In risposta a Vladimiro Vaia

Ancora sulla pubblicazione ERS di “Da galeotto a generale” di Alessandro Vaia. Lettera del direttore delle ERS in risposta alla lettera di Vladimiro Vaia del 08.01.2022.

Oggetto: Ancora sulla pubblicazione di Da galeotto a generale di A.Vaia. In risposta alla lettera del 08.01.2022

Napoli, 27 febbraio 2022

Egregio Vladimiro,

prima di tutto ti ringrazio della tua lettera dell’8 gennaio, che ha il grosso pregio di entrare nel vivo di alcuni aspetti di un bilancio storico che non è ancora del tutto conosciuto nel movimento comunista che rinasce, né è oggetto di dibattito franco e aperto tra i comunisti di oggi, ma di cui essi hanno estremo bisogno.

È proprio questo l’obiettivo di quell’introduzione a Da galeotto a generale che tanto contesti, di quella mia “prefazione [a tuo avviso, ndr.] francamente irricevibile”: sviluppare il dibattito sugli insegnamenti che la storia del PCI ci lascia in eredità, più che – come scrivi – “accostare” alle tesi della Carovana del (nuovo)PCI il nome di tuo padre. È un riprendere e promuovere il ragionamento collettivo sull’opera gloriosa del PCI e sui motivi per cui esso non ha instaurato il socialismo a continuazione e compimento dell’eroica lotta che ha sostenuto, suscitato e vinto contro il fascismo. Non è, pertanto, “caricare – come tu dici – responsabilità storiche su un gruppo esiguo di uomini che hanno dato e sofferto” e, men che meno, “strumentalizzare” la memoria di un compagno valoroso quale fu tuo padre ripiegando – per usare le sue stesse parole – in “tendenze settarie, opportuniste e piccolo-borghesi alimentate dall’ambiente nel quale [si, ndr.] vive e agisce”. È anzi – rovesciando quanto tu affermi – la volontà di non fare alcuna “concessione all’avventurismo irresponsabile [che, ndr.] apre varchi pericolosi alla reazione sovvertitrice tanto quanto la tendenza alla capitolazione”.

In quest’ottica, quale strumento migliore per spiegare la forza raggiunta dal movimento comunista nel nostro paese (ma anche le ragioni per cui dopo la vittoria della Resistenza esso non portò a compimento la sua opera) dell’autobiografia di un dirigente di primo piano, qual è quella del compagno Vaia? Nella vita e nell’opera di tuo padre, emblema della dedizione e generosità di migliaia di compagni della prima ondata della rivoluzione proletaria, è racchiusa la “lezione che non muore”: non scoraggiarsi mai di fronte alle difficoltà o alle sconfitte, non rassegnarsi ai limiti ed errori, ma rialzare sempre la testa e impugnare l’arma della scienza e dell’organizzazione, che affonda le sue radici e ragioni nella lotta di classe e muove alla prospettiva. In sintesi, darsi gli strumenti per scrivere noi la storia e avanzare verso la vittoria. Quella vittoria a cui Vaia dedicò tutta la vita, anche traendo insegnamento dai limiti e le sconfitte del movimento comunista (che intanto riconobbe e trattò attraverso la casa editrice Aurora, la rivista Interstampa, il circolo Concetto Marchesi), ricercando sempre, nel movimento della società, le basi su cui far leva per riprendere il cammino interrotto.

È qui il senso della pubblicazione dell’opera, ancorché in tiratura purtroppo assai limitata e in circolazione solo militante e “di circuito”. È questo che ho inteso sostenere nella mia introduzione, non altro. Dunque tutt’altro che “liquidatoria” o “perfino denigratoria” della figura del generale Vaia, come sostieni tanto da sentirti in dovere di “difenderne la memoria” più di quanto non sia la sua stessa storia a farlo.

Tuo padre stesso riconobbe, negli anni, i “ritardi” del suo PCI, l’essersi lasciato sorprendere da alcuni eventi, in particolare verso la giovane generazione. Quando, ad esempio – uno su tutti – in relazione alle lotte del ‘60 contro il governo Tambroni, poi del ‘68 e, ancora, dell’“autunno caldo” e del ‘77 (con il proliferare della lotta extraparlamentare diffusa che tanto hai premura di sconfessare), scriveva “Ma perché da venti anni siamo sempre sorpresi e in ritardo con i giovani? Non è lecito chiedersi se non ci sia qualcosa di essenziale che ci è venuto a mancare e senza il quale il partito e la gioventù comunista non avrebbero mai potuto esercitare la loro influenza sulla parte più combattiva dei giovani?” (A. Vaia, Perché sempre in ritardo?). Stava forse denigrando il Partito e se stesso o, piuttosto, poneva la necessità di comprendere la fase storica partendo dal bilancio dell’esperienza al fine di adeguare la linea di condotta dei comunisti?

È a questi interrogativi, emblematici e urgenti ancora oggi, che ci siamo ispirati nel riportare alla memoria e diffondere, principalmente tra la nuova generazione di comunisti, la lezione che ereditiamo da chi ci ha preceduto nella lotta per arrivare a costruire il socialismo in un paese imperialista. E lo abbiamo fatto riscoprendo e facendo riscoprire e conoscere la vita stessa di un compagno che fu protagonista di quella lotta e ne incarnò le tendenze migliori e le più alte aspirazioni (l’ala sinistra del PCI), pur non riuscendo a imporsi alla guida del Partito e, quindi, ai revisionisti moderni (l’ala destra del PCI). Una precisazione. Con “ala destra” non indico “i cattivi e i traditori”, ma semplicemente quella corrente del PCI che non aveva fiducia nelle capacità rivoluzionarie della classe operaia e delle masse popolari italiane, secondo la quale non era possibile instaurare in Italia il socialismo e di cui Togliatti era diventato il più autorevole portavoce. Lo stesso Gramsci già nel 1926 aveva denunciato questa corrente del PCI e il rischio di deviazioni di destra nel PCI è indicato esplicitamente nella n. 26 delle Tesi di Lione (1926). Con “ala sinistra” indico quella parte del PCI che voleva ed era disposta a combattere per un mondo senza padroni e di libertà e progresso per i lavoratori, di cui Secchia è stato l’esponente di spicco: il rapporto che Secchia tenne il 16 dicembre 1947 alla Sezione Esteri del CC del Partito comunista dell’Unione Sovietica (pubblicato nella raccolta a cura di Marcello Graziosi Il partito, le masse e l’assalto al cielo, La Città del Sole-Napoli 2006), può essere assunto come rappresentativo delle aspirazioni e della posizione dell’ala sinistra del PCI dell’epoca.

Gli interrogativi posti da tuo padre nel 1977 rimandano, ne converrai, alla linea che prevalse nel PCI nel periodo precedente, nel 1945-1948. Solo qualche esempio.

Il PCI lasciò cadere i CLN anziché radicarli nelle aziende, nei municipi, nelle questure e prefetture e nel resto delle istituzioni statali e farne organismi del nuovo potere delle masse popolari organizzate. E questo benché i CLN fossero stati “per un certo tempo, soprattutto nel nord dell’Italia, una forza democratica attraverso la quale le masse lavoratrici partecipavano alla soluzione dei problemi politici ed economici del paese, iniziavano la loro opera di partecipazione alla direzione dello Stato” (Pietro Secchia, Relazione sulla situazione italiana, Mosca, 16 dicembre 1947, in Archivio Pietro Secchia, 1945-1973, Feltrinelli, Milano 1979). Lasciar cadere i CLN anziché arruolare nelle aziende dirette dai CLN tutti gli operai e i disoccupati impiegandoli nella ricostruzione post-bellica, favorendo la loro mobilitazione e il controllo della produzione, significò che non l’iniziativa delle masse popolari, ma il capitale USA e il suo piano Marshall furono i motori della ricostruzione, ne dettarono regole e tempi. E gli effetti sono quelli che abbiamo visto. La disoccupazione raggiunse picchi più alti che durante il fascismo e centinaia di migliaia di lavoratori dovettero prendere la strada dell’emigrazione: nelle miniere del Belgio, nei cantieri della Svizzera e della Germania e altrove. Nelle fabbriche gli operai comunisti furono relegati nei reparti confino: istruttivo a questo proposito il diario dell’operaio Giuseppe Dozzo (confinato all’officina 24 della FIAT Mirafiori e licenziato per rappresaglia nel gennaio del 1958) che un gruppo di operai della Piaggio di Pontedera ha trasformato in spettacolo teatrale … il 27 febbraio lo rappresenteranno presso l’Arci Bellezza di Milano; e anche il libro di Aris Accornero, FIAT confino (Edizioni Avanti, 1959), in cui viene raccontata la storia del reparto che Valletta istituì a Torino in corso Peschiera alla fine del 1952 (dopo che a seguito degli accordi segreti con De Gasperi, Togliatti & C. gli passò la paura che nel 1945 lo aveva fatto scappare in Svizzera). Qui vennero mandati a più riprese 130 operai, quasi tutti (salvo alcuni del PSI) quadri del PCI e della FIOM CGIL, molti dei quali avevano partecipato alla Resistenza contro il nazifascismo, come comandanti, come combattenti o staffette, in montagna e nelle SAP e anche diretto la difesa delle fabbriche FIAT dalle distruzioni delle truppe tedesche.

Nel 1946 Togliatti, Ministro della Giustizia del governo De Gasperi I, firmò l’amnistia per i fascisti, portando alla scarcerazione di tutti i grossi dirigenti repubblichini, anziché punirli esemplarmente ed epurare gli apparati statali da funzionari compromessi in forma grave con il fascismo e in particolare da quelli che sabotavano e cospiravano contro il rinnovamento del paese (cambio della moneta e altro): che effetti ebbe l’“amnistia Togliatti” del 1946 sul riciclo di alti funzionari civili e militari nelle istituzioni della neonata Repubblica?

Nel 1948 il PCI fece passare sotto silenzio la decisione della Corte di Cassazione (piena di fascisti, a partire dal suo primo presidente, Andrea Ferrara, con cui era stato “molto opportunamente” sostituito Giuseppe Pagano, tornato in servizio nel 1945 dopo esserne stato dispensato per aver rifiutato la tessera del partito fascista e per non aver presentato la dichiarazione di non essere ebreo) con cui borghesia e clero fin da subito misero le basi anche giuridiche per disattendere le promesse e gli impegni scritti nella Costituzione. “La Costituzione entrò in vigore il 1° gennaio 1948, ma un mese dopo, il 7 febbraio, una sentenza delle sezioni riunite della Corte di Cassazione ne minò gravemente l’effettiva applicazione. Essa distinse infatti le norme costituzionali in ‘programmatiche’ e ‘precettizie’, negando alle prime valore normativo e stabilendo che solo le seconde avevano il potere di abolire le leggi precedenti che risultavano incompatibili con il nuovo ordinamento. Negli anni del ‘centrismo’, e nel clima generale della ‘guerra fredda’, questa sentenza fu utilizzata dai governi per rinviare sistematicamente l’attuazione dei principi costituzionali. Il ministro dell’Interno Mario Scelba affermò apertamente che la Costituzione non doveva diventare “una trappola per la libertà del popolo italiano”. Rimasero così a lungo in vigore i codici fascisti, in particolare il Testo Unico di Pubblica Sicurezza del 1931, i cui articoli furono appunto utilizzati dal Ministero dell’Interno per reprimere le manifestazioni di protesta e gli scioperi” (da L’Italia Repubblicana, Guido Crainz – Giunti Editore, 2000).

Non mi dilungo sul fatto che l’Italia nel 1949 si trovò a essere un protettorato USA tramite la NATO né sulla rinuncia del PCI a insistere per l’eliminazione dei Patti Lateranensi stipulati durante il fascismo (11 febbraio 1929) e a imporre la separazione tra Stato e Chiesa, requisire tutte le strutture del Vaticano a fini di pubblica utilità (la Corte Pontificia aveva messo in conto l’eventualità di dover evacuare, tanta era stata la sua compromissione con il fascismo): sono fatti noti.

La “democrazia progressiva” divenne, allora, il punto d’arrivo della lotta antifascista anziché, come pure era presentata, una tappa di avanzamento verso il socialismo. Il ruolo del PCI nella lotta antifascista si era così “risolto” in quello di “ala sinistra della borghesia antifascista”, ossia quel ruolo dal quale le Tesi di Lione del PCI del 1926 avevano espressamente messo in guardia il Partito.

Dopo la vittoria delle insurrezioni dell’aprile 1945, la lotta di classe doveva decidere se il nostro paese prendeva la strada del socialismo o se la borghesia imperialista ristabiliva il suo potere. E il ruolo che nel nostro paese aveva avuto il PCI mobilitando la classe operaia, i contadini, gli artigiani e gli intellettuali rivoluzionari nella Resistenza, unito al ruolo svolto a livello internazionale dall’Unione Sovietica e dal movimento comunista nella sconfitta del nazifascismo, portarono il movimento comunista al punto più alto di forza e di potere che abbia mai raggiunto nel nostro paese: il PCI era diventato l’effettivo Stato Maggiore della classe operaia nella sua lotta contro la borghesia. Ebbene, perché la classe operaia non riuscì a instaurare il socialismo, ma anzi seguì una strada che da quel punto più alto la portò nel giro di alcuni anni “a perdere tutto e ad aver perso tutto, a trovarci in un regime diverso, di tipo reazionario, senza neppure aver dato battaglia” come paventa Pietro Secchia a conclusione del suo rapporto di cui sopra?

Proprio le grandi doti personali, morali e intellettuali, che emergono nettamente nell’autobiografia di tuo padre (come anche leggendo le memorie di altri valorosi compagni dirigenti del PCI nel corso della prima ondata: Secchia, Vidali, Noce, Germanetto, Giovanni Pesce, Colombi…) mostrano che non si tratta di incapacità e di limiti personali, ma di limiti che il movimento comunista italiano nel suo complesso non aveva ancora superato e che spetta al nuovo movimento comunista che rinasce superare. Di più: proprio il fatto che nel corso del secolo scorso in nessun paese imperialista il movimento comunista è riuscito a instaurare il socialismo mostra che non si tratta di una questione solo italiana, ma di limiti nella comprensione delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe a causa dei quali il movimento comunista non è riuscito a instaurare il socialismo nei paesi imperialisti e la prima ondata della rivoluzione proletaria si è esaurita senza completare la sua opera.

È questa la partitura teorica e pratica attuale nella quale consideriamo che l’autobiografia di tuo padre renda servigio alla lotta rivoluzionaria. Di qui, l’uso “militante” dell’opera più che fini commerciali che evidentemente non abbiamo. Prova ne sia che – come ben sai e diversamente da quanto scrivi – il volume delle Edizioni Rapporti Sociali non ha tracciabilità editoriale, così pensato proprio sulla scorta di obiettivi tutti politici e fuor di profitto e che, pertanto, in alcun modo inficia la pubblicazione di Teti editore della quale hai i diritti. Non compare sui siti della distribuzione del prodotto librario, infatti, né è acquistabile in librerie o altri punti vendita: in sintesi non è “sul mercato”.

Di qui, però, anche la mia proposta, per intanto tutta politica, prim’ancora di accordo tra le parti cui pure giungeremo: perché non recensisci pubblicamente le nostre tesi introduttive al volume? Ci daremmo un’occasione per approfondire pubblicamente quel dibattito franco e aperto sul bilancio storico del movimento comunista detto in apertura e lo faremmo dando occasione, strumenti ed elementi a quel “popolo della sinistra” nel nostro paese che, orfano del primo PCI o figlio ribelle, largamente diffuso e altamente frammentato, cerca riferimenti ideologici, politici e organizzativi per riprendere l’opera lasciata incompiuta dai più generosi e dediti combattenti della prima ondata della rivoluzione proletaria.

Ci ho messo più di qualche giorno per risponderti, è vero. Così come tu in risposta alla mia precedente. Le ragioni – immagino, per entrambi – attengono alla formulazione di risposte serie. Perché in discussione non è principalmente un’eventuale contesa giuridica o amministrativa tra di noi, ma gli interessi generali, in termini di orientamento e prospettive, di chi fu referente tanto dell’opera di tuo padre che, pure posta la distanza del tempo e nelle condizioni specifiche della lotta di classe oggi, è referente della nostra stessa impresa, quella di fare dell’Italia un paese socialista.

In attesa di una tua risposta, ti informo che sarò a Milano tra la fine di marzo e gli inizi di aprile. Come già da precedenti miei inviti ad incontrarci per dirimere le questioni che poni, potrebbe essere quello un primo momento per confrontarci de visu.

Cordialmente

Per le Edizioni Rapporti Sociali

Il direttore Igor Papaleo

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