Spesso mi viene chiesto di descrivere la situazione nella scuola.
L’ho sempre trovata un’impresa difficile finché ho considerato la scuola come qualcosa di avulso dal “resto del mondo”, un’isola felice al riparo da qualsiasi speculazione (da qui la frustrazione di assistere ora allo smantellamento dei diritti dei lavoratori e degli studenti).

La scuola di oggi rispecchia esattamente la società in cui viviamo e al suo interno sono presenti tutte le contraddizioni che si trovano anche altrove. In una società che mette al centro il profitto, il diritto all’istruzione diventa secondario. Ed ecco che, a fronte dell’esigenza di rendere la didattica sempre più personalizzata e alla portata di tutti, vengono impiegate ingenti risorse (anche in un periodo di crisi come questo) nei test Invalsi che contrastano non solo con l’attuale didattica ma anche con il principio di “giustizia sociale”. Le scuole in cui il risultato dei test Invalsi è più alto sono, solitamente, le scuole dei quartieri benestanti e sono proprio queste scuole a ricevere, nonostante non ne abbiano bisogno, i finanziamenti maggiori a scapito delle scuole “degli ultimi” che sono destinate a retrocedere e ad essere sempre più marginalizzate.

Negli ultimi due anni sono emersi ancora di più i limiti derivanti da una gestione che, nonostante la pandemia, continua a mettere al centro il profitto: invece di risolvere il problema delle classi pollaio e assumere più personale scolastico, è stato introdotto il Green Pass.

Affrontare i problemi reali che affliggono l’istruzione pubblica da decenni è più dispendioso che catalizzare l’attenzione sulla questione Green Pass perché significherebbe mettere davvero al centro studenti e lavoratori. Perciò, quest’anno, esattamente come gli scorsi anni ci troviamo con una media di 25 alunni per classe, in aule assolutamente non idonee a contenerli, in scuole spesso vecchie… però abbiamo tutti il Green Pass. E guai a chi non ce l’ha: far ricadere la responsabilità di una gestione pandemica e scolastica disastrosa sul singolo è più facile che risolverla.
Inoltre con l’autonomia scolastica ci siamo trovati a dover fronteggiare linee guida nazionali molto generiche ognuno a modo suo. Questo ha creato molta confusione e ci ha portato via molto tempo, tempo che avremmo dovuto impiegare diversamente.

È necessario porre nuovamente al centro la questione lavoro anche nelle scuole: ad oggi, a dispetto del Covid-19 e proprio come in una azienda, governo e istituzioni hanno ritenuto più conveniente risparmiare sfruttando da una parte la precarietà di insegnanti e ATA, dall’altra tagliando il personale.

È necessario applicare concretamente il diritto all’istruzione per tutti e garantire la sicurezza tramite aule adeguate e con numero di alunni ridotto. Il governo Draghi, sulla scia dei governi precedenti, non ha fatto nulla di tutto ciò e i sindacati non si sono opposti allo sfacelo della scuola pubblica. E così, con un gruppo di colleghi, abbiamo deciso di riunirci in un Comitato (il Comitato dei Lavoratori della Scuola di Siena) per far sentire la voce di chi la scuola la vive tutti giorni e con l’obiettivo non solo di denunciare la situazione ma anche di proporre possibili soluzioni. Un po’ come stanno facendo in grande (noi siamo un comitato ancora in erba) gli operai della GKN: fissare le misure concrete che devono essere applicate per risolvere la situazione e imporle a chi ci governa.

Il Collettivo di Fabbrica ha dato, a quanti si mobilitano per difendere il proprio lavoro e i propri diritti, una ventata di fiducia e la coscienza di trovarci tutti dalla stessa parte della barricata. È per questo che come lavoratori della scuola abbiamo preso contatti con gli operai GKN, abbiamo partecipato al corteo del 18 settembre scorso e abbiamo in programma un’assemblea pubblica con loro.
La lotta degli operai GKN sta mostrando una strada, l’unica percorribile per far valere i nostri diritti: organizzarci e spingere governo e istituzioni a prendere misure che siano davvero nell’interesse dei lavoratori.
M.M.
Siena

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