Antefatti

Se il 9 luglio gli operai della GKN avessero deciso di affidare la lotta contro i licenziamenti, la chiusura e la delocalizzazione dello stabilimento di Campi Bisenzio all’iter istituzionale/sindacale, oggi parleremmo di una fra le tante vertenze chiuse, in gergo, “alla meno peggio”: Cassa integrazione per tutti, una miseria di buonuscita che per i più anziani, forse, sarebbe valsa come accompagnamento alla pensione e tanti saluti.
È quello che succede sempre quando la mobilitazione degli operai è concepita come corredo alla trattativa fra sindacati e padroni; trattativa da fare rigorosamente a porte chiuse e che si conclude con i dirigenti sindacali che chiosano “abbiamo fatto il possibile, ma non c’è stato niente da fare”.

Invece la storia ha preso un’altra piega. Gli operai hanno deciso di dare priorità alla mobilitazione anziché all’iter sindacale e di condurre la lotta, in prima persona, collettivamente: “non si discute né di Cassa integrazione, né di reindustrializzazione, né di niente! GKN deve ritirare i licenziamenti e il governo deve costringerla a farlo”.

Il 9 luglio l’assemblea dei lavoratori ha preso possesso dello stabilimento (alla faccia delle guardie private pagate dal padrone per impedirlo), ha istituito i turni di presenza 24 ore al giorno e ha iniziato a mandare propri rappresentati in giro per l’Italia a diffondere un messaggio chiaro e semplice: “la lotta non riguarda solo noi della GKN, riguarda tutti. Se vinciamo alla GKN apriamo una strada per tutti i lavoratori. Insorgiamo insieme!”.
Dal 9 luglio al 18 settembre si sono susseguite assemblee in tutta Italia, incontri con i lavoratori di altre aziende a rischio chiusura e non, volantinaggi, presidi quotidiani e sostegno alle mobilitazioni del territorio. Il 18 settembre la manifestazione nazionale a Firenze. Una mobilitazione che non ha eguali nella storia recente del nostro paese: 40 mila persone hanno risposto all’appello del Collettivo di Fabbrica.

È suonata la sveglia per Confindustria, Draghi, i grandi gruppi industriali, finanziari e speculativi e per i bonzi collaborazionisti dei sindacati di regime. È suonata la carica per la classe operaia di tutto il paese: “Si può resistere! Non siamo destinati alla sconfitta!”… Gli operai più anziani gonfiavano il petto perché erano decenni che non vedevano una mobilitazione del genere, i più giovani, invece, non l’avevano mai vista.
Primo risultato: il 20 settembre il Tribunale del lavoro di Firenze ha accettato il ricorso della FIOM per condotta antisindacale e ha annullato la procedura dei licenziamenti. È un risultato parziale: non annulla i licenziamenti, li rimanda di 75 giorni, ma è un risultato importante perché in questa lotta il fattore tempo è nemico dei padroni e alleato degli insorti.

Il punto della situazione

Chiamando in causa il governo per impedire i licenziamenti e la delocalizzazione gli operai GKN entrano a gamba tesa sulle caviglie di Draghi.
Ecco il succo della questione! La difesa dell’apparato produttivo, la difesa dei posti di lavoro esistenti e la creazione di nuovi posti di lavoro è una questione politica, non sindacale! Va condotta sul campo politico, non tenendo ogni vertenza slegata dalle altre. Nessuno vince da solo!

Adesso Draghi è sull’orlo del burrone. O salta o salta!

Se Draghi cede (con un decreto che blocca i licenziamenti e una legge contro le delocalizzazioni) manda per direttissima un messaggio di disfatta a chi ha manovrato per installarlo al governo: era arrivato per bastonare i lavoratori e si ritrova bastonato. Il suo mandato, causa manifesta incapacità di raggiungere gli obiettivi, sarebbe concluso. Sarebbe un gran problema per chi frequenta i piani alti dei palazzi di Bruxelles, Strasburgo, Washington, Città del Vaticano e per i comitati d’affari della borghesia italiana: avevano messo in campo il loro fuoriclasse, il “migliore che ha messo insieme il governo dei migliori”….ora come rimpiazzarlo? E con chi?

E poi, se Draghi cede, sull’esempio degli operai insorgerebbero insegnanti e studenti, dipendenti pubblici, comitati e reti ambientaliste, ecc…
Se Draghi tira dritto (nessun decreto e nessuna legge: avanti con i licenziamenti di massa e la distruzione dell’apparato produttivo), sarà costretto a mettersi l’elmetto. Non può governare con le promesse farlocche di ripresa e crescita del PIL un paese in subbuglio. Il “problema GKN” diventerà un enorme problema di ordine pubblico: i tavoli di crisi aziendali al MISE sono 87, gli operai disposti a firmare deleghe in bianco ai sindacati sono sempre di meno, mentre quelli che sono tentati di “fare come la GKN” sono sempre di più. “Insorgiamo!” è diventato il grido degli operai della Whirlpool, dei lavoratori Alitalia, (vedi articoli a pag. 10). è la parola che corre da un capo all’altro del paese, nelle assemblee per lo sciopero generale dell’11 ottobre, nelle prime assemblee degli studenti, nei picchetti della logistica e sbuca qua e là, nelle piazze di protesta contro il Green Pass, nelle manifestazioni contro la devastazione ambientale…

Da qualunque parte la si guardi, la situazione spinge in una direzione: Draghi deve saltare.

Che vuol dire insorgere? Ribellarsi, certo.
Ma gli operai GKN dimostrano e insegnano che insorgere significa darsi i mezzi della propria ribellione: darsi i tempi e gli strumenti, progettare, programmare, fare appello alla solidarietà, chiamare altri a mobilitarsi e, soprattutto, promuoverne l’organizzazione.
“Insorgiamo” è una lotta di lunga durata, tanto lunga quanto il raggiungimento dell’obiettivo richiede di combattere.
Quando si insorge non si può tornare indietro: o si vince o si fa tesoro degli insegnamenti della sconfitta per insorgere ancora.

Sviluppi possibili

“Siamo dentro la fabbrica e possiamo farla ripartire quando vogliamo, con gli ingegneri solidali abbiamo fatto un piano per farla funzionare meglio di prima, con i giuristi solidali abbiamo scritto il testo per una legge contro le delocalizzazioni… Se della fabbrica ce ne occupiamo noi, se della legge contro le delocalizzazioni ce ne occupiamo noi, di che cosa si sta occupando il governo? Di niente, questo governo non ci serve a un cazzo!” dicono gli operai GKN. E hanno ragione. Serve un governo che smetta di obbedire a Confindustria e obbedisca agli organismi operai e popolari!
È uno sviluppo possibile, ma non si realizzerà lasciando che le cose seguano il loro corso “naturale”, che vadano “come sono sempre andate”. Si realizzerà solo se le organizzazioni operaie e popolari lo perseguiranno con determinazione. Come?

– Moltiplicare i Collettivi di Fabbrica e le assemblee.

Gli operai della GKN sono un grande esempio e offrono un grande insegnamento: a decidere tutto è l’assemblea dei lavoratori, a dare seguito alle decisioni prese e a coordinare le mobilitazioni e la lotta è il Collettivo di Fabbrica. Ecco: “Insorgiamo”, “fare come la GKN” significa prima di tutto organizzarsi come hanno fatto alla GKN.

Gli operai GKN non fanno quello che fanno per “scienza infusa”. Hanno imparato dai vecchi operai che hanno vissuto l’esperienza del Consiglio di Fabbrica della FIAT (che successivamente è diventata GKN): la proprietà è cambiata, ma la conoscenza e la coscienza operaia si sono tramandate.
Chi non sa da dove partire, chi non sa come iniziare chieda agli operai GKN. E gli operai GKN facciano con altri quello che i vecchi operai FIAT hanno fatto con loro: insegnino l’organizzazione.
Il succo è questo: approfittare del subbuglio di questi mesi per moltiplicare nelle aziende capitaliste e nelle aziende pubbliche gli organismi operai. Non importa essere subito in tanti, l’importante è iniziare.

– Scardinare il meccanismo della separazione delle vertenze e i recinti sindacali e di categoria.

Per decenni agli operai che si sono trovati a fare fronte a chiusure e licenziamenti i bonzi sindacali hanno detto chiaramente, o fatto intendere, che la cosa migliore era curarsi solo della propria vertenza perché occuparsi anche delle altre avrebbe “diluito e indebolito” le trattative. Succede, manco a dirlo, anche oggi.
Questa non è solo una sciocchezza, ma è anche il miglior assist per le istituzioni, le autorità e i padroni.

Indipendentemente dalla singola problematica e dalle appartenenze sindacali, gli operai sono i migliori alleati degli operai. I lavoratori sono i migliori alleati dei lavoratori.

Se l’organizzazione sindacale diventa un freno e un ostacolo al coordinamento fra operai di diverse aziende, all’iniziativa comune, allora l’organizzazione sindacale va scavalcata e costretta a inseguire la mobilitazione.
Bisogna uscire dalle aziende fisicamente, ma anche “mentalmente”: occorre superare gli steccati che ci dividono perché nessuno si salva da solo.
Un inciso “tattico”: “scavalcare le strutture sindacali” significa anche portare nelle mobilitazioni operaie (non importa indette da chi) le bandiere del sindacato i cui vertici, magari, fanno di tutto per “mantenere le distanze”. Le bandiere della FIOM, ad esempio, devono stare nelle mobilitazioni dei lavoratori della logistica. Gli operai devono far proprie le bandiere dei sindacati di appartenenza e usarle per rompere con la logica dell’orticello: anche questo significa costringere i vertici sindacali a rincorrere le mobilitazioni! Anche così si costruisce concretamente il fronte comune della lotta di classe!

– Costruire un legame diretto fra la classe operaia e tutte le altre mobilitazioni contro il governo Draghi.

Gli operai sono i migliori alleati degli operai, ma nel paese gli operai hanno altri mille alleati: sono tutti quelli che per un motivo o per un altro si mobilitano contro il governo Draghi.

La lotta degli uni rafforza e alimenta quella degli altri, ma la lotta operaia le trascina tutte. Partite IVA, ristoratori, studenti, disoccupati, pensionati, comitati per la difesa della sanità pubblica, comitati per i beni comuni: indipendentemente dal pensiero di ognuno, la classe operaia ingloba tutte le rivendicazioni più avanzate ed è l’unica in grado di dare una prospettiva concreta.

– Raccogliere in un unico tavolo tutti i rappresentati istituzionali.

Fanno il solco davanti ai cancelli, sono tutti lì, sindaci, assessori comunali e regionali, preti e vescovi e se la fabbrica è “importante” anche parlamentari e senatori. Tutti, in genere, dicono che sono dispiaciuti, inveiscono contro il sistema che permette lo scempio dei licenziamenti mentre gli uomini di fede fanno pure appello alla solidarietà cristiana per alleviare temporaneamente i disagi dei poveri disoccupati. Alcuni, pochi, si danno disponibili per fare da intermediari con il governo e i padroni e per condividere il peso del feretro dei posti di lavoro.
Il discorso però va ribaltato. Sono gli operai che devono convocare tutti allo stesso tavolo e indicare loro cosa devono fare, al di là delle chiacchiere, per essere utili alla lotta. Tutti devono marciare nella direzione che l’assemblea dei lavoratori indica. Tutti devono svolgere il compito che l’assemblea dei lavoratori assegna loro, tutti devono mettersi a disposizione degli operai e rendere loro conto di quello che fanno o non fanno.

– Occuparsi di politica.

Il salto compiuto dagli operai GKN riguardo alla “trattativa” con i padroni di GKN consiste nel fatto di aver spostato la questione sul piano politico. Hanno ribaltato il tavolo della trattativa. Hanno fatto della loro lotta una questione politica, una questione di ordine pubblico che i giornali borghesi cercano di demonizzare evocando di continuo “lo spettro del conflitto sociale”.
Occuparsi di politica significa anche mobilitare tutti per elaborare testi di legge, per imporre decreti di urgenza, significa pure ragionare per definire quali sono i ministri a cui affidare il compito di realizzare le rivendicazioni per cui ci si mobilita.

Draghi è sul ciglio del burrone. Insorgere fino alla vittoria significa organizzarsi per spingerlo giù, imporre un governo di emergenza popolare e avanzare ancora fino all’instaurazione del socialismo.

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