Questa pandemia ha mostrato come quei paesi che vengono dalla prima ondata delle rivoluzioni socialiste in tutto il mondo, in virtù degli elementi di socialismo di cui ancora godono, ad esempio la gestione pubblica del SSN e della ricerca, abbiano affrontato meglio dei paesi imperialisti e capitalisti la pandemia. Come funziona il sistema sanitario nazionale del Vietnam?

Innanzitutto partirei dai dati. Da inizio pandemia il Vietnam ha registrato 1 milione di casi positivi e 23mila morti [dati aggiornati al 22 novembre 2021] per una popolazione che supera i 98 milioni di abitanti. Dati che fanno capire come le cose in Vietnam, un paese in via di sviluppo, abbiano funzionato nel migliore dei modi, soprattutto in occasione delle prime tre ondate.

Il SSN del Vietnam prevede l’esistenza sia di un settore pubblico che di un settore privato. Ovviamente l’obiettivo del governo vietnamita, un po’ sulla falsa riga di quello cinese, è quello di raggiungere una copertura sanitaria universale per tutta la popolazione, cosa che al momento però ancora non esiste. A questo bisogna aggiungere che il Vietnam è un paese in via di sviluppo che non possiede tutte le risorse economiche che possono essere messe a disposizione in altri paesi, soprattutto quelli occidentali. È proprio per questo che è la prevenzione il punto di forza del Vietnam, piuttosto che la cura. È stata fatta tanta informazione alla popolazione ed è stata istituita la chiusura delle frontiere già a partire dal marzo 2020, per cui per oltre un anno non è stato possibile accedere al paese. Solo via via sono state prese misure per permettere l’entrata sia dei vietnamiti che erano stati bloccati all’estero sia di lavoratori stranieri, con contratti in vigore, che dovevano rientrare nel paese, mentre ancora non sono stati ripristinati i visti turistici. Ovviamente tutto con obbligo di quarantena di 15 giorni in strutture preposte dal governo, strutture militari o alberghi dedicati, e predisposte a questo fine. Solamente dopo questi 15 giorni senza alcun contatto con la popolazione locale e dopo almeno tre test consecutivi dall’esito negativo le persone sono state introdotte all’interno della società e rese libere di spostarsi all’interno del paese. Per questo motivo va sottolineato che la maggioranza dei casi registrati nel corso delle prime tre ondate consisteva in persone che erano state “testate” all’arrivo nel paese, e che non hanno potuto contagiare ampi strati della popolazione perché messe subito in isolamento.

In definitiva, i punti d forza del Vietnam sono stati l’azione decisa e repentina del governo e la prevenzione atta ad evitare l’espansione incontrollata del virus tra la popolazione. Quando invece si sono verificati dei focolai di contagio sul territorio, il governo ha preposto immediatamente l’isolamento delle province e delle città che erano state colpite. Questo ha permesso di non avere situazione drammatica che si sono viste nella maggioranza dei paesi del mondo.

La situazione è solo parzialmente cambiata con l’inizio di quella che in Vietnam viene definitiva la quarta ondata, iniziata lo scorso maggio e ancora in corso. Questa è stata caratterizzata dall’ingresso nel paese della variante Delta, che, come noto, è in grado di diffondersi molto più rapidamente. Ciò ha portato ad un incremento del numero di casi positivi e di morti, ma pur sempre in numeri limitati rispetto al mondo capitalista occidentale. Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, il governo ha operato un lockdown “duro” nelle aree più colpite, che ha portato al calo dei contagi ed alle riaperture che proseguiranno in maniera progressiva fino al gennaio 2022, anche grazie all’aumento del numero di vaccinati.

Quali sono state le misure attuate dal governo del Vietnam dal punto di vista sanitario? Come si sono svolte attività quali lockdown, cure territoriali, ospedalizzazione, vaccini, sanificazione di strade ed edifici, informazione sanitaria o altro?

Per quanto riguarda i lockdown, non ce ne sono stati come quelli che abbiamo visto in Italia nel corso del 2020. Nell’aprile dello scorso anno, vi è stata però una campagna di distanziamento sociale, molto simile al lockdown, che è durata poche settimane. Non essendoci grossi focolai di contagio nel paese tutto è ripreso nella normalità.

Diverso è il discorso per il lockdown che ha avuto luogo nell’estate di quest’anno, in cui per due settimane è stato praticamente impossibile uscire di casa. Il governo ha dispiegato l’esercito con il compito di portare beni di prima necessità alla popolazione, mentre il personale sanitario girava casa per casa ad effettuare i tamponi.

Per quanto riguarda i vaccini la campagna è iniziata a gennaio ma è entrata nel suo vivo a partire da settembre dove si è passati dall’1% al 42% di vaccinati (in tre mesi). Il governo ha contattato i produttori di vaccini e i governi di altri paesi e ha ricevuto innanzitutto le dosi necessarie a vaccinare il personale sanitario per poi procedere con il resto della popolazione. Il Vietnam utilizza diversi tipi di vaccini provenienti da diversi Paesi, compresi quelli delle multinazionali occidentali (AstraZeneca, Moderna, Johnson&Johnson, Pfizer), ma anche Sinopharm, Sputnik e il cubano Abdala. Il governo ha poi finanziato una serie di progetti per la produzione di vaccini locali. All’oggi, comunque, sono state somministrate 108 milioni di dosi con 41 milioni di abitanti con doppia dose. L’obiettivo è quello di raggiungere il 70% della popolazione adulta vaccinata entro fine anno, ma i vaccini sono disponibili anche per i ragazzi a partire dai 12 anni di età.

Ci sono state conseguenze in termini occupazionali, chiusura attività produttive o commerciali come da noi? Quali misure ha attuato il governo per farvi fronte?

Dal punto di vista economico le conseguenze ci sono state, sebbene siano state inferiori rispetto a quelle dei paesi più colpiti. Il Vietnam, insieme alla Cina, è stato uno dei pochi paesi a chiudere l’anno 2020 con una crescita del PIL, una crescita, certo, minima rispetto a quella degli anni precedenti, quando nel 2018 e 2019 il PIL era cresciuto di quasi il 7%. Si tratta comunque di un risultato importante rispetto a quanto accaduto nella maggior parte del mondo.

Le conseguenze negative ci sono state per vari motivi. Il settore più colpito, a causa delle chiusure dei confini, è stato quello del turismo, che era un settore molto importante per il Vietnam. Dall’inizio della pandemia a oggi le aree turistiche sono praticamente deserte e l’unico turismo presente è quello interno.

L’altro motivo per cui il Vietnam ha risentito della pandemia sta nel fatto che gli altri paesi sono stati colpiti, e quindi partner commerciali del Vietnam hanno subito perdite e ridotto le importazioni. In particolare parliamo di USA e UE, i due principali partner commerciali del paese insieme alla Cina, che ha invece superato più agevolmente la pandemia da un punto di vista economico.

Il governo ha preso delle misure per affrontare la situazione: sussidi per quelli che hanno perso il lavoro a causa della pandemia, investimenti per stimolare la ripresa di quei settori che erano stati più colpiti. Il governo ha quindi messo a disposizione dei fondi sia per le imprese che per i lavoratori stessi per far ripartire l’economia a pieno ritmo.

L’attività scolastica è stata marginalmente colpita nel corso degli anni 2019-2020 e 2020-2021, ma quest’anno, a causa della quarta ondata, la scuola ha avuto inizio online, ed il ritorno in classe non è previsto prima di gennaio.

È stato necessario, ad esempio, convertire aziende per la produzione di mascherine, farmaci e quanto necessario? O sono stati stretti accordi con altri paesi per la loro fornitura?

Questo punto è molto importante, perché è una differenza sostanziale che esiste tra i paesi capitalisti e i paesi socialisti come il Vietnam. In Vietnam, il governo può prendere la decisione di imporre a delle aziende private determinate produzioni, quindi quando c’è stato bisogno il governo ha obbligato la più grande holding privata del paese, VinGroup, che produce anche beni tecnologici, a convertire alcuni stabilimenti per la produzione di respiratori e altri prodotti necessari. Le aziende private, a fronte di questa misura, non hanno potuto fare altro che obbedire per il semplice fatto che in Vietnam il settore privato è previsto dalla costituzione, ma è concesso solo a patto di alcune condizioni, ad esempio quello di svolgere un ruolo funzionale al bene della popolazione. Nel caso in cui l’interesse generale dovesse confliggere con l’interesse privato, è l’interesse generale a dover avere la priorità e non viceversa. Il governo, da questo punto di vista può prendere delle decisioni che sono giustificate nell’obiettivo di perseguire l’interesse generale della popolazione. Altro obbligo per il settore privato è quello di garantire l’innovazione tecnologica del paese. Il settore privato in Vietnam è quindi sempre sottoposto all’interesse generale.

Che ruolo ha avuto la popolazione nella gestione della pandemia in termini di partecipazione e coinvolgimento nella battaglia per farvi fronte?

La popolazione si è mostrata estremamente ligia al proprio dovere, ha seguito le campagne messe in campo dal governo e dal Partito Comunista utilizzando tutte le strutture propagandistiche che esistono nel paese e ha seguito tutte le regole imposte dal governo. L’uso della mascherina, ad esempio, previsto principalmente in luoghi affollati e chiusi come supermercati o centri commerciali, viene rispettato in maniera molto ligia.

I paesi asiatici hanno già avuto a che fare con alcune epidemie simili a questa, come la SARS e la MERS, che avevano in qualche modo già preparato la popolazione a fronteggiare questo tipo di emergenze. Inoltre, l’uso della mascherina è molto comune nell’Asia orientale, il che ha facilitato il rispetto delle norme di sicurezza da parte dei cittadini.

Il Vietnam è stato tra i migliori paesi al mondo, considerando il livello economico del paese e la densità abitativa delle sue città principali come Ho Chi Minh e Hanoi, nel fronteggiare la pandemia anche alimentando la partecipazione di tutti i settori della società. In questo, il ruolo politico del governo ha risposto presente, così come il ruolo del personale sanitario e dell’innovazione scientifica e della ricerca, al pari di tutto il resto della popolazione che ha seguito le indicazioni e si è affidata al proprio governo.

Sulla base degli esempi rappresentati da paesi socialisti come il Vietnam il Partito dei CARC ha condotto la campagna “il socialismo è la cura”. Sulla base della tua esperienza in Vietnam, il socialismo è la cura perché?

Il socialismo è sia prevenzione che cura. Partiamo dal presupposto che l’uomo non può avere il controllo totale sulla natura, ovviamente, ma può comunque fare molto per migliorare il suo rapporto con la natura. Con questo intendo dire che il modello economico capitalista, distruttivo dell’ambiente, favorisce il sorgere di nuove epidemie come quella in corso, in quanto va ad intaccare gli habitat naturali di specie che non dovrebbero convivere con l’uomo. Un modello economico socialista rispettoso dell’ambiente, invece, ridurrebbe di gran lunga il rischio.

Detto questo, il socialismo è la cura perché i modelli economici socialisti di Paesi come Vietnam, Cina e Cuba, pur con le loro differenze e con le loro innegabili aporie, hanno dimostrato di saper affrontare l’emergenza sanitaria meglio di qualunque Paese capitalista, anche i più ricchi e avanzati come quelli dell’Europa occidentale e dell’America settentrionale. Questa superiorità si è palesata sotto tutti i punti di vista, non solo nel numero di casi positivi o di morti.

Secondo la testata statunitense Politico, nel 2020 il Vietnam ha ottenuto i migliori risultati in assoluto nel contrasto della pandemia sia dal punto di vista sanitario che economico, raggiungendo l’obiettivo duplice di preservare la vita delle persone in sé, ma anche la qualità della vita stessa. L’agenzia britannica YouGov ha sottolineato che in Vietnam il 97% della popolazione sostiene le misure prese dal governo, l’89% ha fiducia nella copertura informativa della pandemia da parte dei media e l’80% ha fiducia nella gestione economica dell’emergenza. Tutti questi dati sono invece inferiori al 50% in qualsiasi Paese occidentale.

Tutto ciò è possibile solamente in un Paese socialista dove il politico ha la precedenza sull’economico, ovvero dove il governo, rappresentante degli interessi popolo, ha l’ultima parola sulle decisioni da prendere, e non la classe economicamente dominante, che persegue i propri interessi; dove l’economia è a forte gestione pubblica e anche il settore privato deve sottostare al primato dell’interesse generale; dove i mezzi d’informazione gestiti dal governo e dal Partito forniscono notizie certe e verificate, e non si dà seguito a fake news, teorie del complotto e “terrorismo mediatico”; dove l’esercito popolare e le forze di polizia sono al servizio del popolo; dove le risorse a disposizione, anche quando modeste, vengono utilizzate per il benessere di tutti.

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