Il CdF della FIAT Mirafiori di Torino

Intervista ad Anna Musini sulla sua esperienza di delegata nel Consiglio di Fabbrica (CdF) della FIAT Mirafiori.

Quando sei entrata in FIAT?

Nella seconda metà degli anni ’70. Prima non avevo mai lavorato in fabbrica. Arrivata da Cagliari nel ’64, ho iniziato a lavorare come apprendista pettinatrice e poi come venditrice ambulante. Ho quindi trascorso qualche anno a casa per via della maternità. Durante l’Autunno Caldo ho continuato ad arrangiarmi con lavoretti vari, comunque partecipavo al movimento di quegli anni. È chiaro che, non avendo ancora iniziato un percorso di militanza in un’organizzazione, avevo le idee un po’ confuse.

Sono andata a lavorare in FIAT a metà degli anni ’70. Allora era facile essere assunti in FIAT: ti iscrivevi all’ufficio di collocamento fino a quando non arrivava il tuo turno. Avrei potuto essere assunta anche altrove, però io aspettavo di entrare proprio in FIAT. Dovevano assumere per via del turn over: se un operaio andava in pensione, i padroni erano costretti a assumere, così prevedevano gli accordi sindacali e allora gli accordi sindacali li rispettavano perché la classe operaia con le sue lotte era riuscita a imporsi al padrone. In FIAT ho poi aderito ad “Andare contro-corrente”.

Che organizzazione era “Andare contro-corrente”?

Era un’organizzazione, attiva a Torino, espressione del movimento marxista-leninista di quegli anni, nata a seguito del fallimento del PCd’I (m-l), il partito italiano riconosciuto dalla Repubblica Popolare Cinese e che pubblicava il giornale Nuova Unità. In quegli anni un’altra organizzazione importante del movimento marxista-leninista era “Servire il Popolo” [così veniva chiamata correntemente, dal nome del giornale che pubblicava, l’Unione dei Comunisti italiani (marxista-leninista), organizzazione nata nel 1969 dalla confluenza di gruppi dissidenti della FGCI e di gruppi del movimento studentesco, trasformatasi nel 1970 in Partito Comunista (marxista-leninista) Italiano e dissoltasi nel 1976. È il primo gruppo che si dichiara marxista-leninista-maoista-ndr] che però a Torino era poco radicata.

Quando sei entrata in fabbrica esisteva già il CdF?

Il CdF in FIAT si è formato negli anni ’70 dopo la nascita della FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici) che era l’organizzazione che riuniva tutti i sindacati metalmeccanici (FIM CISL, FIOM CGIL e UILM UIL). Sottolineo che la FLM non nacque per iniziativa dei dirigenti sindacali, ma dalle lotte operaie. La nascita del CdF in FIAT fu il risultato delle lotte promosse dalla FLM su spinta degli operai. Prima dei CdF c’erano le commissioni interne in cui i delegati dei lavoratori erano scelti dal sindacato. I CdF soppiantano questo sistema di rappresentanza.

Come era organizzato e come agiva il CdF?

All’emergere di rivendicazioni e problemi il CdF indiceva l’assemblea dei lavoratori che discuteva e decideva le misure da attuare. Le assemblee erano frequenti, ma per agire ogni delegato non doveva necessariamente aspettare la riunione. Se c’era un problema il CdF era organizzato per affrontarlo subito. Ad esempio mi ricordo che una volta in pieno inverno si ruppe uno dei cancelli di gomma che c’erano: faceva un freddo cane e indicemmo subito uno sciopero a cui partecipò addirittura un capetto a cui il caposquadra ha poi tirato le orecchie. C’erano tante di quelle lotte in fabbrica che il padrone era ogni volta costretto a cedere… Ricordo che per conquistarci il diritto a non lavorare di sabato abbiamo fatto 200 ore di sciopero. Abbiamo perso inizialmente dei soldi certo, ma ce li siamo ripresi tutti quando poi abbiamo ottenuto di restare a casa il sabato a parità di salario. Fu una grande conquista. Alla FIAT grazie alle lotte fu proibito il lavoro straordinario: gli accordi sindacali lo vietavano e se c’era più lavoro il padrone era costretto ad assumere. È stato dopo la sconfitta del 1980 [il 14 ottobre 1980 alcune migliaia di impiegati e quadri della FIAT sfilano per le strade di Torino contro i picchetti operai che da 35 giorni impedivano loro di entrare in fabbrica. È la cosiddetta “marcia dei quarantamila”. La manifestazione ha come effetto diretto quello di spingere il sindacato a chiudere la vertenza con un accordo favorevole alla FIAT. Il 1980 è ricordato come l’anno della sconfitta della classe operaia FIAT-ndr], non ricordo bene se nel 1983 o nel 1984, che i padroni hanno ricominciato a pretendere il sabato lavorativo.

Il CdF era alla testa di ogni lotta. Un’altra importante conquista che strappammo furono i permessi sindacali retribuiti per i delegati: niente a che vedere con la situazione attuale. Con i permessi potevamo fare attività sindacale sia dentro che fuori la fabbrica. Io cercavo finanche di risparmiare qualche ora. Per me i permessi sindacali di cui usufruivo dovevano essere finalizzati davvero a fare gli interessi dei lavoratori. Andavo, tornavo e raccontavo loro: “abbiamo discusso di questo e di quest’altro”. Qualche volta portavo ai lavoratori i volantini della mia organizzazione e la cosa faceva arrabbiare quelli più fedeli al PCI e al sindacato.

Ogni reparto in FIAT era suddiviso in un certo numero di squadre. Il numero poteva variare. Ad esempio alle meccaniche, nel reparto in cui ero impiegata, esistevano due linee di montaggio con proprie squadre di operai (in una si montava il Diesel, nell’altra non ricordo più cosa) e ogni squadra aveva un suo delegato. Più avanti c’era la linea prova motori – lì sono morti tutti di tumore, era una sorta di camera a gas – e anche quella aveva un suo delegato. Un reparto poteva esprimere anche quattro o cinque delegati e ogni delegato traeva la sua forza dal sostegno delle squadre operaie. Io dopo ogni attivo dei delegati tornavo dalla mia squadra e raccontavo ai lavoratori tutto quello che avevamo discusso, raccontavo loro ogni cosa. Alcuni nel sindacato mi osteggiavano per questo e mi dicevano: “ma che stai lì a raccontare?”. Io rispondevo: “come cosa racconto? Faccio il mio dovere, i lavoratori non devono pensare che io vado in giro a far niente, devono sapere che io vado a discutere dei loro problemi”.

Il CdF era poi organizzato in commissioni di attività. Io ad esempio ero nella commissione che si occupava di controllare che i carichi di lavoro non fossero troppo elevati. Ma c’erano commissioni anche sulla sicurezza e su altri aspetti. Quindi, se per esempio c’era un incidente anche piccolo, il CdF interveniva immediatamente attraverso il delegato di squadra e il rappresentante della commissione sicurezza e fermava tutto. Nessuno doveva permettersi di toccare nulla e gli operai della squadra più legati a quel delegato presidiavano e sostenevano l’azione del CdF. Attraverso il CdF gli operai esprimevano una vera e propria organizzazione della produzione alternativa a quella del padrone, una forma di potere operaio in fabbrica.

Era un importante organismo di democrazia diretta perché non prendeva ordini dai burocrati del sindacato esterno, anzi li costringeva ad abbassare la cresta. Questo ovviamente è durato finché il movimento di lotta ha espresso la sua forza. Poi quando esso è andato scemando e ci sono stati i primi licenziamenti, sono iniziati ad arrivare i primi segnali di cedimento.

Parlaci della repressione aziendale. Com’era ad esempio il rapporto con i capi in quegli anni?

Nulla a che vedere con lo strapotere dei capi e il regime da caserma di oggi. Allora i capi appena sentivano aria di sciopero scappavano via, sparivano come topi, non per paura dei delegati, ma degli operai. Ancora nel 1980, durante la lotta dei 35 giorni, quando ad esempio c’era da entrare alle 5 di mattina e i crumiri arrivavano alle 3 di notte e cercavano di entrare scavalcando i muri, noi facevamo i picchetti e li dissuadevamo dal provarci. Allora questo avveniva in tutte le fabbriche. Per vicende simili si finiva davanti al giudice, ma capitava spesso che lo stesso giudice dava ragione ai delegati. Oggi questo non accade più. Il controllo che gli operai organizzati avevano sulla fabbrica suscitava ammirazione nel resto delle masse popolari. Tutto era influenzato dal movimento di lotta, anche la magistratura. A Torino la situazione era però particolare perché i giudici non davano mai torto alla FIAT.

Ovviamente però il padrone non è rimasto a lungo con le mani in mano. Appena dopo l’Autunno Caldo fecero la loro apparizione i quadri d’azienda a cui fu dato il ruolo di responsabili del personale. Noi li chiamavamo i “vaselina”. Ce n’era uno in ogni officina. Il padrone non aveva il pieno controllo della fabbrica e neppure l’influenza sugli operai dei vari Lama, Trentin, ecc. bastava a fermare gli scioperi e le lotte. Quindi escogitarono la figura di questo mediatore ben pagato per metterlo in quel posto ai lavoratori.

Le cose iniziarono a cambiare con il licenziamento dei 61 operai accusati di terrorismo, nel 1979 [il 9 ottobre 1979 la FIAT, dopo aver avvertito in anticipo PCI e sindacati delle sue intenzioni, licenzia 61 dipendenti. Scoppiano scioperi spontanei in tutti i reparti. La FLM dichiara tre ore di sciopero per il 1° novembre, ma la mattina prima dello sciopero diffonde un volantino contro il terrorismo. Nonostante questo, il giorno dello sciopero l’assemblea del 1° turno di Rivalta (a cui partecipano più di 2.000 operai) decide all’unanimità di continuare lo sciopero oltre le tre ore sindacali e con la presenza in fabbrica dei licenziati. Immediatamente la FLM e i suoi delegati sabotano la lotta, cercando di isolare i 61 licenziati. Anche in altri stabilimenti si prolunga lo sciopero e proseguono i cortei interni per molti giorni a seguire, nel totale disinteresse del sindacato. Poi Lama dichiara che la CGIL aspetterà di conoscere le prove di Agnelli, perché “il sindacato difenderà solo gli operai accusati ingiustamente”. L’FLM, come condizione per essere difesi dal collegio sindacale nel ricorso contro le lettere di sospensione, impone ai lavoratori di firmare il seguente documento: “Atteso che il sottoscritto dichiara di accettare i valori fondamentali ai quali il sindacato ispira la propria azione e in particolare di condividere la condanna senza sfumature non solo del terrorismo ma anche di ogni pratica di sopraffazione e di intimidazione, per la buona ragione che non appartengono alla scelta di valori, alle convinzioni, al patrimonio di lotta del sindacato stesso, consolidati da una lunga pratica di varie forme di lotta e di difesa del diritto di sciopero, così come risulta dal documento conclusivo del Coordinamento nazionale FIAT approvato all’unanimità a Torino l’11.10.1979 dai membri del Coordinamento stesso, delega a rappresentarlo nel presente giudizio, nonché nella procedura ordinaria, in ogni fase e grado, compreso quello esecutivo…”. Dieci dei 61 imputati firmano, ma denunciano il “ricatto politico inaccettabile da parte del sindacato”- ndr].

I giornali diedero una grossa mano al padrone avviando una campagna mediatica anti-operaia. Iniziarono a parlare di casino in fabbrica, addirittura di lavoratori che facevano sesso sul posto di lavoro, che facevano l’uncinetto, che giocavano a carte, ecc. Tutte balle, io non ho mai visto, ad esempio, nemmeno due lavoratori che si baciavano. Era in parte vero che si vedevano operaie fare l’uncinetto, ma questo accadeva nei momenti di pausa: potrò pur usare come voglio la mia pausa di 20 minuti, me li sarò ben conquistati quei 20 minuti di pausa in catena di montaggio! Io in pausa preferivo discutere di politica, ma tante donne facevano l’uncinetto e questo era diventato un crimine. In questo modo hanno cominciato a influenzare negativamente l’opinione pubblica, era un martellamento continuo.

Il CdF era attivo anche fuori la fabbrica?

Io personalmente partecipavo anche ai movimenti fuori la fabbrica. Capitava che il CdF partecipasse, ad esempio, a una manifestazione contro la guerra con lo striscione “Mirafiori contro la guerra” oppure a lotte per la casa, ma erano iniziative di tipo simbolico. L’attività del CdF era rivolta all’interno della fabbrica. Bastava che si muovesse un reparto che con due telefonate si riusciva a bloccare la FIAT di tutta Italia. La forza del movimento operaio dentro le fabbriche ha influito molto su ogni conquista degli anni ’70, vedi ad esempio quelle riguardanti i diritti civili. Il diritto di famiglia, l’aborto, il divorzio, ecc., tutto è frutto delle lotte operaie di quegli anni.

Tu eri iscritta alla FIOM. Qual era il rapporto tra Consiglio di Fabbrica e sindacati?

Fin quando il movimento operaio è stato forte, il sindacato è stato costretto a rincorrerci e a seguire le indicazioni del CdF perché gli operai avrebbero comunque continuato la lotta e loro, i sindacati, sarebbero rimasti tagliati fuori dai giochi. Ho fatto non poca fatica a iscrivermi alla FIOM. I dirigenti non mi volevano perché per loro ero scomoda. In una delle elezioni dei delegati al CdF diedero indicazione di non votarmi perché ero una donna con bambini e per di più anche una “terrorista”. Nonostante questo sono arrivata seconda o terza su sessanta delegati. Ai tempi eravamo tantissimi. Sapevo delle loro infamie perché i lavoratori me le raccontavano. Poi, dopo la sconfitta del 1980, la musica è cambiata. A quel punto l’iniziativa è passata dalle mani dei lavoratori a quelle del sindacato. Da quel momento è stato il sindacato a indire lo sciopero ogni qualvolta occorreva rinnovare il Contratto, a chiedere aumenti salariali o a opporsi al sabato lavorativo chiesto dal padrone. Di tutto presero ad occuparsene sindacalisti fuori della fabbrica, che intrallazzavano alle nostre spalle. Noi operai, dopo la sconfitta e il conseguente ridimensionamento dei CdF, perdemmo molta della nostra forza. La dirigenza FIAT ha iniziato a fare quello che voleva, passavano anche quelle misure contro cui gli operai avevano votato. Vi racconto un episodio: la FIAT chiese il sabato lavorativo nel mio reparto e io feci di tutto perché gli operai votassero contro. Ricordo che venni insultata da un funzionario CGIL per questo motivo. Volevano inoltre imporre i turni di notte anche alle donne. L’accordo dovevano farlo nel mio reparto ma, perché tutto filasse come loro volevano, fissarono l’assemblea altrove di modo che andasse deserta. I lavoratori, nonostante questa trappola, si presentarono però in assemblea e votarono contro il sabato di lavoro straordinario. Tuttavia, nonostante il voto dei lavoratori, passò quello che la dirigenza FIAT pretendeva. Lo stesso accadde quando, dopo i 35 giorni del 1980, la dirigenza FLM mise ai voti l’accordo che sanciva decine di migliaia di procedure di cassa integrazione e nonostante la maggioranza dei lavoratori votò per il NO, il sindacato… proclamò la vittoria del SÌ. C’è un celebre filmato sulla lotta dei 35 giorni che immortala questa scena.

Parlaci dei rapporti tra il CdF e il PCI e le organizzazioni alla sua sinistra?

Gli operai erano in grandissima maggioranza del PCI e questo orientamento si rifletteva anche nel CdF. Poi certo c’erano anche tanti operai dei gruppi e delle organizzazioni a sinistra del PCI. Ricordo ad esempio Lotta Continua che era molto attiva ed era contro i delegati del CdF… dicevano “tutti delegati o nessun delegato”… ma magari fosse realmente così! Se lo fosse non ci sarebbe bisogno né del Partito né del sindacato. Poi c’erano gli autonomi, ecc. Promuovevano anche iniziative positive: ad esempio Lotta Continua sputtanava i delegati venduti e denunciava pubblicamente chi intrallazzava con l’azienda. C’erano poi anche le Organizzazioni Comuniste Combattenti (OCC): per loro intervenire in fabbrica era più difficile visto che erano clandestine, però lasciavano puntualmente in giro i loro volantini. Mi ricordo un episodio: io dovevo fare il secondo turno e trovo ad aspettarmi un delegato FIOM del turno precedente, un iscritto al PCI, che tutto allarmato mi avverte di stare attenta perché in meccanica sono stati trovati dei volantini delle BR e mi chiede di avvertire se noto qualcosa. Allora io gli rispondo: “a me non me ne frega niente e la spia non la farò mai”. All’inizio nel CdF la maggioranza si asteneva dallo schierarsi nelle campagne contro il terrorismo che venivano promosse dalle dirigenze sindacali e dal PCI. Le azioni di propaganda armata contro i capi ottenevano molta simpatia da parte degli operai. I capi avevano paura e questo agli operai piaceva. Allo stesso tempo, però, non sostenevano più di tanto le OCC e dopo l’errore dell’azione contro Guido Rossa [il 24 gennaio 1979 un commando delle Brigate Rosse uccide Guido Rossa, operaio e sindacalista all’Italsider di Genova Cornigliano, iscritto al PCI, perché ritenuto un infiltrato e responsabile della denuncia del brigatista Francesco Berardi, suo compagno di lavoro all’Italside – ndr] le cose precipitarono. A Mirafiori, dopo questo episodio, le OCC persero le simpatie e il sostegno che fin lì avevano avuto tra gli operai.

Nel CdF si discuteva anche di come cambiare il paese?

Avevi vita dura se provavi a farlo! Nel CdF erano in netta maggioranza gli operai militanti e iscritti del PCI. C’era tensione politica, ma era diffusa l’idea che avremmo cambiato il mondo attraverso il voto elettorale se Berlinguer fosse riuscito ad andare al governo. Quello che diceva il PCI era oro colato e io, che appartenevo ad un’organizzazione che sosteneva che il mondo lo cambiavi con la rivoluzione socialista, ero considerata come una che non stava con i piedi per terra. Anche i delegati migliori, i più combattivi, erano iscritti al PCI. Certo, capitava anche che durante qualche riunione della FIOM in cui si chiamava per esempio a raccogliere firme, qualche lavoratore ti dicesse: “ma quali firme?! Qui ci vuole la lotta armata!”. Una tendenza questa al ribellismo ma al contempo alla delega che non intaccava l’egemonia del PCI. Quando è morto Berlinguer io non mi sono fermata dal lavoro in segno di lutto e in tanti, sia nel CdF che tra gli altri operai, mi criticarono dicendo: “ma cosa fai, Berlinguer era un comunista”. Ma io me lo ricordo bene Berlinguer quando venne alla FIAT, durante i 35 giorni, a recitare che il PCI sarebbe stato con noi anche nel caso avessimo occupato la fabbrica, mentre i suoi uomini già tramavano alle nostre spalle con gli Agnelli, Trentin e gli altri per soffocare la lotta.

Perché si sono esaurite queste esperienze?

Hanno contato molto i limiti dei compagni. Certo, il nemico era molto forte. I delegati più bravi sono stati fatti fuori, altri si sono venduti, altri hanno fatto carriera nel sindacato e nei partiti di sinistra. Ma il PCI era fortissimo nel movimento operaio e i suoi limiti hanno pesato. Errori poi, e anche numerosi, sono stati commessi anche dalle organizzazioni a sinistra del PCI. Basti pensare a Lotta Continua che esaltava l’operaio e negava il ruolo del Partito e del sindacato: “tutti delegati o nessun delegato” diceva. Si è visto bene dopo la sconfitta come ogni operaio poteva essere “delegato” senza bisogno del Partito! Era diffusa l’idea che dopo le conquiste maturate a partire dall’Autunno Caldo si trattava di andare sempre più oltre con le lotte. Io ad esempio avevo l’indicazione di propagandare il comunismo, di incitare a organizzarsi e lottare, ma anche ad organizzarsi per costruire il Partito. La formulazione di un progetto rivoluzionario era rimandata a dopo la costruzione del Partito. Non c’era un’area politica come la vostra che promuove, come fate voi del P.CARC, l’appello a creare comitati operai e, come fa il (nuovo)PCI, l’appello a costituire comitati clandestini secondo un piano per costruire la rivoluzione. Era il Partito che si sarebbe dovuto costruire che avrebbe poi elaborato una linea per la rivoluzione socialista. Inoltre circolavano idee sbagliate sulla forma della rivoluzione, cosa che sto capendo solo oggi grazie alla Carovana del (nuovo)PCI. Nel mio gruppo “Andare contro-corrente” sostenevamo, ad esempio, che nei paesi imperialisti la rivoluzione doveva avvenire sotto forma di insurrezione e che la guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata andasse bene solo per i paesi in cui erano in corso lotte di liberazione nazionale. Era un argomento molto studiato tra i compagni, ma esistevano idee sbagliate in proposito. In generale c’era l’idea della rivoluzione come qualcosa che sarebbe dovuta scoppiare ed era un’idea diffusa, dal PCI alle organizzazioni alla sua sinistra. Ricordo un impiegato delle presse che, quando a un corteo gli chiesi: “ma siete proprio sicuri che quando Berlinguer andrà al governo le cose cambieranno?”, mi rispose: “ma che dici compagna!!? Verrà il comunismo in Italia”.

Cosa ne pensi dell’obiettivo che come P.CARC perseguiamo di far rinascere una rete di organizzazioni operaie che si ispirino ai Consigli di Fabbrica?

È un obiettivo giusto, tanto più nella situazione di adesso in cui gli operai non possono neanche soffiarsi il naso. Anche noi però uscivamo dal periodo di Valletta [Vittorio Valletta, amministratore delegato e presidente della FIAT dal 1921 al 1966, è celebrato dalla borghesia l’uomo che ha reso grande la FIAT. Denunciato nel 1944 dal Comitato di Liberazione Nazionale per collaborazionismo con gli occupanti nazisti ed estromesso dalla direzione della FIAT, scappò in Svizzera. A seguito degli accordi segreti con De Gasperi, Toglietti & C., nel 1946 fu reintegrato alla testa della FIAT dove diede il via a provvedimenti punitivi nei confronti di militanti comunisti e socialisti: a partire dal 1949 furono diverse migliaia i licenziamenti per “motivi disciplinari”, i trasferimenti in un apposito “reparto confino”, l’Officina Sussidiaria Ricambi – ribattezzata dagli operai Officina Stella Rossa – , come pure i casi di sospensione dei passaggi di categoria e di assegnazione a mansioni più faticose e dequalificanti-ndr]. La lotta per il Contratto del 1969 fu l’inizio di tutto e il momento più bello della storia dei metalmeccanici, è stato un momento di propaganda enorme in favore della classe operaia dove l’opinione pubblica torinese era tutta con i lavoratori. Nella battaglia di corso Traiano [il 3 luglio 1969 lo sciopero indetto dai sindacati per protestare contro gli aumenti degli affitti e il massiccio ricorso agli sfratti si trasforma in una battaglia di strada che unisce operai e occupanti di case e fa da preludio all’Autunno Caldo del 1969-ndr] gli abitanti di Mirafiori buttavano gli oggetti contro i poliziotti dai balconi. Furono due giorni di battaglia nelle strade con arresti e denunce, ma grazie alla conquista del CCNL abbiamo avuto aumenti salariali, riduzioni di orario, ecc. In FIAT, ai tempi di Valletta, gli operai non avevano nemmeno i minuti di pausa. Con la lotta per il Contratto del 1969 ne ottenemmo ben 40. Prima dell’Autunno Caldo in FIAT, a livello di repressione aziendale, c’era un clima come quello che c’è oggi. Le cose cambiarono grazie alle lotte e all’organizzazione operaia.

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