Editoriale

Delocalizzazioni e Reddito di Cittadinanza

La posta in gioco è un lavoro utile e dignitoso per tutti

Per ragioni di spazio, in questo articolo tralasciamo volutamente analisi e riflessioni sull’utilizzo ricattatorio che le autorità e i padroni hanno fatto e fanno del Reddito di Cittadinanza (RdC).

Ricordiamo solo un episodio per chiarire il concetto: nell’ottobre 2020, a Torino furono arrestati dei ragazzi durante una manifestazione contro la criminale gestione della pandemia da parte del governo (all’epoca era il Conte 2), alle famiglie degli arrestati minorenni il tribunale affibbiò la revoca del RdC come pena “per non aver saputo educare i figli”.

Per le stesse ragioni di spazio, tralasciamo anche la ricostruzione delle manovre che le istituzioni hanno promosso per rendere il RdC completamente inefficace ad assolvere il compito di avviare al lavoro i percettori: pubblicammo sul numero 3/2022 di Resistenza l’intervista a un navigator che chiarisce, perfettamente, il boicottaggio del RdC da parte di quelle stesse istituzioni che avrebbero dovuto garantirne il funzionamento e a quella rimandiamo. Ci concentriamo, invece, su tre questioni che conducono tutte alla seguente conclusione: la mobilitazione contro l’abolizione del RdC può svilupparsi efficacemente solo se diventa parte della mobilitazione più generale contro il governo Meloni, contro il sistema politico delle Larghe Intese e per la costituzione di un governo di emergenza popolare. E del resto, nessun organismo, partito e movimento che aspira alla trasformazione del paese può prescindere dalla lotta contro l’abolizione del RdC e per la creazione di posti di lavoro utili (che servono alla società) e dignitosi (per paga, condizioni di lavoro e diritti).

Il cortocircuito del RdC

Il RdC, con tutti i limiti della sua gestione e applicazione, è l’unica misura economica a favore delle masse popolari povere che un governo italiano abbia varato negli ultimi 40 anni! Per la classe dominante – Confindustria e associati in testa – è stato un boccone indigesto. Non solo perché il RdC ha posto un limite alla concorrenza al ribasso fra disoccupati e alla costante precarizzazione del lavoro, ma anche perché ha mandato in cortocircuito la pluridecennale propaganda di regime: con la sua introduzione ha reso evidente che il leitmotiv “non ci sono i soldi” per misure a sostegno delle masse popolari è una spudorata menzogna. I soldi ci sono eccome! Li ha trovati, all’epoca, il governo Conte 1, motivo per cui è diventato per il padronato italiano il nemico da abbattere.

Oggi che il governo Meloni manovra per abolire il RdC, ecco un altro cortocircuito nella propaganda di regime: i soldi “risparmiati” saranno forse dirottati per politiche attive per il lavoro? No. Per la scuola pubblica? No. Per la manutenzione e messa in sicurezza dei territori? Macché! Saranno “dispersi” fra le coperture per i condoni fiscali, la flat tax, l’aumento delle spese militari e l’invio di armi all’Ucraina, il finanziamento alle scuole paritarie (cattoliche), ecc.

È finita la pacchia”

L’abolizione del RdC non è l’unico servigio che il governo Meloni offre a Confindustria e associati: di simili regalie è piena la legge di bilancio. Ma è quello su cui la propaganda di regime batte maggiormente: “è finita la pacchia”, “torna di moda la voglia di lavorare”…

Quanto più si fa concreta la necessità di nascondere le reali conseguenze dell’abolizione del RdC, tanto più si alza il volume su queste e altre idiozie. Eliminare quello che per molte famiglie è l’unico limite alla miseria significa dare la stura all’aumento della precarietà e dei ricatti, alla guerra al ribasso fra occupati e disoccupati. E questo non solo a danno di quelli che un lavoro non ce l’hanno, ma anche di chi, per mantenerselo il lavoro, sarà costretto a prostrarsi al padrone più di quanto non sia già obbligato a fare.

I fatti hanno la testa dura

Partiamo dal presupposto che chi legge ha già sufficientemente chiaro che l’abolizione del RdC non comporta nessuna boccata d’ossigeno per i conti dello Stato, mentre, al contrario, produce un aumento dei ricatti, della precarietà e dei disoccupati (che adesso il governo chiama “occupabili”). Chi era senza lavoro, senza lavoro rimarrà. E non certo per sua volontà, perché preferisce cullarsi negli agi a cui danno accesso i 500 euro al mese del RdC…

Il fatto è che il governo che toglie il sussidio ai disoccupati non fa niente per difendere i posti di lavoro esistenti e per crearne di nuovi!

Ecco, appunto: il governo che toglie il sussidio ai disoccupati non fa niente per difendere i posti di lavoro esistenti e per crearne di nuovi. Soffermiamoci su questo.

Giorgia Meloni dice che il lavoro non si crea per decreto. Mente, sapendo di mentire!

Le leggi sono solo uno dei tanti modi (certamente il più efficace) per difendere i posti di lavoro e crearne di nuovi, per migliorare le condizioni di lavoro, la sicurezza, la salubrità, per eliminare la precarietà e i ricatti. Dipende tutto dalla volontà politica.

A inizio dicembre, il governo ha avviato le procedure per espropriare e porre sotto controllo pubblico la Lukoil, azienda petrolchimica di proprietà russa, a Priolo. Non solo per difendere le migliaia di posti di lavoro, ma per aggirare le sanzioni alla Federazione Russa che rischiano di incidere sull’approvvigionamento di petrolio e derivati (dalla raffineria passa il 20% del fabbisogno nazionale). Capito? Se in ballo ci sono gli interessi dei capitalisti, il governo non ci pensa due volte a espropriare e nazionalizzare!

In passato, anche altri governi della stessa pasta di quello di Giorgia Meloni, governi delle Larghe Intese, non ci hanno pensato due volte a salvare le banche (vedi fra tutte il Monte dei Paschi). Anche in questo caso, poiché c’era la volontà politica, hanno recuperato, in men che non si dica, i miliardi necessari per mettere al riparo le banche e i loro “grandi investitori”. Al contrario, non hanno mosso un dito per salvaguardare le aziende in crisi. Hanno tutelato i conti correnti degli speculatori della finanza anziché i posti di lavoro degli operai.

Del resto, il governo Draghi ha approvato la legge Giorgetti/Orlando chiamata “anti delocalizzazioni”. A dispetto del nome, essa è un regalo ai padroni che delocalizzano (al punto che persino il presidente leghista del Friuli Venezia Giulia, Fedriga, lo scorso settembre, vi si è opposto per bloccare il tentativo di delocalizzazione della Wartsila di Trieste). E sempre Draghi ha lasciato nel cassetto il disegno di legge anti delocalizzazioni scritto e presentato dagli operai della ex Gkn di Firenze nel novembre 2021.

Tiriamo una conclusione

Il governo Meloni inizia lo smantellamento del RdC, ma lo dilaziona: ad agosto 2023 l’erogazione viene sospesa agli “occupabili”, dal 2024 a tutti.

La dilazione è indice delle remore del governo a sfidare le mobilitazioni di piazza: un taglio netto provocherebbe una sollevazione. Ma la dilazione è anche la condizione in cui la mobilitazione – che è già iniziata (vedi articolo a pag. 5) – può crescere, svilupparsi e legarsi saldamente a quelle promosse da altri settori delle masse popolari.

Nonostante il fatto che le organizzazioni sindacali – sia quelle di regime che di base – per il momento non hanno promosso alcuna mobilitazione contro l’abolizione del RdC, il naturale alleato dei percettori del RdC è la classe operaia. E, viceversa, il naturale alleato della classe operaia, tanto nelle mobilitazioni contro le delocalizzazioni (Gkn, Wartsila, Whlirlpool, ecc.) quanto nelle mobilitazioni contro le chiusure “per sopraggiunta crisi” (Sanac, Ansaldo energia di Genova, ecc.), sono i percettori del RdC organizzati e in mobilitazione.

Il perimetro di questa lotta comune non è solo la difesa di un sussidio che oggi è il principale argine alla precarietà e ai ricatti, alla guerra fra poveri; questa lotta va oltre, intacca direttamente gli scranni del governo delle Larghe Intese perché a questo paese, ai lavoratori e alle masse popolari tutte, SERVE un governo che difende i posti di lavoro esistenti e ne crea di nuovi, per legge, per decreto, come priorità!

Un governo simile può essere solo un governo di emergenza delle masse popolari organizzate, sostenuto e orientato esattamente da quegli organismi operai e popolari che oggi sono alla testa della mobilitazione contro le misure del governo Meloni e contro gli effetti della crisi.

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