Il 24 settembre i lavoratori Alitalia hanno bloccato l’aeroporto di Fiumicino a conclusione di un corteo a cui hanno partecipato migliaia di persone, fra cui una delegazione di 70 operai della GKN con lo striscione “Insorgiamo”.
La polizia, in tenuta antisommossa, dapprima non è riuscita a impedire il blocco e poi si è dimostrata tutt’altro che risoluta nel rimuoverlo.
E non perché la celere abbia di norma qualche remora a manganellare operai e lavoratori, ma perché la mobilitazione dei lavoratori Alitalia ha già assunto le caratteristiche di un problema di ordine pubblico (un problema politico) destinato ad acuirsi di fronte alle decisioni del governo, che tira dritto, e alla repressione.

Del resto sono mesi che la mobilitazione cresce: da quando Draghi si è installato al governo e ha trasformato la “nazionalizzazione” di Alitalia in un processo di liquidazione e smantellamento. Dall’inizio di settembre assemblee, presidi e cortei si sono susseguiti quasi quotidianamente. E non poteva essere altrimenti, dato che migliaia di lavoratori sono stati licenziati senza alcuna prospettiva di riassunzione, non percepiscono gli stipendi e sono spinti a farsi la guerra tra di loro per elemosinare la riassunzione nella nuova compagnia, la ITA, a metà della retribuzione.

Il piano ITA. Il governo Draghi ha deciso lo smantellamento di Alitalia, a beneficio della nascita di ITA, una nuova compagnia di proprietà pubblica. Si tratta di una fintanazionalizzazione per nascondere la fase finale di uno smantellamento che procede da anni.
Il fumoso e caotico piano di “sviluppo industriale” di ITA prevede, fra l’altro, la cospicua diminuzione della flotta (da 118 a 52 aerei) e il taglio dei dipendenti (da circa 11000 a circa 3000). I dipendenti assunti da ITA, tutti attraverso “il libero mercato” e senza alcun meccanismo di passaggio da un’azienda all’altra, non saranno inquadrati nel contratto nazionale e avranno lo stipendio ridotto della metà.

Il piano ITA è il funerale del trasporto aereo italiano a beneficio dei gruppi imperialisti franco-tedeschi (ITA ha le caratteristiche “giuste” per essere acquisita da Lufthansa). La funzione funebre si celebrerà il 15 ottobre (la data in cui dovrebbe ufficialmente nascere ITA, anche se già ci sono voci di rinvio) e a presenziarla ci sarà Alfredo Altavilla, noto per aver già funestato la ex-FIAT come braccio destro di Sergio Marchionne.

Debiti pubblici e profitti privati è la dottrina della setta di liquidatori delle aziende pubbliche italiane.
Dopo il caso ex-ILVA, anche Alitalia mostra cosa vuol dire “nazionalizzare” per il governo Draghi: regalare montagne di miliardi di euro (pubblici) ai privati, che spolpano tutto quello su cui mettono le mani e poi sputano gli avanzi.
Draghi fu il padrino della svendita dell’IRI negli anni ‘90, è un agente pluridecorato dalla Comunità Internazionale degli speculatori per aver devastato il settore pubblico italiano e per aver “salvato l’Euro” riducendo in miseria le masse popolari greche.
Altavilla è un manager nato, cresciuto e formato nel vivaio di serpenti a sonagli che era la FIAT. Ce ne sono pochi altri, in Italia, di “vivai” così efficienti nell’insegnare come si incassano soldi pubblici per usi privati: gli Agnelli lo hanno fatto per quasi 100 anni e poi hanno levato le tende, lasciando la produzione italiana di auto (86 mila dipendenti diretti, se si considera anche CNHi – fonte FIM CISL, luglio 2021 – più tutto l’indotto) a fare la ruggine.

I lavoratori hanno mille volte ragione. Ecco dunque, riassunti, i motivi degli scioperi, delle assemblee, dei blocchi degli aeroporti di cui i lavoratori Alitalia sono protagonisti. Hanno ragione loro.
Hanno ragione anche quando dicono che la difesa di Alitalia è un problema di tutto il paese: il governo Draghi sta svendendo un pezzo del patrimonio pubblico e della sovranità nazionale.
Hanno ragione anche quando cercano alleanze con altri lavoratori in lotta e quando chiedono solidarietà e sostegno.
Hanno ragione quando dicono che una fetta delle masse popolari italiane li vede come complici – se non artefici – delle ruberie, delle speculazioni e del disastro di Alitalia: governo, media e sindacati di regime hanno martellato per anni sul fatto che questi lavoratori fossero privilegiati, troppo pagati, capricciosi e continuamente insoddisfatti, creando così una corrente dell’opinione pubblica ostile alle loro mobilitazioni.
Ma i responsabili dei debiti, delle ruberie, del malaffare non sono i lavoratori: responsabile è quella classe dirigente, politica e manageriale, che per decenni ha lavorato per gli interessi di una cricca di speculatori anziché per gli interessi delle masse popolari.

Chi vuole cambiare il paese deve imparare a riconoscere alleati e nemici, protagonisti e comparse della lotta di classe. I lavoratori Alitalia sono i naturali alleati degli operai GKN e Whirlpool, degli operai Stellantis, degli insegnanti e degli altri dipendenti pubblici e con la loro lotta sono protagonisti del cambiamento che i lavoratori e le masse popolari devono imporre al paese.

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