A Torino il 14 ottobre 1980 circa 12mila impiegati e quadri della FIAT sfilarono nella cosiddetta “marcia dei quarantamila” per le strade del capoluogo piemontese, in segno di protesta contro i picchettaggi degli operai, organizzati nel Consiglio di Fabbrica, che impedivano loro, da 35 giorni, di entrare in azienda. La lotta degli operai, detta invece “dei 35 giorni”, aveva l’obiettivo di impedire 78mila cassintegrazioni ventilate dall’azienda nel maggio dello stesso anno. Trattiamo di un capitolo della storia del movimento operaio e del movimento comunista, un capitolo da leggere funzionalmente all’oggi. Un capitolo di cui consigliamo l’approfondimento attraverso la lettura dell’intervista ad Anna Musini, delegata del Consiglio di Fabbrica della FIAT di Mirafiori.

La marcia dei quarantamila – L’8 maggio 1980, due giorni dopo l’insediamento di Vittorio Merloni alla guida di Confindustria, la FIAT (presidente Gianni Agnelli) ventilò la cassa integrazione per 78 mila operai per 8 giorni. Il 31 luglio Umberto Agnelli si dimise da co-amministratore delegato dell’azienda, lasciando la carica a Cesare Romiti. Quest’ultimo in FIAT era il capofila della linea dura antioperaia, già messa in mostra nell’estate dell’anno precedente e culminata il 9 ottobre 1979 con il licenziamento di 61 operai sospettati di contiguità con le Brigate Rosse.

Il 5 settembre 1980 si registrò un nuovo capitolo della crisi tra azienda e sindacato. La FIAT annunciò la messa in cassa integrazione di 24 mila dipendenti – 22 mila dei quali operai – per 18 mesi. Dopo quasi una settimana di trattative, l’azienda annunciò 14.469 licenziamenti. Il Consiglio di Fabbrica, in risposta alla decisione FIAT, proclamò sciopero con decorrenza immediata. Ne seguirono il blocco dei cancelli di Mirafiori e il picchettaggio degli altri accessi. La mattina del 26 settembre Enrico Berlinguer, a Torino per un comizio da tenere quella sera in piazza San Carlo, andò ai cancelli della FIAT ed espresse agli scioperanti “il pieno appoggio del PCI” e l’impegno a “costringere il governo Cossiga a dichiarare la sua posizione sulla vicenda”, lasciando intendere che, se il Consiglio di Fabbrica avesse deciso l’occupazione della fabbrica, il PCI l’avrebbe appoggiata: nel Biennio Rosso (1919-1920), il PSI prese un’analoga posizione per strozzare l’occupazione delle fabbriche (se gli operai occupanti in armi fossero usciti dalle fabbriche e avessero occupato le città, il PSI li avrebbe sostenuti)!

Il giorno seguente, il 27 settembre, con la scusa della caduta del governo Cossiga e la mancanza di un interlocutore istituzionale, la FIAT sospese le procedure di licenziamento e si accordò con i sindacati confederali per la messa in cassa integrazione di 24 mila dipendenti e l’uscita dal lavoro di quelli più anziani tramite prepensionamenti. Il 30 settembre la FIAT consegnò a 22.884 operai sparsi per tutte le fabbriche del paese l’avviso di messa in cassa integrazione ordinaria a zero ore fino al 31 dicembre. I sindacati di categoria contestarono che il procedimento di cassa integrazione allontanava dalle fabbriche gran parte dei delegati dei Consigli di Fabbrica e minacciarono lo sciopero generale, mentre alcuni rappresentanti degli enti locali chiesero alla FIAT di recedere dalla sua decisione.

Il 14 ottobre 1980 un gruppo di quadri e impiegati della FIAT, informalmente guidato dal caporeparto Luigi Arisio[1], si riunì in assemblea al Teatro Nuovo di Torino e decise di sfilare per le vie cittadine. Si trattò di un corteo di una decina di migliaia di impiegati. Era una mossa promossa dalla direzione FIAT, ma il segretario della CGIL Luciano Lama (avallato da tutto il PCI, da Berlinguer a Napolitano) parlò di “marcia dei 40 mila”. La FIAT e i promotori della manifestazione rilanciarono la “marcia dei 40 mila” come dimostrazione lampante e incontrovertibile della debolezza e dell’“isolamento” degli operai. Dalla “marcia dei 40 mila” si arrivò al compromesso dei sindacati (avallato dal PCI) con il quale la FIAT ritirò i licenziamenti, ma mantenne la cassa integrazione a zero ore per i 22 mila operai. Il tutto venne contrabbandato da FIAT, sindacati di regime, PCI e stampa di regime come “sconfitta del movimento operaio”.

La marcia dei quarantamila aprì a una fase di scontro che non sviluppò esperienze paragonabili alle lotte dei 35 giorni dell’autunno 1980, fino al 1994 quando oltre sessantamila operai e lavoratori della FIAT manifestarono per una nuova ondata di licenziamenti, tra questi 3.800 impiegati la cui maggioranza aveva partecipato alla marcia dei quarantamila (tra i cassintegrati anche i figli dello stesso Arisio, che dopo essere stato eletto alla Camera nel 1983 nel 1987 non venne confermato).

Autunno caldo e ruolo dei comunisti – La “lotta dei 35 giorni” e la “marcia dei quarantamila” vengono presentate, oggi che ne ricorrono i 41 anni, come eventi staccati da un contesto e un processo storico che ha cambiato per sempre la storia e il senso comune delle masse popolari del nostro paese. Vengono presentate come esempi negativi e di sconfitta per la classe operaia. A ben vedere e a ben leggere, fermo il bilancio sui limiti e gli errori di quelle esperienze, il movimento dei consigli di fabbrica degli anni ’70 è tutt’altro che un esempio di sconfitta e debolezza della classe operaia.

La classe operaia di inizio anni ’80, infatti, era reduce e ancora spinta dalla forza di quello che il (nuovo)PCI ha definito il secondo Biennio Rosso, detto movimento del ’68 o Autunno caldo. Un movimento che è partito dalle lotte studentesche, ha rapidamente coinvolto il movimento operaio delle grandi fabbriche e si è protratto lungo tutti gli anni ‘70. Un movimento che ha mostrato, per la terza volta nella storia del movimento comunista del nostro paese (dopo il Biennio Rosso e la Resistenza del 1943-45), che in un paese imperialista si possono presentare le condizioni per il passaggio dalla prima alla seconda fase della guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata e messo bene in evidenza che perché il passaggio avvenga è determinante l’esistenza di un Partito comunista all’altezza del compito di mobilitare la classe operaia nella lotta per conquistare il potere e instaurare il socialismo[2].

L’esperienza dell’Autunno Caldo ha portato alla nascita dei Consigli di Fabbrica (CdF) come organismi operai che andavano oltre le rivendicazioni sindacali: contendevano al padrone la gestione della fabbrica ed estendevano la loro influenza e la loro direzione fuori dalla fabbrica. La ramificata presenza delle Brigate Rosse nelle grandi fabbriche degli anni successivi è stata la massima espressione del dualismo di potere esistente nelle fabbriche e nella società e ha dimostrato che per avanzare era indispensabile la direzione del Partito comunista. La situazione ha fatto emergere con forza che la capacità e la possibilità di sfruttare con successo le condizioni favorevoli che il corso delle cose presentava, dipendeva strettamente dalla qualità delle forze rivoluzionarie. La mancanza di un Partito comunista guidato dalla scienza dei comunisti (la scienza delle attività con le quali gli uomini fanno la storia: il marxismo-leninismo-maoismo) è stata il vero motivo della sconfitta del movimento di quegli “anni ruggenti”.

Insorgere in ogni azienda, cacciare Draghi! – Il Biennio Rosso (1919-21), la Resistenza (1943-45) e l’Autunno Caldo e si suoi sviluppi (1969-79) dimostrano non solo che è possibile organizzarsi in ogni azienda e contendere il potere ai padroni e alle loro autorità ma che è necessario farlo per porre fine allo sfruttamento e alla barbarie capitalista. Questo vuol dire fare dell’Italia un paese socialista e nell’immediato organizzarsi in ogni azienda, scuola, ospedale e quartiere per imporre un governo che sia espressione delle masse popolari organizzate, il Governo di Blocco Popolare.

Per riuscire a farlo è però necessario partire da quanto di più avanzato c’è oggi nel paese. Il fulcro della lotta della classe operaia di oggi è quella degli operai GKN e del loro Collettivo di Fabbrica, un’organizzazione costruita su iniziativa degli operai, replicabile in ogni azienda e posto di lavoro. È quanto di più simile ai Consigli di Fabbrica (CdF) degli anni ‘70-’80 la classe operaia esprime oggi. La storia della costruzione del Collettivo di Fabbrica GKN può e deve diventare patrimonio collettivo di tutta la classe operaia che ha bisogno di esempi pratici da cui attingere per tornare a costruire organismi simili nelle fabbriche di tutto il paese. Esempi che abbiamo raccolto e pubblicato sul numero 9/2021 di Resistenza, nell’articolo Cosa insegna la lotta della GKN, che invitiamo tutti gli operai a leggere e rendere strumento di dibattito sui luoghi di lavoro con i propri colleghi.

Che la lotta e l’esempio degli operai GKN diventino una vera e propria campagna di organizzazione in tutte le aziende del paese!

Che la lotta e l’esempio degli operai GKN con il loro grido di battaglia “insorgiamo” siano la scintilla che farà saltare in aria il governo Draghi!

Che la parola d’ordine dell’unità della classe operaia contro il governo Draghi sia argine a ogni tentativo di fomentare la guerra tra poveri (vedi Green Pass, licenziamenti, ecc.) da parte del governo e un monito per tutti i sindacati di base e conflittuali a mettere da parte ogni concorrenza!

Che 10, 100, 1000 Consigli di Fabbrica nascano e si coordinino in tutto il paese fino a imporre il governo di emergenza di cui le masse popolari hanno bisogno, il Governo di Blocco Popolare.

Si può e si deve fare! Si può e si deve fare perché non ci sono soluzioni alternative. Si può e si deve fare perché la storia dell’umanità va in quella direzione. Si può e si deve fare perché la resistenza delle masse popolari al procedere della crisi si infiamma sempre più. Si può e si deve fare perché la classe operaia e il comunismo sono il futuro dell’umanità.

Alimentare questo processo vuol dire anche alimentare la rinascita del movimento comunista. Come?

La Carovana del (n)PCI ha fatto un bilancio organico dell’esperienza della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale, individuato limiti ed errori ma soprattutto insegnamenti per non deviare il corso del movimento comunista, ma anzi per avanzare posizione dopo posizione nel processo rivoluzionario.

Non basta soltanto rivendicare l’attaccamento all’eroica e immortale bandiera rossa, bisogna discutere apertamente le divergenze ideologiche tra comunisti, affrontare con serenità e determinazione i limiti storici che caratterizzano il movimento comunista cosciente e organizzato, scioglierli e avanzare. Possiamo farlo, è necessario farlo perché è una necessità storica della classe operaia del nostro paese quella di portare a termine un opera che non è mai stata fatta: la rivoluzione socialista in un paese imperialista.

La classe operaia del paese deve raccogliere l’appello a mobilitarsi e a insorgere. È possibile farlo! È necessario farlo!


[1] Il quale su invito di Giovanni Spadolini, si candidò e fu eletto alla Camera nella IX legislatura per il Partito Repubblicano, raccogliendo 14 000 preferenze ottenute anche grazie all’appoggio di Susanna Agnelli

[2] Leggi Guerra Popolare di Lunga Durata e Governo di Emergenza Popolare

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