Le lotte rivendicative sono la principale scuola della lotta di classe

1. La lotta deve essere diretta da chi è deciso a vincere. Se chi dirige le lotte non crede, lui per primo, che è possibile vincere, allora alla lunga si accoderà e cercherà il compromesso.

2. Gli obiettivi e i metodi devono rispondere quanto più è possibile alle esigenze delle masse popolari che si intende mobilitare: devono far volare alto la loro parte più avanzata, devono soddisfare le loro aspettative e ambizioni.

3. Non bisogna lasciarsi legare le mani dal nemico né farsi dettare le regole e adottare, caso per caso, i metodi di lotta più efficaci e sostenibili. Non ci si deve fossilizzare su un unico metodo di lotta: si possono fare scioperi, manifestazioni, blocchi stradali, raccolte di firme, irruzioni nelle assemblee elettive, sabotaggi, ecc. Acquisire una “indipendenza ideologica” dal nemico non è cosa immediata, la si conquista col tempo, ma è decisiva. Precludersi la possibilità di sviluppare una mobilitazione “perché una certa forma di lotta è illegale” o “perché si rompono gli equilibri” equivale a consegnare ai nostri avversari l’esito della lotta.

4. Il fronte comune di lotta va esteso il più possibile, cercando continuamente nuovi alleati, coinvolgendo i solidali nella lotta, rendendoli consapevoli dell’importanza che la vittoria ha per tutto il campo delle masse popolari (il successo di uno apre alla vittoria di altri).

5. Individuare e sfruttare le contraddizioni del nemico, mirare a isolarlo, a privarlo dei sostegni di cui gode con una tattica flessibile e lungimirante. La borghesia non è un monolite, è lacerata da interessi contrapposti e antagonisti e necessita ancora del sostegno delle masse popolari: trovare crepe in cui incunearsi è sempre possibile.

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