In questa intervista Ines Arciuolo racconta del clima politico che si respirava nelle fabbriche, degli aspetti contraddittori del movimento dei Consigli di Fabbrica che diedero grande impulso alle lotte della classe operaia di allora e del breve ma intenso periodo in cui lei lavorò alla FIAT e fece parte del CdF.

Ines è stata tra le 61 avanguardie di lotta licenziate nell’ottobre ’79 dagli Agnelli con la falsa accusa di terrorismo. Quei 61 licenziamenti politici furono preparatori dell’attacco su larga scala sferrato nel 1980 contro il movimento operaio in FIAT.

Come ha inizio il tuo percorso politico?

Da giovane ho militato in “Servire il Popolo” [così veniva chiamata correntemente, dal nome del giornale che pubblicava, l’Unione dei Comunisti italiani (marxista-leninista), organizzazione nata nel 1969 dalla confluenza di gruppi dissidenti della FGCI e di gruppi del movimento studentesco, trasformatasi nel 1970 in Partito Comunista (marxista-leninista) Italiano e dissoltasi nel 1976. È il primo gruppo che si dichiara marxista-leninista-maoista-ndr] e ho iniziato a fare attività politica in Campania, dove sono nata.

Trasferitami in seguito a Milano, ho iniziato a lavorare alla Brionvega, una fabbrica di 500 operai, dove nel 1970 nello stesso periodo in cui iniziavano le battaglie per ottenere il riconoscimento dei CdF, ho preso parte a una lotta.

Dopo 3 anni trascorsi a Milano, vado a vivere a Torino e per un anno sono funzionaria di partito fin quando esco da Servire il Popolo. Non ero ormai più d’accordo con la linea politica dell’organizzazione e mi mancava la fabbrica.

Sempre a Torino, dopo aver svolto lavoretti vari, approdo in una boita [piccola azienda, officina-ndr] che fabbrica presse e che impiega 36 operai, trovandovi condizioni di lavoro ottocentesche. Costituisco allora con altri un comitato di fabbrica e iniziamo la lotta contro gli straordinari e per l’aumento salariale. Andiamo avanti per due mesi e per uno occupiamo la fabbrica: arriva la polizia a sgomberarci e noi ci accampiamo fino allo sgombero successivo.

È a questo punto che, perso il lavoro e sapendo che si aprivano le assunzioni in FIAT, cerco lavoro qui. Entro in FIAT nel marzo del 1978 a seguito delle 10.000 nuove assunzioni di quell’anno, in catena di montaggio. Il mio gruppo è compatto ma è anche l’unico a non avere delegati nel CdF. Nonostante ciò, io agisco e mi comporto come se lo fossi anche se non posso partecipare alle assemblee e non godo di ore di permesso.

Qual era il ruolo del CdF?

Nel CdF si riflettevano le contraddizioni che c’erano nelle officine tra PCI ed extraparlamentari.

Ciascuno rappresentava la propria forza politica. In teoria il CdF doveva essere espressione della volontà operaia, ma lo era solo in parte perché quelli del PCI seguivano le direttive del Partito. Il CdF era organizzato reparto per reparto e ogni squadra di 80 operai esprimeva il suo delegato. Il delegato doveva rappresentare gli operai ed era revocabile, ma spesso restava in carica anche se si faceva i fatti suoi e non rispettava il mandato operaio.

C’era una spinta all’autorganizzazione molto forte e l’attività che il CdF metteva in campo dipendeva da delegato a delegato. Ad esempio alla lastroferratura c’era un delegato molto avanzato che non era del PCI: ricordo bene le battaglie agguerrite che venivano condotte in quel reparto. Anch’io venni eletta nel CdF, ma nonostante ciò nel CdF mancava il delegato espresso dalla mia squadra. La mia squadra restò per un anno e 8 mesi senza delegato perché la dirigenza del CdF non inviò la commissione elettorale che doveva ratificare la mia elezione. Non mi volevano. Nonostante questo, io come altri ci mettevamo a capo delle lotte anche se non eravamo nel CdF. Io in quella fase non avevo più un’organizzazione politica alle spalle, ma ero parte di un gruppo di amici e compagni che si davano da fare. Il CdF era sempre presente, talvolta a sostegno delle iniziative che intraprendevamo, ma talvolta anche per controllarle.

Il CdF era molto proiettato all’interno, poi di certo i suoi membri partecipavano anche ad altre iniziative.

Quali erano i rapporti tra il CdF e le organizzazioni sindacali?

Io ero iscritta alla FLM senza essere iscritta alla FIOM, né alla FIM o alla UILM.

L’unità sindacale rafforzava sì il movimento, ma nello stesso tempo era funzionale a tenere sotto controllo la situazione. Il sindacato allora era costretto a rincorrere gli operai. Anche il PCI ci rincorreva e ci controllava. Questa situazione creava contraddizioni nella base del PCI. Il rapporto con quelli del PCI dipendeva molto dai rapporti individuali: con alcuni dei suoi membri si poteva dialogare, con altri assolutamente no. In fabbrica allora erano presenti tutte le organizzazioni: Avanguardia Operaia, Democrazia Proletaria, le Organizzazioni Comuniste Combattenti. E anche allora esisteva una diffusa concorrenza tra organizzazioni sindacali, politiche, ecc.

Il CdF si poneva il problema della lotta politica per cambiare il paese?

Non era il CdF a porsi il problema di cambiare il paese. Il CdF si preoccupava più che altro di organizzare la lotta economica. Di cambiare il paese se ne occupavano le varie organizzazioni politiche, anche se nessuna si poneva l’obiettivo concreto di incanalare le singole lotte nel movimento di lotta più generale. Si faceva più che altro proselitismo per la propria organizzazione.

Con 61 licenziamenti politici, nel 1979 Agnelli sferra un pesante attacco contro la classe operaia, attacco che nel 1980 culmina in una valanga di licenziamenti e provvedimenti di cassa integrazione. Tu sei tra i 61 licenziati politici…

Nel settembre 1979 si conclude la lotta dei cabinisti nel reparto verniciatura. A questa lotta che rientra, non ne seguono altre e nelle officine regna una situazione di stasi, di “stanca”. È in questo contesto che arrivano le 61 lettere di licenziamento, compresa la mia che in quel periodo lavoro nel reparto montaggio.

Le lettere sono tutte uguali, tutte dicono che non siamo diligenti sul lavoro e che nuociamo alla fabbrica.

Facciamo causa e il giudice ordina il reintegro. A questo punto però arriva una seconda lettera, questa volta personalizzata, che ci accusa di essere dei terroristi. Ne nasce un caso mediatico: chi legge gli articoli dei giornali pensa che siamo dei terroristi. Facciamo causa solo in 2 o 3, dal momento che la FIAT offre un compenso a chi rinuncia a procedere per vie legali. Io sono assolta in primo grado di giudizio, ma condannata in Appello e in Cassazione. Nel frattempo, nonostante il reintegro, non mi viene permesso di rientrare in fabbrica. Tra i 61 licenziati c’erano autonomi, compagni delle Organizzazioni Comuniste Combattenti, ma anche membri del CdF. Nessuno del PCI. Il CdF promosse scioperi e iniziative di lotta in difesa dei 61, ma nello stesso CdF c’erano anche delegati che invitavano a non fare sciopero, che dissuadevano gli operai dal farlo. E la lista dei 61 pare sia stata stilata dalla stessa dirigenza del PCI in accordo con la FIAT.

Cosa ne pensi dell’obiettivo che come P.CARC perseguiamo di far rinascere una rete di organizzazioni operaie che si ispirino ai Consigli di Fabbrica?

Oggi la situazione è estremamente diversa, la lotta è difensiva. Però auspico e ritengo possibile che rinasca un movimento operaio come quello di quegli anni.

I CdF per quanto contraddittori erano pur sempre espressione del movimento operaio. Per gli operai essi hanno significato la conquista di forme di democrazia diretta, partecipativa, il diritto a scegliere la propria rappresentanza sul posto di lavoro.

Come mai si sono esaurite queste esperienze?

Non contano solo i limiti interni. Nel 1980 ci sono stati 23.000 espulsi e questo significa che gli Agnelli avevano espulso chi scioperava, la parte più combattiva della fabbrica. Venne decapitato il movimento operaio e quelli che restarono non erano certo delle avanguardie.

Sicuramente allora la fabbrica era ingovernabile per il padrone ed è giusto chiedersi come è potuto succedere che la grande forza del movimento operaio in FIAT si sia sgretolata.

È chiaro che mancava la direzione politica, mancava il Partito e il sindacato remava contro. Era lo stesso sindacato a trattare con il padrone: ricordo che durante la lotta dei 35 giorni chiedemmo che la trattativa si svolgesse a Milano sotto il controllo degli operai, ma non ci fu niente da fare, essa venne fatta a Roma e, nonostante il voto contrario degli operai, i sindacati si accordarono con la FIAT per mandare in cassa integrazione 23.000 lavoratori.

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