Cosa succede in Perù?

Articolo scritto il 16 dicembre 2022

Il 7 dicembre, il presidente del Perù, Pedro Castillo, tiene un discorso in cui annuncia lo scioglimento del parlamento e annuncia le elezioni di un’Assemblea Costituente incaricata di redigere una nuova Costituzione.

Subito dopo, il Congresso vota a larga maggioranza la sua destituzione e la polizia lo arresta: la magistratura lo accusa di “presunto reato di ribellione” e “violazione dell’ordine costituzionale”.

Al suo posto viene insediata Dina Boluarte, che fino a quel momento ricopriva la carica di vicepresidente.

La notizia di un “autogolpe” finito male fa il giro del mondo. La verità, però, è che il golpe c’è stato, ma contro Castillo!

Pedro Castillo è stato eletto nel giugno 2021 ed è diventato presidente senza che la sua coalizione avesse la maggioranza dei seggi in parlamento. Questo ha favorito, fin da subito, una martellante campagna di denigrazione e criminalizzazione ai suoi danni da parte della stampa, dei partiti di opposizione e della magistratura: le accuse di “voler portare il Perù sotto una dittatura comunista” si sono combinate con quelle di corruzione e manifesta incapacità a governare.

Per due volte, nel dicembre 2021 e nel marzo 2022, Castillo era stato oggetto di tentativi di destituzione per via parlamentare, ma in entrambi i casi era mancato il numero di voti necessari.

Il 7 dicembre scorso avrebbe dovuto svolgersi il voto sul terzo tentativo, ma Castillo ha giocato d’anticipo: ha sciolto il parlamento e ha annunciato le elezioni dell’Assemblea Costituente, la principale promessa fatta in campagna elettorale, rimasta in sospeso per la situazione di grave ingovernabilità.

Sulle condizioni e motivazioni contingenti che hanno spinto Castillo a fare questa scelta ci sono ipotesi e versioni contrastanti che provengono da organismi e movimenti che partecipano alle mobilitazioni di piazza (iniziate per festeggiare l’annuncio delle elezioni per l’Assemblea Costituente e proseguite per protestare contro il suo arresto): c’è chi sostiene che Castillo sia stato ingannato con la prospettiva di un sostegno dell’esercito e della polizia al suo progetto e chi, invece, crede che sia stato minacciato, drogato e obbligato a tenere il discorso. Il risultato, ad ogni modo, non cambia.

Che la manovra per destituire Castillo provenga da molto in alto è evidente anche dall’isolamento che lo ha colpito: i “suoi ministri” (la vicepresidente ha addirittura preso il suo posto), il suo partito e anche il suo sindacato, quello di cui era stato dirigente per la grande lotta degli insegnanti nel 2017, gli hanno voltato le spalle.

Al contrario, non lo hanno abbandonato le masse popolari, insorte in suo sostegno dopo l’arresto, che accusano Dina Boluarte di essere un’usurpatrice e il parlamento di essere un covo di corrotti.

Dopo una settimana di manifestazioni, tensioni e scontri (con un numero imprecisato di morti) si aprono alcune crepe nel fronte dei golpisti: Dina Boluarte formalmente si oppone alla violenza poliziesca e annuncia elezioni anticipate per dicembre 2023, mentre i vertici dell’esercito e della polizia e la magistratura impongono lo stato di emergenza e fanno sparare sui manifestanti. Intanto, un’imponente mobilitazione di minatori, contadini e popolazioni indigene ha isolato intere parti del paese e marcia verso la capitale.

Caccia ai comunisti

In una situazione di crescente tensione, la magistratura e l’esercito cercano una “scappatoia” per giustificare il colpo di Stato e la repressione nelle strade, anche per presentarsi agli occhi dell’opinione pubblica internazionale come difensori della legalità e aggirare l’art. 46 della Costituzione peruviana che consente al popolo di insorgere in armi contro un presidente e un governo “incapaci e illegittimi”, come sono considerati Dina Boluarte e l’istituzione di cui è a capo.

Cercano di costruire a tavolino una montatura politica secondo la quale Castillo sarebbe stato protagonista di trame eversive ordite con l’ausilio di “gruppi comunisti” non meglio specificati: una tesi che, se prendesse piede, permetterebbe ai golpisti di giustificare il colpo di Stato e dispiegare su ampia scala la persecuzione di organizzazioni, movimenti e organismi, anche solo progressisti, che sostengono la sollevazione popolare.

I presidenti di Argentina (Alberto Fernandez), Bolivia (Luis Arce), Colombia (Gustavo Petro), Honduras (Xiomara Castro), Venezuela (Nicolás Maduro), Cuba (Miguel Díaz–Canel) e Messico (Andrés Manuel López Obrador) si sono schierati per “il rispetto dell’investitura di Pedro Castillo e dei diritti umani”.

In Italia, la comunità peruviana ha organizzato alcuni presidi contro il colpo di Stato e in sostegno di Pedro Castillo.

Il 5 dicembre Gustavo Bobbio Rosas, un generale di brigata in pensione, presta giuramento come Ministro della Difesa del Perù. Il 6 dicembre si svolge un incontro fra il neo ministro e Lisa Kenna, ambasciatrice Usa.
Il 7 dicembre si consuma il colpo di Stato contro Pedro Castillo.
Prima di prestare servizio nel corpo diplomatico, Lisa Kenna è stata per nove anni in forza alla CIA.
Quasi in tempo reale, mentre Gustavo Bobbio Rosas accusava di golpe Castillo e decretava lo stato di emergenza, Lisa Kenna ha affermato “Gli Stati Uniti respingono categoricamente qualsiasi atto extracostituzionale del presidente Castillo per impedire al Congresso di adempiere al suo mandato”.
Il giorno dopo il colpo di Stato, l’8 dicembre, il Dipartimento di Stato degli Usa ha legittimato il regime non eletto di Boluarte. “Gli Stati Uniti danno il benvenuto al presidente Boluarte e non vedono l’ora di lavorare con la sua amministrazione per realizzare una regione più democratica, prospera e sicura”, ha affermato Brian A. Nichols, sottosegretario degli Stati Uniti per gli affari dell’emisfero occidentale.
Fonte: articolo di Benjamin Norton su geopoliticaeconomica.com

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