Anniversari e bilanci: il caso di Palmiro Togliatti. Nel solco del centenario della fondazione del primo PCI anche altri anniversari, con più o meno clamore e varietà di iniziative, hanno suscitato mobilitazione e dibattito nel paese. Sono state numerose ad esempio le iniziative che hanno celebrato il 150° anniversario della dichiarazione della Comune di Parigi. Benché inferiori di numero non sono mancate le prese di posizione per l’anniversario della nascita di Palmiro Togliatti (Genova, 26 marzo 1893), figura emblematica della storia del primo PCI, delle vette raggiunte così come dei limiti che rimasti inaffrontati a lungo andare ne hanno determinato la rovina.

Togliatti fu segretario del PCd’I dal 1926 al 1934 (quando assumeva ancora la denominazione propria delle sezioni dell’Internazionale Comunista [IC]) e poi dal 1938 alla sua morte avvenuta nel 1964 (quando oramai dal 1943, con lo scioglimento dell’IC, il partito aveva assunto la denominazione di Partito Comunista Italiano). Non meno importanti furono i ruoli che ricoprì nel movimento comunista internazionale, all’interno dell’IC (per conto della quale fu commissario politico nella guerra di Spagna tra il 1936 e il 1938) e poi, dopo il suo scioglimento nel 1943, all’interno del Cominform.

Parliamo del segretario più longevo del primo PCI e del suo principale dirigente nelle fasi più decisive della sua storia. La lotta clandestina contro la dittatura fascista, la ricostruzione del partito dopo che la repressione del regime fascista aveva portato alla sua distruzione, il ruolo guida che il PCI ebbe nel promuovere la Resistenza all’occupazione nazi-fascista tra il 1943-45 e poi dopo il 1945 le lotte per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari italiane. Tutti risultati che il primo PCI guidato da Togliatti ha potuto raggiungere anche e soprattutto grazie all’orientamento e al sostegno fornito dall’URSS diretta da Stalin e al suo fondamentale retroterra.

Ma un serio bilancio storico e politico non può nascondere sotto il tappeto quelli che furono i limiti più importanti della sua opera di dirigente del movimento comunista italiano ed internazionale: la sostanziale interruzione del processo di bolscevizzazione del PCd’I avviato da Gramsci e generosamente sostenuto dall’URSS prima con Lenin e poi con Stalin, la mancata elaborazione di una strategia rivoluzionaria, la conduzione codista e in posizione subordinata alle forze borghesi e clericali della Resistenza antifascista che il PCI aveva promosso tra il 1943 e il 1945. Questi i prodromi dell’amnistia e della riabilitazione accordata da Togliatti a numerosi criminali fascisti nel dopoguerra; delle numerose  occasioni per la mobilitazione rivoluzionaria delle masse lasciate sfumare dal PCI guidato da Togliatti sempre nel dopoguerra. Ma quel che è più grave fu il ruolo di punta assunto da Togliatti a livello internazionale come capo-fila del revisionismo moderno, al seguito di Kruscev, dopo la morte di Stalin avvenuta nel 1953. Fu Togliatti l’iniziatore del processo di integrazione del PCI nel regime della Repubblica Pontificia creato nel nostro paese dagli USA, dal Vaticano e dalla Mafia alla caduta del fascismo. Una prospettiva che Stalin e autorevoli dirigenti del Partito Comunista sovietico come Andrej Zdanov colsero e denunciarono senza tuttavia riuscire dall’esterno a far cambiare rotta al PCI. Ciò principalmente per la debolezza della sinistra interna al PCI, rappresentata da esponenti come Pietro Secchia, che godeva del pieno appoggio sovietico e che era la sola forza che dall’interno avrebbe potuto ingaggiare la lotta ideologica e politica per isolare e sconfiggere la deriva di destra promossa da Togliatti.

Il movimento comunista nella sua storia ha sempre imparato principalmente dai suoi limiti. Gli anniversari da questo punto di vista ci sono d’aiuto e sono di spinta a procedere in questa direzione: molti dei grandi testi classici del movimento comunista internazionale non avrebbero mai visto la luce se Marx, Engels, Lenin, Stalin, Mao non avessero passato in esame i limiti e gli errori contenuti nelle esperienze dei loro predecessori. Così i comunisti oggi, con analogo rigore, devono analizzare l’operato di  Palmiro Togliatti, principale dei segretari avuti dal primo PCI, dirigente nelle fasi decisive della sua storia ed anche, in ultima istanza, iniziatore di quel processo di deviazione e corruzione proseguito e sviluppato da Berlinguer a partire dal 1972 ed infine portato a termine dagli sciacalli della Bolognina nel 1991.

Per una comprensione scientifica, alla luce del marxismo-leninismo-maoismo, della parabola compiuta dal PCI guidato da Togliatti suggeriamo ai nostri lettori la lettura di due testi:

  • Per un bilancio del Fronte Popolare in Spagna (1936-1938)”, articolo pubblicato su La Voce n.53 del 2016; questo articolo contiene estratti di una relazione di Togliatti all’IC sull’esito della guerra di Spagna, cui aveva preso parte come commissario politico per conto dell’IC; gli stralci della relazione di Togliatti riportata nell’articolo sono molto istruttivi per comprendere i limiti ideologici e politici che Togliatti espresse alcuni anni dopo in Italia alla guida del PCI, alle prese con la direzione della Resistenza e la ricostruzione post-bellica del paese; un articolo dunque importante per comprendere i problemi di concezione e linea politica che portarono un pur importante dirigente comunista internazionale ad ammainare l’obiettivo della rivoluzione socialista e diventare aperto promotore del revisionismo moderno nel movimento comunista internazionale con il suo programma rovinoso di restaurazione graduale e pacifica del capitalismo nei paesi socialisti, di cosiddetta “via nazionale” al socialismo nei paesi imperialisti, di sostegno e accodamento alle borghesie nazionali nelle colonie e semi-colonie.
  • Pietro Secchia e due importanti lezioni” pubblicato su La Voce n.26 e la “Relazione sulla situazione italiana” fornita da Secchia all’IC nel 1948 (reperibile sul sito del (nuovo)PCI); consigliamo lo studio di questi materiale per una comprensione scientifica dei limiti della sinistra del vecchio PCI (di cui Pietro Secchia fu il massimo esponente) che si oppose al corso revisionista promosso da Togliatti ma in definitiva rimase impotente di fronte ad esso, finendo via via ai margini.

Una posizione fuorviante. In tempi come quelli attuali, in cui il movimento comunista vive una fase di rinascita ma è notevolmente debole, i grandi numeri che il PCI di Togliatti arrivò ad esprimere (furono più di 2.252.446 gli iscritti al PCI nel 1947) sembrano, ad uno sguardo superficiale, una prova della bontà della sua opera. Ad esempio i compagni di Patria Socialista, in una nota celebrativa pubblicata su facebook, affermano perentori a proposito di Togliatti, “noi lo ricordiamo principalmente per aver trasformato il piccolo e combattivo PCd’I in PCI, il più grande Partito Comunista di massa dell’Occidente”. Diamo atto ai compagni di Patria Socialista che avranno anche altro da dire a proposito di Togliatti e del bilancio storico e politico della sua opera. Ciò non toglie che questa loro presa di posizione è quanto meno fuorviante, un esempio negativo di come approcciare alla storia del primo PCI, perchè in nome del culto dell’identità del PCI (coi suoi simboli, le sue tradizioni, i suoi personaggi) ne smercia una visione superficiale, confonde e offusca l’indagine delle cause profonde del rovinoso percorso intrapreso dal primo PCI dalla vittoria della Resistenza alla sua dissoluzione nel 1991. Rovinoso percorso che, piaccia o no, ha il suo marchio di fabbrica in Togliatti e nel revisionismo moderno.

Il proletariato valuta ogni uomo dai risultati della sua attività. Questi sono conoscibili attraverso la storia e soprattutto studiando, alla luce del materialismo dialettico, la logica della storia.

Non c’è rinascita del movimento comunista senza bilancio scientifico del passato. Il bilancio dell’esperienza elaborato dalla carovana del (nuovo)PCI (per il cui studio si rimanda al Manifesto Programma del (nuovo)PCI) dimostra che Togliatti va ricordato principalmente per avere trasformato un partito rivoluzionario in un partito integrato nel sistema politico borghese, in nome della cosiddetta “via italiana al socialismo”, linea pro-genitrice della trasformazione del primo PCI nel partito socialdemocratico, “eurocomunista”, di sinistra borghese, portata a sintesi da Berlinguer a partire dal 1972.  Per aver avviato la dispersione sul lungo periodo del potenziale rivoluzionario che il PCI aveva accumulato dirigendo la resistenza al fascismo.

Per una nuova identità comunista. Le celebrazioni nel solco del centenario della fondazione del PCI stanno unendo e amalgamando tutti coloro che in Italia si identificano nella falce e nel martello. In questo senso il centenario ha dato finora una sana spinta all’unità d’azione e a riconoscersi, tra compagni di diverse estrazioni e organizzazioni, in una comune storia. Questo crea un terreno favorevole per lo sviluppo dell’unità d’azione contro il nemico comune, oggi ad esempio nella lotta per impedire il consolidamento del governo Draghi e per costruire il fronte ampio, operaio e popolare, delle forze anti-larghe intese.

Ma d’altro lato queste celebrazioni identitarie mostrano anche la debolezza di qualsiasi tentativo di fondare il nuovo movimento comunista sulla base di un culto, senza principi, dell’identità comunista figlia del primo PCI e confezionata dai responsabili della sua dissoluzione. Un’identità in cui far convivere e conciliare Gramsci e Togliatti, la Resistenza e il ruolo apertamente controrivoluzionario svolto dai vertici del PCI negli anni ’70, il PCI che riceveva istruzione e retroterra dall’URSS di Stalin e il PCI che diretto da Berlinguer divenne corteggiatore degli imperialisti USA. E’ destinato a nuocere alle sorti del movimento comunista chi fa della difesa identitaria dell’intera storia del PCI, dei suoi eroi e dei suoi carnefici, la base per costruire il nuovo movimento comunista. Come abbiamo bisogno di una nuova concezione comunista del mondo (che è il marxismo – leninismo –maoismo, la tappa più avanzata della teoria comunista) e di partiti comunisti di tipo nuovo (che fondano la loro azione sull’assimilazione del bilancio dell’esperienza della prima ondata delle rivoluzioni proletarie) così c’è bisogno di forgiare una nuova identità comunista che tagli recisamente i ponti con tutto ciò che simboleggia le tare che hanno portato il primo PCI alla deriva.

Pena il rischio di un culto dell’identità comunista imbrigliato dal nemico, che mette d’accordo tutti (perfino gli attivi anticomunisti ai vertici del PD) e che proprio per questo è nemico della rinascita del movimento comunista. Il guazzabuglio di cui in Italia abbiamo visto un esempio in grande tra il 2006 e il 2008, ai tempi del canto del cigno di partiti come il PRC e il PdCI che, al netto delle differenze, proprio su questa base nacquero, raccogliendo al proprio interno tutti quelli che si identificavano vagamente nella falce e nel martello. Da quelli che alla qualche maniera ritenevano questo simbolo coerente con la propria storia, a quelli che lo ritenevano conveniente per il proprio calcolo e interesse personale, fino ai casi più disparati).

Certo addentrarsi nel bilancio dell’esperienza del primo PCI vuol dire entrare in un campo in cui la divisione e lo scontro prevalgono sull’unità. In moltissimi maledicono la frammentazione del movimento comunista nel nostro paese in un gran numero di partiti e organizzazioni così come i dibattiti percepiti spesso come annosi. Ma la storia anche recente insegna a chiunque che è ben peggiore il prezzo da pagare per l’apparentemente comoda e facile unità senza principi: quella svirilizzazione del comunismo a cui la vecchia sinistra borghese dei Bertinotti, Diliberto, ecc. ha dedicato tanti sforzi e la cui pericolosità è colta oggi da un numero tendenzialmente via via superiore di compagni e compagne.

Riconoscersi in una storia collettiva e richiamarsi ad un’identità si dimostra una leva importante per sprigionare partecipazione e protagonismo di quanti in Italia aspirano alla rinascita del movimento comunista. Ma mentre ci uniamo per celebrare, nell’anno del suo centenario, la fondazione del primo PCI dobbiamo ancor più unirci per mettere a bilancio la sua esperienza, comprenderla e gettare le basi per superare i limiti del vecchio movimento comunista. E’ su questa base che una nuova identità comunista, autenticamente rivoluzionaria, andrà a rimpiazzare quella polverosa e sporcata dalle mani dei revisionisti moderni e poi da quelle dei suoi liquidatori.

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