla coesistenza di due papi, alla morte di Ratzinger in Vaticano hanno iniziato a volare botte da orbi.

L’arresto di Matteo Messina Denaro, lungi dall’essere “la vittoria dello Stato sulla mafia” di cui cianciano tutti i politicanti che con la Mafia, la Camorra e la ‘Ndrangheta hanno a che fare tutti i giorni (in molti casi esponenti politici e partiti devono tutto alle organizzazioni criminali da cui, di conseguenza, sono manovrati), è il frutto dei sommovimenti nelle viscere della Repubblica Pontificia. Del resto la mafia non è un gruppo criminale che minaccia lo Stato e la “democrazia” italiana, è esattamente un pezzo dello Stato e uno dei centri di potere principali del nostro paese. E infatti, attorno all’arresto di Messina Denaro divampa lo scontro sulla (ennesima) riforma della giustizia.

Ma lo sgretolamento del vecchio potere dei vertici della Repubblica Pontificia ha anche un altro significato: la classe dominante ha sempre maggiori difficoltà a tenere sottomesse le masse popolari, a controllarle; non riesce a orientarle, a organizzarle e a mobilitarle.

La lotta politica borghese (le elezioni) è solo uno dei terreni in cui lo scollamento fra classe dominante e masse popolari si mostra palesemente.

Alle elezioni politiche del 25 settembre, su quasi 51 milioni di elettori, gli astenuti e le schede bianche o nulle sono cresciuti a più di 21.6 milioni, dai 16.8 milioni che erano nel 2018. Fratelli d’Italia (presentato come il partito che ha stravinto) ha raccolto i voti del 14.4% degli elettori e tutta la maggioranza che in parlamento sostiene il governo Meloni ne ha raccolti il 24.8%.

Il governo Meloni “eletto dal popolo” (!) sta dimostrando nei fatti di essere uguale ai governi che sono stati nominati e imposti direttamente da Washington, Bruxelles e Strasburgo. Se ciò non sorprende i quasi 22 milioni di astenuti alle elezioni del 25 settembre, di certo affievolisce le residue speranze nella democrazia borghese anche di chi a votare c’è andato e, soprattutto, di chi ha votato per Giorgia Meloni perché “antisistema”.

E il nuovo potere?

Facciamo un passo indietro. Abbiamo già detto che il marxismo-leninismo è la seconda tappa del pensiero comunista, ulteriormente arricchito dall’elaborazione di Mao Tse-tung (marxismo-leninismo-maoismo).

Il movimento comunista cosciente e organizzato NON ha mai fatto i conti, fino in fondo, con la conoscenza, l’assimilazione e l’uso del marxismo-leninismo-maoismo. Soprattutto nei paesi imperialisti, la sinistra del movimento comunista è rimasta ancorata a due tare storiche: l’elettoralismo e l’economicismo.

Queste tare sono ancora talmente diffuse che è facile trovare compagni e compagne che (con sempre minore entusiasmo e fiducia, a dire il vero) perseguono o la via elettorale per “cambiare il paese” (non parlano neppure più di “fare la rivoluzione” e “instaurare il socialismo”) o la via delle proteste sempre più diffuse e radicali per “far scoppiare la rivoluzione”.

Le “due tare” impediscono di vedere la necessità della costruzione di un nuovo potere operaio e popolare che contende alla classe dominante la direzione del paese.

Il nuovo potere però esiste già. Esiste nella relazione fra la Carovana del (n)PCI e gli organismi operai e popolari. Anzi, esiste SOLO dove questa relazione è già, in qualche modo, presente: a macchia di leopardo, in zone diverse e distanti, ma legate dal fatto che in ognuna di esse gli organismi della Carovana del (n)PCI agiscono e operano secondo una linea, un piano e un obiettivo comune.

L’aspetto essenziale di questo agire comune consiste nel portare gli organismi operai e popolari a svolgere un ruolo di nuova autorità pubblica, cioè iniziare a fare oggi, nel contesto di crisi del sistema politico borghese e nelle condizioni particolari e specifiche del nostro paese, quello che serve per fare fronte agli effetti più gravi della crisi, diventando punto di riferimento per le masse popolari. Una nuova autorità pubblica che si coordina con altre presenti sullo stesso territorio per contendere la direzione delle masse popolari, cioè la direzione della società e del paese, alle vecchie autorità borghesi, siano esse il comitato d’affari locali o la camera di commercio, il mandamento o la ‘ndrina, la diocesi, la prefettura, ecc.

I comunisti devono approfittare del fatto che l’Italia è l’anello debole della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti per spezzare la catena e avanzare, passo dopo passo, verso la rivoluzione socialista.

Il P.CARC contribuisce al rafforzamento del nuovo potere attraverso la lotta per il Governo di Blocco Popolare: si dedica a orientare e coalizzare le organizzazioni operaie e popolari, i partiti e gli organismi del movimento comunista cosciente e organizzato del nostro paese, tutte le forze anti Larghe Intese nella lotta per costituire un governo d’emergenza. Un governo formato per iniziativa delle organizzazioni operaie e popolari, composto da persone di loro fiducia, che opera grazie al loro sostegno e ha il compito di far fronte agli effetti più gravi della crisi.

Per approfondire

Questioni del leninismo (in particolare il Capitolo I)

Manifesto Programma del (n)PCI

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