Sul numero di settembre di Resistenza, nell’articolo dal titolo Una campagna di rottura contro il carovita, abbiamo scritto:

«Parliamo di carovita. Un termine che comprende tutto: aumento degli affitti, del costo dei mutui, delle spese per i generi alimentari, delle spese mediche, delle bollette, del carburante […]. Abbiamo parlato (nell’articolo “Vale più un grammo di pratica…” a pag. 1) dell’autoriduzione delle bollette. Per chi non vuole capire sembra un messaggio fuori dal mondo. Invece è semplice, concreto, positivo e, soprattutto, possibile. Ci sono sindacati (ad esempio Unione Inquilini) che hanno fatto l’analisi delle bollette e hanno individuato cos’è potenzialmente possibile scalare dal totale evitando il distacco delle utenze (IVA, oneri, accise… a spanne un buon 25%). Ci sono comitati di inquilini (come a Torino, vedi articolo a fianco) che hanno già deciso di attuare il non pagamento delle bollette contro la truffa del teleriscaldamento. Ci sono stati sindacati di base che in passato hanno organizzato squadre di tecnici che provvedevano a riallacciare le utenze dopo il distacco da parte delle aziende di erogazione. Questi sono “spunti” che provengono dal mondo reale, non dalla luna. Sono germogli da coltivare e sviluppare».

A questi spunti diamo ulteriore contenuto attraverso la realizzazione di alcune interviste e raccolta di esperienze per alimentare la mobilitazione contro il carobollette e la pratica delle autoriduzioni, la loro organizzazione e convergenza per imporre un proprio governo, un Governo di Emergenza Popolare.

Abbiamo per questo intervistato il compagno Omero Benfenati del Comitato Vele e Cantiere 167 di Scampia. L’intervista è importante e interessante perché dimostra che lottare per strappare conquiste e diritti è possibile e lo è tanto più se le organizzazioni popolari si pongono nell’ottica da agire da Nuove Autorità Pubbliche, da centri autorevoli della mobilitazione, organizzazione e convergenza delle masse popolare per prendere in mano la gestione delle aziende, dei territori e del paese.

Buona lettura!

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Cominciamo l’intervista. Come nasce l’esperienza dei Disoccupati Cantiere 167 e quali sono le vertenze che avete in corso?

Il Comitato dei Disoccupati “Cantiere 167 di Scampia” è uno degli sviluppi della lotta del Comitato Vele, processo che in trent’anni ha portato all’assegnazione di migliaia di alloggi alle famiglie del quartiere e all’abbattimento di mostri di cemento (ndr le Vele) in cui le istituzioni volevano relegarle.

Questo comitato è nato quindi dall’idea di legare la lotta per la casa con quella per il diritto a un lavoro utile e dignitoso. L’idea di costituirlo è nata dall’intento di rompere pezzi del sistema clientelare e gli opportunismi di chi voleva speculare sul processo di resistenza del popolo delle Vele. Ci siamo resi conto che ogni volta che con le nostre lotte sbloccavamo finanziamenti e fondi ci ritrovavamo i soliti sciacalli che, non solo provavano ad approfittare politicamente della lotta del popolo delle Vele ma, soprattutto, mettevano propri galoppini e “clienti” a lavorare nei cantieri di abbattimento e riqualificazione che imponevamo noi.

A questo sistema affaristico abbiamo dato un colpo decisivo formando il comitato dei disoccupati e imponendo con dure lotte una delibera popolare scritta da noi che prevedeva l’obbligo di assumere i disoccupati di Scampia per almeno il 40% del personale impiegato nei lavori da fare nel quartiere. Da un anno e mezzo, ad esempio, alcuni disoccupati del quartiere lavorano nel cantiere della Vela Verde, quella abbattuta nel 2020. In questa lotta abbiamo fatto valere il fatto che a lavorare in questi cantieri devono essere quegli stessi abitanti che per anni hanno lottato per il diritto alla casa, per un quartiere dignitoso e per fare di Scampia un luogo migliore di quello in cui le istituzioni lo avevano abbandonato. Il comitato dei disoccupati “Cantiere 167” nasce quindi come punto di rottura del popolo in lotta contro clientelismo e l’affarismo, per governare il proprio territorio e imporre delle decisioni dal basso. Questo impiego dei disoccupati nel cantiere della Vela Verde, tra l’altro, è per noi solo un primo punto di rottura verso la conquista del lavoro dei disoccupati.

Questa storia è anche storia di riscatto sociale. Tra questi disoccupati che stanno contribuendo a scrivere la storia del nostro quartiere ce ne sono diversi che, a causa del disagio sociale, hanno fatto anche dieci anni di galera e che una volta usciti non hanno trovato nessun aiuto dallo Stato per reinserirsi nella società. Hanno però trovato un comitato capace di dargli le armi necessarie ad abbattere, insieme ai mostri di cemento (ndr le Vele), anche il pregiudizio e i muri che queste istituzioni gli avevano costruito intorno. Armi per riprendere la battaglia per il diritto al lavoro che oggi si è ricomposta più complessivamente nel resto della città e sta strappando tavoli interistituzionali dove stiamo portando avanti le nostre proposte di impiego dei disoccupati nei lavori ambientali, delle assunzioni nelle società partecipate e l’attivazione di clausole sociali simili a quella fatta a Scampia.

Una delle vittorie più grandi è stata proprio quella di aver fatto prendere coscienza alle compagne e ai compagni che si erano rassegnati a quel modo di vivere. Questi compagni li abbiamo tolti dalle mani del nemico, da un passato di manovalanza camorristica e li abbiamo resi protagonisti di un futuro di lotta per la conquista dei diritti che troppo spesso in questi territori sembrano un sogno: diritto al lavoro, diritto alla casa, diritto allo studio, diritto all’infanzia e diritto a campare dignitosamente. Per questo il nostro motto è “siamo sognatori abusivi” perché quei diritti che per noi erano sogni li stiamo strappando uno a uno con la lotta.

In questa fase della vostra lotta vi siete dati la parola d’ordine di irrompere nella campagna elettorale. State letteralmente facendo irruzione in tutti i comizi elettorali dei partiti delle Larghe Intese. Che obiettivi vi ponete con queste irruzioni nei comizi e quali riscontri avete avuto?

L’esperienza ci ha insegnato che i movimenti popolari devono avere una propria autonomia dalle istituzioni e dai loro partiti politici, questo vale anche per la campagna elettorale. Noi siamo andati in tutti i comizi elettorali non per applaudire, chiedere ed elemosinare qualche favore ai candidati ma, ci siamo andati per imporre la trattazione delle nostre istanze di lotta per il lavoro. Quando questi signori si siedono a un tavolo o li becchi per strada ti dicono che sposano la tua battaglia e stanno dalla parte dei disoccupati, quando invece sono nei palazzi istituzionali, nei consigli e nei luoghi decisionali ti sputano addosso.

Per questo come prima mossa abbiamo fermato il consiglio comunale, chiamato in causa il sindaco di Napoli e preteso che tutti i consiglieri firmassero il protocollo d’intesa siglato nei mesi scorsi con Prefettura, Città Metropolitana, Regione, Ministero del Lavoro e degli Interni. Il protocollo contiene progetti scritti che vanno nella direzione di creare occupazione vera e non i soliti corsi di formazione con cui si arricchiscono i padroni. Vogliamo dei corsi che diano una prospettiva, che formino i disoccupati in base al bisogno della città e che gli diano le caratteristiche necessarie a entrare nel mondo del lavoro.

Oggi Napoli è una città allo sbando dove i servizi essenziali non sono affatto garantiti. Di lavoro da fare ce n’è ed è tanto e servono nuovi lavoratori formati a svolgerlo. A questo devono servire i corsi! Certo non a rubare soldi pubblici e né a tenere i disoccupati a parcheggio. Non è neanche accettabile l’idea di sfruttare i percettori del Reddito di Cittadinanza come manovalanza a basso costo per compensare i vuoti di organico allontanando sempre di più la possibilità di conquistarsi un lavoro vero. Di questo contestammo anche la delibera PUC fatta dall’amministrazione De Magistris, nella quale si diceva che i percettori di Reddito di Cittadinanza impiegati nei lavori del Comune, in caso di perdita del sussidio, non avrebbero dovuto rifarsi con il Comune, neanche se la prestazione lavorativa fosse stata occasionale. Era una delibera vergognosa, non è possibile trattare i percettori del Reddito di Cittadinanza come lavoratori monouso, usa e getta “oggi lavori perché mi servi domani ti butto via perché non mi servi più”. I percettori devono essere inquadrati in lavori di pubblica utilità che danno risposte alla carenza di servizi della città con orario, salario e condizioni di lavoro dignitose. Questo è tutt’oggi un pezzo della battaglia che stiamo portando avanti nei tavoli nazionali, regionali e locali. Noi mettiamo al centro la conquista di un lavoro vero e non ci facciamo ingabbiare dalle norme e “normicelle” che questi signori continuamente tentano di fare.

Un altro aspetto importante della vostra lotta in questa fase è quello di aver collegato le battaglia per il lavoro con quella contro il carovita. Avete fatto un’azione come disoccupati napoletani in cui avete bruciato le bollette in piazza. Quanto avete intenzione di sviluppare quest’aspetto della vostra lotta e quali sono i prossimi passi che avete individuato?

Il movimento dei disoccupati storicamente ha una tendenza ad abbracciare tutte le vertenze e le emergenze che vivono le masse popolari, dal carovita, le spese militari, il diritto all’abitare e altro. Si tratta di una lotta a tutto tondo che i disoccupati storici hanno condotto. Noi quando abbiamo fatto questa iniziativa sulle bollette non ci siamo trovati solo come disoccupati, c’erano infatti dei lavoratori ma anche commercianti, gente a cui erano arrivate bollette di tre-quattromila euro per un negozietto di cinquanta metri quadri. C’è quindi una grande incazzatura anche da parte degli esercenti che stanno pagando a caro prezzo le scelte con cui questi governi assassini stanno tartassando i disoccupati, i lavoratori, i commercianti e le fasce più deboli. Per noi questa iniziativa deve essere allargata, bisogna mobilitarsi contro il carovita in tutte le città e fare in modo che questi rincari vengano ritirati. Noi vogliamo costruire un movimento unitario che sia capace di fare tutto questo.

Ovviamente i prossimi passi vanno individuati in un’ottica non testimoniale ma di sviluppo della lotta per non pagare le bollette. Noi a Scampia, ad esempio, qualche anno fa abbiamo fatto un’esperienza per il calmieramento del prezzo della corrente elettrica, chiamando in causa l’amministrazione comunale e pretendendo l’erogazione del servizio a prezzi decisi da noi, stralciando anche eventuali arretrati o multe per vecchi allacci abusivi. Per questo fu prodotta una delibera ad hoc.

Abbiamo visto come negli ultimi mesi abbiate messo in campo una sinergia con un altro pezzo importante del movimento dei disoccupati di Napoli e con il Collettivo di Fabbrica GKN di Firenze, anche producendo importanti documenti a firma congiunta, tra cui la chiamata a partecipare a una manifestazione nazionale a Napoli per il mese di novembre. Com’è nata quest’importante convergenza e quali sono i passi che vi proponete di fare?

Noi crediamo che l’unità di classe sia il presupposto per vincere tutti. Nella lotta per la casa di Scampia, che ha riguardato complessivamente oltre duemila famiglie, abbiamo sperimentato quanto l’unità di classe sia determinante per vincere. Abbiamo sperimentato negli anni l’unità d’azione con altre realtà che lottavano per il diritto alla casa come la campagna Magnamece ‘o pesone. Con l’unità abbiamo portato a casa le principali vittorie e strappato i finanziamenti necessari a imporre le decisioni popolari.

Noi oggi dobbiamo mettere assieme i disoccupati, i lavoratori, i precari e tutti quelli che non arrivano alla fine del mese per imporre un cambiamento radicale alla società, non solo alla città di Napoli ma in tutto il paese. Moltiplicare queste forme di lotta serve anche a dare un segnale a questo governo e a quello che si insedierà: l’epoca della finta rappresentanza è finita e questi processi sempre più saranno governati dagli stessi lavoratori, dagli stessi disoccupati e dalle masse popolari. Questo è l’obiettivo finale che tutti insieme dobbiamo portare avanti, governare dal basso e dirigere questi processi e queste vertenze. Un segnale forte si darà a novembre nella città di Napoli con una manifestazione che deve essere nazionale, unitaria e più ampia possibile in cui faremo capire a questi signori che il tempo per loro sta scadendo.

Tu dicevi “governare dal basso”. Abbiamo scritto in alcuni articoli degli scorsi mesi che se ci fossero dieci, quindici, venti organismi collegati fra loro che assumano il ruolo di centro autorevole dell’organizzazione e della riscossa delle masse popolari, come ha fatto ad esempio la GKN negli ultimi mesi, il processo unitario e la lotta per imporre il governo delle masse popolari organizzate di cui parlavi farebbe significativi passi avanti e diventerebbe all’ordine del giorno. Di organismi capaci di assumere tale ruolo nel nostro paese ce ne sono tanti (basti pensare ai No Tav per quanto riguarda le lotte ambientali) e uno di questi è proprio il Comitato Vele, organismo che nel quartiere di Scampia è una vera e propria autorità, un’istituzione popolare che governa pezzi della vita sociale del territorio.

A che punto siamo secondo te nella costruzione di questo movimento necessario a imporre un tale governo, quali sono i passi da fare e come spingere in avanti e far convergere in questo processo quelle forze politiche che si dicono contro le Larghe Intese e a favore della parte delle masse popolari e dei lavoratori?

Noi siamo estremamente convinti di quello che dici perché l’abbiamo sperimentato nella pratica. Come Comitato Vele questa esperienza l’abbiamo fatta, ad esempio con la giunta De Magistris, che è stata capace di recepire, anche a suon di lotte, il messaggio forte lanciato dal comitato. Abbiamo sperimentato come con l’organizzazione e la determinazione abbiamo portato un sindaco a mettersi dietro al nostro striscione e seguirci fino a Roma per conquistare i diritti che ci spettavano. Con questo modo di pensare siamo stati capaci anche di spingere i governi a mettere in pratica le nostre indicazioni, le nostre proposte, le nostre delibere facendo diventare legge la dignità e i diritti che abbiamo strappato. Qualche anno fa sembrava da pazzi dare centinaia di appartamenti agli occupanti abusivi, ma noi abbiamo sempre detto che gli abusivi non tradiscono il popolo, sono i governanti a farlo, solo loro che fanno governi in cui si eleggono tra di loro e lasciano nella miseria centinaia di migliaia di persone.

Noi crediamo che dal basso si può costruire un modello diverso, quello che dal basso stiamo provando a praticare da anni. Proprio negli scorsi giorni abbiamo promosso un’attività nel quartiere che può sembrare piccola ma che racchiude lo spirito del processo che conduciamo. Con i disoccupati e il Comitato ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo riqualificato un campetto da calcio per i bambini delle Vele. Avere un simile campetto era il sogno di tutti noi, adulti di oggi che sono cresciuti nelle Vele. Abbiamo chiamato in causa tutte le personalità del quartiere per sostenere questa iniziativa, quelli che hanno risposto sono quelli con cui c’erano già solidi legami e che stanno fuori dai meccanismi di interesse e speculazione, come i fratelli Letizia (ndr due calciatori che sono nati e cresciuti nelle Vele). Anche questo piccolo risultato, se non si fossero mosse le masse popolari e avessero ideato, costruito e attuato il progetto non si sarebbe ottenuto. Sono le masse popolari che scrivono la storia!

Noi nei prossimi mesi lanceremo un appello a tutte le realtà organizzate delle periferie delle principali città d’Italia, come lo Zen di Palermo o il Corviale di Roma, in cui metteremo a disposizione tutta l’esperienza condotta a Scampia, parleremo delle nostre proposte e lanceremo una battaglia nazionale per la conquista dei diritti essenziali. Sarà anche un modo per far convergere e unire le realtà organizzate e di lotta della città di Napoli e di tutta Italia per avanzare nel percorso di conquista e riscossa delle masse popolari.

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