Editoriale

Chi lo ricorda?

Nel 1992 le inchieste di Tangentopoli segnarono il tramonto del regime DC, un sistema politico ormai inadeguato per stare “al passo con i tempi”: i tempi della costituzione della “moderna” UE trainata dai gruppi imperialisti francesi e tedeschi, dell’attacco a oltranza alle conquiste strappate dai lavoratori negli anni precedenti, delle grandi ristrutturazioni industriali, delle privatizzazioni a ogni costo e dell’esplosione del Debito Pubblico.

Dal 1994 al 2011, il Centro-destra e il Centro-sinistra si sono alternati al governo attuando lo stesso programma. Nel 2011, a causa delle crescenti contraddizioni che minavano “la governabilità del paese”, il (falso) bipolarismo si è trasformato nel regime delle Larghe Intese, incarnato dai governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e – dopo la parentesi dei due governi di Giuseppe Conte – Mario Draghi.
Per i lavoratori e per le masse popolari le cose sono sempre e solo peggiorate. Nonostante le numerose e vaste mobilitazioni, le masse popolari sono riuscite solo a rallentare l’attuazione del programma delle Larghe Intese, non a impedirla. Anzi, la classe dominante ha fatto carta straccia degli ostacoli che si è via via trovata di fronte: le violazioni dell’esito dei referendum del 2011 sull’acqua pubblica bene comune e il NO al nucleare ne sono gli esempi più lampanti.

Le numerose mobilitazioni di quel periodo non sono riuscite a sbarrare la strada alle Larghe Intese perché, da quando la crisi generale del capitalismo è entrata nella sua fase acuta (2008), la questione di fondo non è più stata “parare i colpi” del nemico, né “resistere caso per caso” ai suoi attacchi, ma rovesciare il sistema politico delle Larghe Intese e instaurare un governo di emergenza delle masse popolari organizzate. Le lotte di quegli anni ci hanno però consegnato insegnamenti preziosi.

Quando nel 2010 gli operai della FIAT di Pomigliano si ribellarono al Piano Marchionne, accesero una scintilla che incendiò il paese. La mobilitazione coinvolse rapidamente tutta la classe operaia, in ragione del ruolo che la FIOM di Landini e Cremaschi fu spinta ad assumere, si fuse con la lotta per il rinnovo del CCNL dei metalmeccanici (2012), si legò alle mobilitazioni per cacciare il governo Berlusconi, alimentò il movimento per l’acqua pubblica e per la difesa dei beni comuni (da qui la vittoria ai referendum del 2011) e la ribellione di altri settori delle masse popolari (pastori sardi, allevatori e altri lavoratori autonomi che costituirono qualche anno dopo il cosiddetto “Movimento dei forconi”).

Fu una mobilitazione che, iniziata sul terreno prettamente rivendicativo, sfociò inevitabilmente nel terreno politico.
L’insegnamento è: se c’è qualcuno che la promuove, la mobilitazione si sviluppa. E quanto più la mobilitazione è espressione della classe operaia (parte dalla classe operaia, la coinvolge, la rende protagonista) tanto più la mobilitazione si allarga al resto delle masse popolari e della società.
Il Piano Marchionne alla fine passò e nel corso del tempo la spinta data dagli operai FIAT di Pomigliano si è esaurita. Non perché la classe operaia e le masse popolari non fossero disposte a mobilitarsi e lottare, ma perché il gruppo che dirigeva la mobilitazione – in particolare la FIOM – si tirò indietro, non portò fino in fondo il ragionamento iniziato: “Chi governa e in nome di quali interessi? Chi dovrebbe governare e quali interessi vanno affermati?”. Andare fino in fondo avrebbe significato dare la risposta: “devono governare i lavoratori e le masse popolari organizzate”.

Corsi e ricorsi…

Oggi siamo in una situazione simile a quella del 2010. Le condizioni generali sono complessivamente peggiori: dal 2010 a oggi la crisi si è aggravata, la classe dominante ha fatto passi da gigante nella demolizione di diritti, tutele e conquiste dei lavoratori e delle masse popolari, ha moltiplicato le forme di ricatto, ha affinato gli strumenti repressivi e la pandemia ha fatto esplodere tutte le contraddizioni esistenti.

Ma le condizioni particolari sono complessivamente più favorevoli:

– la classe dominante è talmente debole e frammentata che ha dovuto installare il caporione della Troika, Mario Draghi, al governo del paese;
– tutti i settori delle masse popolari già si mobilitano per resistere agli effetti della crisi e alle manovre con cui le Larghe Intese scaricano sulla popolazione tutto il peso – e le responsabilità – della pandemia;
– il fallimento dei governi del M5S ha dimostrato a milioni di persone che non esiste nessuna possibilità di conciliare gli interessi delle masse popolari con quelli dei capitalisti e che le illusioni di poterlo fare sono destinate a svanire;
– tutte le organizzazioni sindacali sono incalzate dall’iniziativa degli operai. Gli operai GKN hanno suonato la carica come nel 2010 la suonarono gli operai FIAT, ma oggi la lotta è in mano a loro, non al gruppo dirigente della FIOM. I sindacati confederali sono incalzati dalle lotte contro delocalizzazioni, chiusure e licenziamenti e per una parte crescente di operai la linea dell’accordo e della concertazione con i padroni, che si è ampiamente dimostrata fallimentare, non è più accettabile. I sindacati di base sono incalzati dai lavoratori della logistica, dai lavoratori Alitalia e da tanti altri lavoratori schifati dai sindacati di regime. Per tutti loro le “guerre per interessi di pollaio” fra sigle sindacali non hanno senso, pretendono unità e spingono per coordinare tutte le mobilitazioni in un fronte unico e di classe.

Con la forza dei fatti si pone la questione di chiudere il cerchio aperto nel 2010, si pone nuovamente la questione di imporre dal basso un governo di emergenza del paese.

Un governo di emergenza popolare

Se il governo Draghi usa tutti gli strumenti in suo possesso per favorire le delocalizzazioni, i licenziamenti e lo smantellamento dell’apparato produttivo anziché difenderlo, allora il governo Draghi va abbattuto. Se il governo Draghi usa la pandemia per colpire più duramente i lavoratori, per ricattarli, per dividere le masse popolari e metterne una parte contro l’altra; se promuove la discriminazione di Stato (Green Pass); se esegue gli ordini degli industriali e continua a permettere ogni tipo di speculazione sulla salute pubblica, anziché garantirla efficacemente — allora il governo Draghi va cacciato.
Se il governo Draghi usa l’aumento sconsiderato delle bollette per l’energia come ricatto per aggirare l’esito del referendum e dare il paese in pasto agli speculatori del nucleare, allora Draghi va cacciato.
Ma per cacciare Draghi bisogna necessariamente rispondere a una domanda: quale governo lo sostituirà? Se non vogliamo cadere dalla padella alla brace, le masse popolari organizzate devono imporre un loro governo di emergenza popolare.
È difficile, ma non è impossibile. Se ci sono cento motivi per dubitare, per dire “sarebbe bello, ma è impossibile”, “non ce lo lasceranno fare”, ce ne sono altri mille per superare lo scetticismo e le paure, per affrontare le resistenze e per assumersene la responsabilità.

Il passo da compiere

Il passo necessario non dobbiamo aspettarlo dai partiti, dalle organizzazioni sindacali, dalle istituzioni e dalle autorità borghesi: tutti questi devono essere messi nella condizione di rincorrere l’iniziativa delle masse popolari.
Il passo necessario devono farlo gli organismi operai e popolari: passare dal rivendicare soluzioni all’indicare le soluzioni e iniziare a praticarle, chiamare il resto delle masse popolari a praticarle, promuovere l’organizzazione di tutte le masse popolari.

Questo intendiamo con “agire da nuove autorità pubbliche”.

Rafforzare gli organismi operai e popolari, sostenerli nella loro azione e nel loro coordinamento, portarli ad assumere il ruolo di nuove autorità pubbliche — questo è il compito dei comunisti. È quello che intendiamo per “costruzione del nuovo potere” ed è il pezzo che solo i comunisti possono aggiungere a quanto già gli organismi operai e popolari fanno, in ragione della concezione che li guida e del ruolo che ricoprono come promotori della rivoluzione socialista.

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