Pubblichiamo l’interessante intervista che abbiamo fatto al Centro culturale dell’Iran. L’intervista approfondisce diverse delle tematiche che sono al centro dell’intossicazione promossa dalla propaganda occidentale, aiutando a fare chiarezza a e mostrare uno spaccato reale della società iraniana e della lotta del suo popolo contro l’imperialismo.
Un’operazione necessaria per contribuire a smontare le operazioni di diffamazione usate per giustificare l’intervento militare in corso; come l’incontrastato spazio dato ai dissidenti e la disinformazione che generano. A mostrare il peso della mobilitazione popolare nella guerra in corso: il ruolo assunto dagli operai, dalle donne e da tutte le masse popolari che si sono mobilitate in difesa del paese.
Un’operazione necessaria anche a comprendere la natura profondamente antimperialista del regime iraniano e il ruolo che ha assunto a livello internazionale. Ruolo che si è palesato nel sostegno attivo alla resistenza palestinese, di cui oggi pagano orgogliosamente le conseguenze, e che vive nella stessa Costituzione del paese, che prevede il sostegno alla resistenza di tutti i popoli che si oppongono all’imperialismo.
In queste ore è ripresa la guerra di Usa e sionisti all’Iran, ma ciò non cancella le vittorie del popolo iraniano e le cocenti sconfitte degli imperialisti. Non cancella la difficoltà che questi hanno a riprendere una guerra che sta aggravando gli scontri interni tra i gruppi imperialisti.
Le vittorie e la resistenza dell’Iran sono quelle di tutti i popoli che oggi si oppongono all’imperialismo, alla Terza guerra mondiale, al genocidio perpetrato a Gaza.
In tutto il mondo si sviluppa la resistenza e la lotta contro gli imperialisti e la loro guerra. E la resistenza iraniana, quella palestinese, venezuelana e cubana stanno mostrando che vincerli è possibile, a patto che ci sia chi promuove la resistenza, e che lo faccia con una linea, deciso ad attuarla.
Un’insegnamento importante anche per il nostro paese.
Spezzare le catene dell’imperialismo in casa nostra è la più alta forma di solidarietà con l’Iran e con ogni popolo oppresso del mondo. Questo è l’atto più concreto e importante che possiamo fare, che può assestare un colpo deciso a tutta la comunità dei paesi imperialisti e dare spinta a tutti i popoli in lotta.
Cacciare il governo Meloni, farla finita con ogni governo delle Larghe intese – espressioni di imperialisti Usa, sionisti e Ue – e imporre un governo popolare, di rottura con questo sistema, è il passo concreto su cui convergere le forze.
Un governo che cacci via gli imperialisti Usa e le loro basi dal nostro paese. Un governo che dia la caccia a ogni criminale sionista che scorrazza nel nostro paese e sostenga con ogni mezzo politico, economico e militare la resistenza palestinese. Un governo con cui avanzeremo nella costruzione della rivoluzione socialista nel nostro paese.
Innanzitutto vi chiediamo di presentare il vostro Centro culturale. Da quanto tempo esiste? Di cosa si occupa? Che attività svolge? Che tipo di relazioni ha in Italia e, se ne ha, con le istituzioni italiane?
Le relazioni culturali ufficiali tra l’Iran e l’Italia affondano le radici in una storia di straordinaria importanza e rilevanza strategica, basti pensare alla cooperazione archeologica e scientifica intrapresa dall’Italia in Iran oltre 75 anni fa. Tuttavia, in epoca moderna, le relazioni tra i nostri due popoli e paesi sono state inaugurate da viaggiatori ed esploratori italiani inviati dalla Repubblica di Venezia o da altre regioni d’Italia; i loro scritti e trattati, generalmente equi e imparziali, hanno offerto agli europei una chiave di lettura fondamentale per comprendere l’Iran. Tra questi viaggiatori, uno dei più influenti fu Pietro Della Valle, che varcò i confini occidentali dell’Iran all’inizio del 1617. Insieme a sua moglie, si diresse immediatamente verso Isfahan, l’allora capitale safavide, dove si stabilì. Della Valle visse a Isfahan per diversi anni, per poi lasciare la città nell’ottobre del 1621 alla volta del sud del Paese. Quest’anno ricorrono esattamente 409 anni da quel viaggio e dalla calorosa accoglienza che Isfahan gli riservò.
Il compito di ogni rappresentanza culturale è mostrare l’immagine autentica di una civiltà e di un popolo nel Paese ospitante. Nel nostro caso, vi sono già solide fondamenta basate sulla stima e sul rispetto che gli italiani nutrono verso questa immagine. Questa consapevolezza della storicità e dell’autenticità dell’Iran facilita notevolmente il nostro lavoro. Di conseguenza, cerchiamo di fungere da ponte tra la letteratura persiana, le arti tradizionali e il patrimonio culturale dell’Iran e il popolo italiano, presentandoli in ogni occasione utile. L’Iran contemporaneo è indubbiamente un pilastro in ambiti quali il cinema, la musica orchestrale, la narrativa e il romanzo, il teatro, la pittura e la fotografia; attraverso il sostegno agli artisti iraniani e l’organizzazione di mostre ed eventi, cerchiamo di far giungere la loro voce al pubblico italiano appassionato. La Biennale d’Arte di Venezia rappresenta una delle vetrine migliori in cui – in questa edizione, seppur con qualche ritardo – è possibile esplorare l’arte moderna e contemporanea iraniana.
La propaganda mainstream dà ampio spazio alla voce di esponenti della comunità iraniana in Italia selezionando accuratamente fra quelle che criticano, o persino denigrano, la Repubblica Islamica dell’Iran. Nei mesi scorsi queste “comunità” hanno anche organizzato manifestazioni di piazza per sostenere gli Usa e Israele. Quanti iraniani in Italia sono o si sentono rappresentati da quelle comunità? Che tipo di iniziative sono state prese, se ve ne sono state, per dare voce a i patrioti iraniani che sono in Italia?
Questa è un’ottima domanda. Più di 40.000 iraniani, appartenenti ormai a tre diverse generazioni, sono dislocati in varie regioni d’Italia, con una forte concentrazione a Roma, Milano e Torino. Ciascuna di queste generazioni presenta una propria specificità e “topografia” sociale. Quei giovani che sui media dominanti italiani mettono in scena – quasi recitandola! – l’inquietante richiesta di bombardare il proprio stesso Paese d’origine rappresentano meno del 30% della terza generazione di migranti, giunta in massa in Italia nell’ultimo decennio principalmente come studenti di corsi di laurea magistrale alla ricerca di opportunità di lavoro e di vita.
In termini reali, ciò equivale a circa il 15% della diaspora iraniana in Italia. Come questa minoranza, ricorrendo a determinati metodi, al clamore mediatico e alla delazione, sia riuscita a imporre il silenzio alla maggioranza è un tema complesso che meriterebbe un’analisi a sé. Tuttavia, il modo in cui media ipocriti presentino questi soggetti come rappresentanti non solo della diaspora, ma dell’intero popolo iraniano, fa parte di quegli “incantesimi mediatici” da cui ci si può facilmente liberare dotandosi di un minimo di alfabetizzazione critica ai media.
Sempre a proposito della propaganda che criminalizza la Repubblica Islamica dell’Iran ci sono alcuni argomenti che ci interessa approfondire e far conoscere. Ad esempio il ruolo delle donne nella società iraniana, visto che vengono sistematicamente presentate come vittime sacrificali di un regime oscurantista. E anche il ruolo delle giovani generazioni e quello della classe operaia organizzata (forze sindacali, ad esempio).
Il cuore pulsante dell’Iran odierno, dopo la mole immensa di conflitti e sanzioni subiti, sono proprio le donne iraniane. Sorrette da un’autostima, da una forza e da un’autorevolezza che derivano dalla centralità della famiglia, oltre che da una fede e da una pazienza superiori a quelle degli uomini, esse continuano a essere i pilastri della resistenza sociale. Mi preme sottolineare che se la società iraniana non è collassata sotto il peso dei suoi problemi strutturali e politici – come invece auspicato in Occidente – il merito è proprio delle donne iraniane. Questa realtà si scontra frontalmente con la narrazione distorta che si fa in Occidente sull’evoluzione del movimento femminile (inteso in senso sociologico).
Il movimento delle donne in Iran ha alle spalle una storia secolare. Verso la fine dell’era Pahlavi, tale movimento ha smesso di essere appannaggio esclusivo di un’élite ristretta, per trasformarsi in un fenomeno autenticamente sociale, portando nelle piazze migliaia di donne e ragazze che si riteneva fossero relegate esclusivamente alle mura domestiche e alle tradizioni familiari. L’immagine delle donne con il velo che manifestavano accanto a donne senza velo nei cortei contro l’imperialismo e contro la dittatura dello Scià – pagando anche un tributo di sangue negli eventi del 1978 e 1979 – ha segnato l’alba di una nuova ondata del movimento femminile in Iran. Nella fase attuale, le donne in Iran portano avanti una battaglia quotidiana per riformare procedure, costumi e visioni culturali, ritenendo il quadro istituzionale della Repubblica Islamica un terreno per questa lotta ben più idoneo rispetto al vuoto che deriverebbe dalla sua assenza.
Certamente non nego la presenza di donne tra le file della minoranza degli oppositori, dei fautori del rovesciamento del sistema o di chi tradisce il Paese. Tuttavia, da sociologo che vi parla direttamente dall’Iran, ritengo che il vero movimento delle donne sia rappresentato da quelle migliaia di ragazze che oggi occupano il 60% dei banchi universitari e detengono innumerevoli posizioni professionali nel Paese. Su tematiche fortemente strumentalizzate e ingigantite dall’ipocrisia occidentale, come le questioni giuridiche, di genere o generazionali, il cambiamento graduale è la condizione essenziale per preservare l’ordine sociale e garantire la stabilità delle riforme. Tali riforme sono naturali e ovvie all’interno di una struttura democratica. Ritenere che, solo perché la struttura di governo in Iran è religiosa, le riforme siano contraddittorie o impossibili, è un errore voluto. Il sistema politico iraniano è tanto islamico (nei contenuti e nei fini) quanto repubblicano (nel metodo e nel percorso). Non si deve appiattire la natura, il funzionamento o il rapporto tra religione e società in Iran confrontandoli con l’esperienza del Medioevo europeo o di altri contesti geografici e storici.
In Iran è esistito, e tuttora esiste, un movimento operaio forte ed efficace, che ha svolto un ruolo senza pari nel paralizzare il regime autocratico dello Scià durante la Rivoluzione. Questo movimento deve naturalmente fondarsi sulla classe operaia, la cui natura sindacale e categoriale avrebbe potuto essere un forte fattore di solidarietà. Purtroppo, a causa delle sanzioni multilaterali ed estremamente severe imposte negli ultimi 40 anni – che l’Occidente e gli Stati Uniti hanno utilizzato come uno strumento di lento soffocamento dell’Iran – la classe operaia si è indebolita al punto da faticare a perseguire la propria identità sindacale; in una struttura economica di stampo quasi liberale, i lavoratori sono spesso costretti a ricorrere a un secondo o terzo lavoro per garantire il proprio sostentamento. Ciononostante, il salario minimo dei lavoratori in Iran è stato rivoluzionato con la Rivoluzione Islamica, portando alla formulazione di una delle legislazioni sul lavoro più avanzate, che vi invito caldamente a studiare e approfondire.
È stato molto emozionante e anche istruttivo vedere le immagini delle masse popolari che hanno sfidato in massa, con i loro corpi, la minaccia dei bombardamenti, facendo letteralmente da scudo umano a strutture e infrastrutture indicate come bersaglio, pur consapevoli che gli imperialisti Usa e i sionisti sono assassini senza remore, come hanno dimostrato con l’eccidio di bambini e bambine della scuola di Minab.
Quelle immagini hanno frantumato la propaganda imperialista e hanno dato fiducia e speranza ai popoli del mondo, anche alle masse popolari dei paesi imperialisti, come il nostro. Potete illustrare, pur brevemente, che ruolo hanno le masse popolari nella difesa del paese? Come sono organizzate? Quali sono i principali centri di organizzazione e di mobilitazione (ad esempio sono prevalentemente statali o anche popolari?)
Ha già risposto lei stesso nella domanda. La capacità difensiva e l’indipendenza militare della Repubblica Islamica dell’Iran sono il frutto di una rivoluzione di matrice squisitamente popolare. Altrimenti, quale politico opportunista o asservito avrebbe mai rinunciato ai fasti effimeri dell’esercito legato allo Scià, che brillava solo per l’apparenza? È stato il popolo a rifiutare che i consiglieri militari americani comandassero sui soldati e sugli ufficiali nazionali. Successivamente, è stata la ferma adesione della popolazione all’ideale anti-imperialista a permettere alle eccellenze nate in seno alla società di aggirare le sanzioni e di sviluppare, ad esempio, le capacità missilistiche o navali dell’Iran nel mezzo di una guerra ingiusta.
Durante la guerra di aggressione scatenata da Saddam Hussein contro l’Iran, durata ben otto anni, tutte le potenze dell’Est e dell’Ovest si erano trasformate nella base logistica dell’Iraq, mentre persino l’Unione Sovietica si rifiutava di fornirci il filo spinato! Il nostro popolo ha imparato sul campo, spesso anticipando le stesse istituzioni, a contare sulle proprie forze (a tal proposito, suggerisco la visione del recente film Lord of War). Anche nel recente conflitto abbiamo operato su tre fronti paralleli: il fronte bellico sul campo, l’azione e lo scambio diplomatico e, non da ultimo, le strade e le piazze delle nostre città che, fin dalla prima notte, sono diventate il palcoscenico della più grande mobilitazione sociale del secolo di fronte ai due più grandi eserciti del mondo.
Quando la nostra gente scendeva in strada di notte, lo faceva con la consapevolezza e la ferma intenzione di resistere ai missili. Il popolo non è fuggito dal Paese e le città non si sono svuotate; al contrario, moltissimi iraniani sono rientrati, in particolare attraverso i confini con la Turchia. Tutto ciò si ricollega all’identità profonda e alla memoria collettiva degli iraniani e non ha una matrice puramente ideologica: l’ideologia da sola non possiede una simile forza. La cultura e la memoria del popolo iraniano sono indissolubilmente legate all’indipendenza, al patriottismo e alla lotta contro l’oppressore. La traduzione pratica di questa identità si è vista nei passi e negli slogan della popolazione in questi mesi lungo le strade di Teheran e di altre città, e l’avete vista anche nella settimana dei funerali della Guida dell’Iran. Chi potrebbe mai negare l’evidenza di oltre 15 milioni di persone scese in strada in tre diverse città iraniane e di più di 4 milioni di persone in Iraq per i funerali della Guida? Conosco personalmente più di 16 italiani che si sono recati in Iran in questo periodo; chiedete a loro se sia possibile negare una presenza multimilionaria di quella portata! Da ciò si può facilmente giudicare la profonda ipocrisia di certi media.
A una visione molto generale, sembra che le autorità della Repubblica Islamica dell’Iran stiano riuscendo a far emergere, a rendere inconciliabili e a usare a loro vantaggio le contraddizioni fra Usa e Israele. Potete riassumere gli aggiornamenti sulla situazione e gli sviluppi della guerra dal punto di vista della resistenza?
Ci troviamo nel mezzo della guerra più dura ed esistenziale della storia della nostra terra. Molti iranisti potrebbero stupirsi di questa affermazione, pensando magari all’invasione mongola dell’Iran e dell’intera regione, o persino alla conquista araba. Eppure, affermo con forza che questa guerra è la più importante – se non la più dura – per tre motivi: in primo luogo perché non ha un unico fronte; in secondo luogo perché giunge dopo 40 anni di sanzioni e pressioni economiche asfissianti; in terzo luogo perché viene condotta avvalendosi di una macchina del terrore spaventosa e altamente professionale, addestrata da tempo alla segretezza e all’assassinio mirato. L’assassinio della nostra stimata Guida, baluardo dell’indipendenza, del progresso e della Costituzione iraniana, rappresenta una perdita immensa, ma il popolo iraniano è cresciuto proprio affrontando tali pressioni.
Che si tratti di guerra o di un cessate il fuoco temporaneo, ciò che conta davvero è capire quale parte stia rendendo pubblica la propria dottrina per annunciarla al mondo. La dottrina iraniana è stata chiaramente enunciata dalla nuova Guida dell’Iran: il logoro ordine globale del secondo dopoguerra è crollato con l’America di Trump, e non è possibile sopravvivere in un quadro di anarchia e disordine che prima o poi travolgerà anche gli altri. È necessario che prenda forma un nuovo ordine fondato sul rispetto delle nazioni, sull’indipendenza politica ed economica e, indubbiamente, sulla trasparenza e sulla cooperazione regionale, lontano da ogni logica monopolistica o unipolare.
Da molto tempo la Repubblica Islamica dell’Iran resiste fieramente agli attacchi degli imperialisti Usa, dei sionisti e della Ue. Sappiamo che nella Costituzione iraniana è espressamente riconosciuto il sostegno ai popoli oppressi che combattono contro gli oppressori, primo fra tutti il popolo palestinese. Qual è il peso della lotta all’imperialismo e il sostegno ai popoli oppressi nella società iraniana? E qual è il loro peso politico nelle istituzioni?
Come ha giustamente osservato, l’essenza stessa della Repubblica Islamica risiede nella lotta contro il colonialismo e l’occupazione, un principio che in questo recente conflitto ha trovato una manifestazione ancora più concreta. Noi sosteniamo una dottrina che non rappresenta solo l’unica via per ripristinare la nostra deterrenza, ottenere i risarcimenti di guerra o revocare le sanzioni quarantennali che ci colpiscono; essa rappresenta la condizione fondamentale per il ritorno della pace. Credete forse che Israele non si scaglierà, prima o poi, anche contro la Turchia o la grande Arabia Saudita?
Israele si fonda su un’idea a cui noi ci opponiamo radicalmente: l’aggressione e la creazione di uno Stato basato sull’occupazione della terra altrui. Al contrario, la nostra dottrina per risolvere il novantennale conflitto palestinese prevede un referendum generale a cui partecipino tutti i cittadini originari – ebrei, musulmani e cristiani – residenti prima del 1967, inclusi i profughi! Eppure l’Occidente ci accusa di antisemitismo. È stato l’Occidente, è stata l’Europa a macchiarsi dell’Olocausto! Noi, nel cuore della città di Teheran, abbiamo oltre 30 sinagoghe ebraiche attive; gli Stati Uniti ne hanno rasa al suolo una delle proprie, e saremmo noi gli antisemiti? Siamo fieri di sostenere il popolo palestinese e la popolazione di Gaza. Abbiamo pagato il prezzo più alto di tutta la regione per la causa palestinese e libanese, e ne andiamo fieri, perché l’unica via per la pace è sradicare il bellicismo.
Aggiungiamo inoltre che il vero ostacolo alla pace nel nostro mondo è l’occupazione portata avanti dagli aggressori, unita alla propaganda ingannevole e alle menzogne che ne conseguono. La soluzione risiede nella ferma resistenza dei popoli consapevoli e nell’opera di controinformazione e verità.
Abbiamo interesse a conoscere la vostra analisi rispetto al contributo che le masse popolari dei paesi imperialisti, come l’Italia, possono dare in questo momento alla resistenza iraniana. Avete un messaggio da mandare alle masse popolari italiane?
Lo dico in modo molto chiaro: siate la voce del popolo iraniano. Siate la voce dei bambini di Minab, ognuno dei quali custodiva un sogno. Non permettete che questi sogni rimangano incompiuti. Difendendo e ridando vita alla giustizia, potrete realizzare il desiderio più profondo di ognuno di loro.






