Elezioni regionali in Lombardia: i nodi vengono al pettine

Sul numero 11-12/2022 di Resistenza abbiamo detto che la discussione sui risultati delle elezioni politiche del 25 settembre non deve essere chiusa in nome del fatto che i voti delle liste anti Larghe Intese “sono quelli che sono” e che “ormai il governo è stato fatto”.

Proprio alla luce dei voti raccolti e di ciò che hanno seminato in termini di prospettiva politica, serviva – e serve – fare un bilancio serio su come le liste anti Larghe Intese hanno usato le elezioni politiche, su come hanno condotto la campagna elettorale, su cosa hanno messo al centro della loro azione.

Sottrarsi dal fare un bilancio serio alimenta la disgregazione, la delusione e la rassegnazione, in una fase in cui, al contrario, l’aspetto decisivo è superare i limiti e gli errori per valorizzare i risultati ottenuti.

Fra le iniziative finalizzate ad alimentare la discussione sul bilancio delle elezioni, sul sito www.carc.it abbiamo aperto una sezione (Tribuna politica) in cui raccogliamo le interviste del direttore di Resistenza ai capi politici e ai portavoce delle liste e dei partiti anti Larghe Intese.

Le elezioni regionali, in particolare in Lombardia, che si svolgeranno il 12 e il 13 febbraio come anche nel Lazio, sono un ambito di verifica di ciò che le liste anti Larghe Intese hanno imparato dalla lezione delle elezioni politiche del 25 settembre.

Un situazione inedita e favorevole. La candidatura di Letizia Moratti alla presidenza della Regione, nelle file del “terzo polo” (Calenda e Renzi), ha creato una situazione inaspettata, inedita e favorevole:

– indebolisce il polo Forza Italia/Fratelli d’Italia/Lega perché rompe il fronte dei comitati d’affari e delle centrali della speculazione che fino a oggi riponevano lì la custodia dei loro interessi;

– indebolisce il polo PD perché, nonostante il suo progressivo spostamento a destra, una componente dei comitati d’affari e delle centrali della speculazione indica Letizia Moratti come alternativa a Fontana. E questo, in un certo modo, rompe con “l’indicibile patto di spartizione” per cui il governo della Regione Lombardia andava al polo Berlusconi delle Larghe Intese e l’amministrazione del Comune di Milano al polo PD delle Larghe Intese;

– rafforza solo in termini relativi (e ipotetici) il nascente “terzo polo” di Renzi e Calenda, un accrocchio che prospera solo in ragione della disgrazia (della debolezza e del declino) dei due poli principali.

Si è quindi creata una situazione che consente ampi margini di iniziativa per usare le elezioni e la campagna elettorale ai fini della costruzione del fronte anti Larghe Intese. Ma… vengono al pettine i nodi irrisolti del mancato bilancio delle elezioni del 25 settembre.

Paragone ha allungato il passo nella sua rincorsa a destra di Fratelli d’Italia, è diventato uno dei promotori della mobilitazione reazionaria delle masse popolari (altro che “antisistema”!) e il suo partito personale, Italexit, è in frantumi. È lecito pensare che stia cercando il modo per rientrare sotto l’ombrello delle Larghe Intese (da cui proviene, nelle file della Lega) con qualche incarico o riconoscimento. In ogni caso, non concorrerà in alternativa alle Larghe Intese alle regionali della Lombardia.

Italia Sovrana e Popolare (ISP) è implosa: la maggioranza degli iscritti e dei dirigenti di Ancora Italia ha sfiduciato Francesco Toscano e la sua linea di scioglimento del partito nella coalizione elettorale e il PC di Marco Rizzo è nella condizione di dover fare oggi la discussione rimandata in occasione della scelta delle alleanze elettorali (rinvio che ha portato all’uscita dal partito di intere federazioni). ISP non partecipa alle elezioni regionali, né ha partecipato alla discussione sull’eventualità di un fronte comune.

Il PCI (segretario nazionale Mauro Alboresi) è irrimediabilmente arroccato sulla posizione di presentare il proprio simbolo e correre da solo.

Unione Popolare (UP) è l’unica lista che ha tenuto – sia pur frettolosamente – un dibattito pubblico e assembleare per ragionare sulle elezioni regionali. Il limite che poi, comunque, ha determinato la scelta di una candidatura identitaria non è stato “il poco tempo a disposizione”, ma l’aver lasciato sullo sfondo, senza mai affrontarli, i nodi politici principali.

Una parte di UP (legata al PRC) propendeva per sostenere apertamente il PD e la candidatura di Majorino; un’altra parte, minoritaria, proponeva di allargare il processo agli organismi popolari e altri partiti e organizzazioni; una terza parte sosteneva la necessità di andare da soli. Quest’ultima ha prevalso: UP presenterà una propria candidata alla presidenza della Regione (Mara Ghidorzi) e una propria lista, appannaggio di PRC e Potere al Popolo, nonostante le molte parole spese su “unità” e “apertura”.

La Segreteria Federale Lombardia del P.CARC ha lavorato prima alla proposta della costruzione di una coalizione unitaria, poi – a fronte delle indisponibilità – alla costruzione di una coalizione dei partiti e delle organizzazioni che si rifanno al movimento comunista.

Il fallimento di entrambe le proposte comporta, ovviamente, che riuscire a valorizzare la particolare situazione creata dalla candidatura di Letizia Moratti è più difficile. Tuttavia, non impossibile.

Pur partendo da una situazione di debolezza, disgregazione e dispersione, di cui va preso atto, la campagna elettorale può essere usata per rafforzare il fronte anti Larghe Intese, partendo dal protagonismo degli organismi operai e popolari.

Quali che siano i risultati delle elezioni del 12 e 13 febbraio – benché sembri molto probabile la vittoria del polo delle Larghe Intese costituito da Forza Italia/Fratelli d’Italia/Lega e la conferma di Attilio Fontana – rimangono tutte aperte, e anzi si aggravano, le principali questioni: la lotta contro lo smantellamento della sanità pubblica in favore della sanità privata; il diritto alla casa che viene sistematicamente negato; l’abbandono in cui versa il sistema del trasporto pubblico (a cui fanno da contraltare le grandi speculazioni, come le olimpiadi invernali); l’emorragia dei posti di lavoro; l’inquinamento dell’aria; la cementificazione, ecc.

In un contesto di crescente ingovernabilità quali che siano i risultati delle elezioni regionali, la sola prospettiva positiva è il protagonismo degli organismi operai e popolari e la loro mobilitazione per una “giunta regionale di emergenza popolare”.

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