Il 18 e 19 settembre si è tenuto a Pescina (AQ) il convegno “Contranium, 7500 frammenti di vergogna” organizzato dall’Associazione Nazionale Vittime dell’Uranio Impoverito. L’iniziativa ha rilanciato la lotta che come familiari dei militari già deceduti a causa dell’uranio impoverito (e di altri inquinanti bellici) conduciamo, assieme a chi oggi è gravemente ammalato, affinché lo Stato ci riconosca verità e giustizia.

Al convegno hanno preso parte Domenico Leggiero e l’avv. Angelo Tartaglia dell’Osservatorio Militare, Gian Piero Scanu in qualità di ex presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sull’uranio impoverito, Jacopo Fo a nome della Fondazione Fo-Rame, il tenente-colonnello Fabio Filomeni autore del libro Baghdad, la ribellione di un generale e il sindaco di Pescina Mirko Zauri. Ma, cosa più importante, eravamo presenti noi familiari assieme a diverse delle vittime.

Il tema è alquanto delicato perché ovviamente tocca l’ambiente militare, dove occorre fare i conti con pratiche che, a livello apicale, sono all’ordine del giorno come omertà, insabbiamento e abuso di potere.
Omertà e insabbiamento rispetto all’utilizzo dell’uranio impoverito nelle guerre in cui dovremmo “esportare democrazia” e nei poligoni NATO; abuso di potere nell’ostracizzare in ogni modo la ricerca della verità e della giustizia, con ricatti nemmeno troppo velati e pressioni di ogni tipo esercitate tanto sui tribunali che su di noi.

Il convegno è stato utile da un lato e rivelatore dall’altro.

Utile, perché ha messo attorno a un tavolo – per la prima volta in 20 anni dal primo “caso uranio” – molte delle famiglie e delle vittime coinvolte che, stanche delle lungaggini burocratiche e giudiziarie, hanno deciso di mettersi in gioco in prima persona. Questo ci ha dato la possibilità di conoscerci, di entrare in relazione gli uni con gli altri. Ci dà la possibilità di unire le forze, di “fare rete”.

Rivelatore, perché il Ministero della Difesa, a fronte delle centinaia di ricorsi e di un nostro maggiore attivismo, prova a scaricare sugli ufficiali operativi (quelli “sul campo”) la responsabilità della salute e sicurezza dei militari in qualità di loro “datori di lavoro”. Questo, ovviamente, sta spaccando gli stessi vertici militari: chi, infatti, è disposto ad assumersi la responsabilità (morale e penale, con connessi risarcimenti) di ammalati e morti, a garanzia degli interessi (di carriera, economici, di immagine, ecc.) di tutti gli altri?
Di certo è un punto debole su cui noi familiari possiamo e dobbiamo fare leva.

Quelli che oggi sono i nostri problemi, devono diventare l’incubo del Ministero della Difesa: ogni udienza deve essere un momento per denunciare pubblicamente le sue manovre a danno delle vittime. Dobbiamo promuovere in ogni città iniziative, anche piccole, di solidarietà, far conoscere a livello più ampio la nostra lotta. Ogni funzionario, ufficiale o uomo politico che ha un ruolo nell’insabbiare e ostacolare la verità e la giustizia deve temere che si faccia il suo nome pubblicamente.
Non ci servono elemosine, compassione e pacche sulla spalla. Non abbiamo bisogno neppure di santi in paradiso o di vecchi e nuovi cavalieri: abbiamo bisogno di organizzarci e lavorare compatti, perché non si tratta più di battaglie individuali esclusivamente giuridiche, ma di una questione che riguarda decine di migliaia di persone.

Emanuele Lepore,
familiare di una vittima dell’uranio impoverito

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