Tutto ciò che è avvenuto negli scorsi mesi in Italia e nel mondo conferma che la pandemia è frutto della crisi generale del capitalismo.
Essa ha fatto scoppiare tutte le contraddizioni già esistenti. La questione principale non è prendere coscienza che il paese, e più in generale la società capitalista, è arrivata al punto di rottura, ma fare ciò che è necessario per il cambiamento che serve.

Scriviamo questo numero di Resistenza alla fine di ottobre, ma esso sarà diffuso fino a gennaio 2021. Le settimane che abbiamo di fronte saranno caratterizzate dall’evoluzione della seconda ondata della pandemia.

Il governo e le istituzioni continueranno a imporre misure schizofreniche per affrontarla, facendo ben attenzione a salvaguardare gli interessi dei capitalisti. Con il pretesto della lotta al contagio, cercheranno di restringere ulteriormente gli spazi di agibilità politica e di mobilitazione dei lavoratori e delle masse popolari: hanno paura della mobilitazione perché sanno che la situazione è esplosiva, ma così facendo gettano ulteriore benzina sul fuoco.

La retorica dello “state a casa, andrà tutto bene” ha fatto il suo tempo, come pure le chiacchiere da salotto sul virus depotenziato o sparito. Le larghe masse sono sempre più coscienti di essere quelle che pagano il prezzo di questa ennesima “emergenza” e non sono più disposte a stare al gioco.

La notte del 23 ottobre a Napoli una folla di persone ha contestato in piazza il governatore De Luca e la sua decisione di applicare il lockdown a tutta la regione. Ci sono stati scontri con la polizia ed è subito partita la solita solfa fatta di denigrazioni (“erano tutti fascisti e camorristi”), razzismo (“i soliti napoletani”) e disprezzo verso le masse popolari (“non pensano alla salute pubblica, pensano solo ai loro interessi”). Al netto di tutte le polemiche e criminalizzazioni, la mobilitazione è stata una sonora sveglia per padroni, governo e politicanti di ogni risma e colore. La sfiducia, l’insofferenza e il malcontento verso autorità e istituzioni borghesi iniziano a trasformarsi in rivolta.

La rivolta di Napoli e le mobilitazioni che si sono tenute in molte altre città indicano che bisogna avanzare nell’organizzazione e nel coordinamento delle organizzazioni operaie e popolari. Questo è il centro dell’azione di noi comunisti e di ogni lavoratore ed elemento avanzato delle masse popolari.

Al di là di ogni narrazione, delle manipolazioni dei dati sui contagi e sul loro uso, le misure governative allargano il campo della mobilitazione e organizzazione delle masse popolari. La questione principale è che governo e istituzioni borghesi non sono più in grado di gestire la situazione.

Mettere la popolazione di fronte al ricatto “ammalarsi e contagiare” o “non avere più di che campare” è un atto criminale contro cui la parte già organizzata delle masse popolari deve mobilitarsi fin da subito, aggregando e coordinando altri gruppi di lavoratori, di commercianti, di partite IVA, ecc., per imporre il proprio governo di emergenza popolare (il Governo di Blocco Popolare), l’unico in grado di adottare le misure che servono e che rispondono agli interessi della popolazione.

Questo è il contenuto della lotta di classe in questa fase, quali che siano le forme che essa assume, le contraddizioni attraverso cui si esprime e i risultati, per forza di cose parziali e contraddittori, che raggiungerà nel corso del suo sviluppo.

Differenze e analogie fra la prima e la seconda ondata della pandemia

Le ricadute della prima ondata della pandemia erano ampiamente prevedibili, ma il governo ha impiegato il periodo estivo a condurre sterili polemiche contro veri e presunti “negazionisti” (i vari Salvini, Briatore, Zangrillo, ecc.), anziché approfittare della temporanea tregua per fare quello che andava fatto e che aveva promesso di fare: potenziare la sanità pubblica, i trasporti, le scuole, assumere personale e formarlo con urgenza, predisporre spazi e strutture, pianificare il sistema di tracciamento dei contagi, ecc.

Governo e istituzioni (assieme ai Salvini e Meloni che, dall’opposizione, si sono limitati a recitare la loro parte) hanno utilizzato l’estate per continuare sottobanco a favorire interessi particolari e speculazioni (vedi il fiorire delle strutture convenzionate per il recupero delle visite sanitarie saltate causa Covid-19), determinando al contempo condizioni utili ad addossare ancora una volta sulle masse popolari la causa della ripresa dei contagi. Con la riapertura delle scuole era del tutto ragionevole programmare un aumento dei mezzi di trasporto, ma questo non è successo e oggi sono gli studenti e i lavoratori, costretti ad affollare gli autobus, i nuovi e irresponsabili untori!

Se a marzo il governo ha alimentato la speranza che entro pochi mesi le cose “si sarebbero rimesse a posto” e ha sostenuto il lockdown con un’ampia politica di sussidi e ammortizzatori sociali (ampia ma insufficiente: a fine ottobre c’è ancora chi deve percepire la CIG di maggio e milioni di persone sono tagliate fuori da ogni sostegno economico), oggi afferma che i soldi “sono finiti” e che “il paese non può permettersi un nuovo lockdown”.

Pertanto, le restrizioni per fare fronte alla seconda ondata si limitano a misure palliative come il coprifuoco o la chiusura domenicale di bar e ristoranti che penalizzano fortemente alcune categorie, ma non i grandi capitalisti.

Sono misure inutili: senza la chiusura delle grandi aziende e il blocco della distribuzione di merci (o per lo meno senza una significativa riduzione della produzione, in ragione del rispetto delle misure sanitarie) i contagi non diminuiranno!

Sono le grandi aziende, mai veramente “chiuse”, ad essere state il tramite fra la prima e la seconda ondata della pandemia.

Fin dal numero 3/2020 di Resistenza, all’inizio dell’emergenza sanitaria, abbiamo affermato che la pandemia è frutto della crisi generale del capitalismo e che i suoi effetti hanno solo fatto scoppiare tutte le contraddizioni già esistenti. Tutto ciò che è avvenuto negli scorsi mesi in Italia e nel mondo lo conferma. La questione principale, tuttavia, non è prendere coscienza che il paese, e più in generale la società capitalista, è arrivata al punto di rottura, ma fare ciò che è necessario per il cambiamento che serve.

Il ricatto “ammalarsi e contagiare” o “avere di che campare”

Nel campo delle masse popolari, le divisioni fra “negazionisti” e chi è invece convinto che i comportamenti del singolo individuo siano decisivi a fermare una pandemia mondiale sono inutili e dannose. La classe dominante le alimenta perché le zuffe insensate distraggono dalla lotta di classe. Il problema non è mascherina sì o mascherina no, ma mettere tutti nella condizione di tutelare sé stessi e gli altri e avere la possibilità di condurre una vita dignitosa quali che siano le misure necessarie a debellare i contagi.

Chiunque alimenta la guerra fra poveri su questioni secondarie anziché alimentare e promuovere il coordinamento, l’organizzazione e la mobilitazione della masse popolari contro la classe dominante diviene strumento e promotore della mobilitazione reazionaria, quale che sia l’idea (l’illusione, la scusa) che ha e professa.

Le teorie negazioniste e i comportamenti di sfida alle autorità che sfociano in atteggiamenti antisociali fra le masse popolari sono principalmente una reazione (arretrata e scomposta) al modo in cui la classe dominante gestisce l’emergenza; in sostanza sono sfiducia nella classe dominante.

Anche i più convinti sostenitori della necessità di correggere i comportamenti individuali, del resto, non possono che prendere atto del fatto che mille attenzioni (giuste e doverose) del singolo individuo si infrangono contro la gestione criminale delle autorità e delle istituzioni borghesi. Non è certo stato il ragazzotto di periferia che si è ribellato “alla dittatura sanitaria” ad aver fatto sì che, a marzo, i malati di Covid-19 venissero dimessi dagli ospedali e reinseriti nelle RSA. E’ stata una istituzione! Ricordiamo qui il caso della Regione Lombardia, la stessa che mentre pretende dai cittadini sottomissione e rispetto delle regole, ha nella sanità la principale fonte di speculazione e profitto per i suoi amministratori, manager, ecc.

Rompere il ricatto a cui la classe dominante costringe le masse popolari significa mobilitarsi per le misure che sono già ampiamente possibili, ma che non vengono attuate per non ledere gli interessi di capitalisti, padroni e speculatori:

  1. tamponi, con un alto indice di affidabilità, gratuiti e a domicilio per tutti. Basta con i tamponi a pagamento e le vergognose code ai drive in! Occorre dare a ogni persona la possibilità di sapere se ha contratto il Covid-19 e curarsi di conseguenza;
  2. un efficace sistema di isolamento dei positivi. Per chi non abita in una villa, l’isolamento domiciliare è impossibile. Mettere a disposizione tutte le strutture in disuso o parzialmente utilizzate, procedendo anche all’esproprio dell’ingente patrimonio immobiliare del Vaticano;
  3. un capillare sistema di sostegno ai singoli e alle famiglie in difficoltà. La Protezione Civile e l’Esercito devono fare su larga scala quello che le Brigate per l’emergenza già fanno da mesi in maniera circoscritta (ma decisiva per migliaia di persone) e su base volontaria;
  4. un adeguato sostegno al reddito diretto (soldi) e indiretto (detrazione delle rate dei mutui, bollette, tasse e imposte) per tutto il periodo necessario;
  5. impiego dei disoccupati in lavori remunerati di pubblica utilità (piccole opere necessarie, adeguamento di strutture ed edifici adibiti all’istruzione e alla sanità, ecc.).

Ogni forma di lotta per ottenere l’applicazione di queste misure è legittima, ma limitarsi alla lotta rivendicativa non basta.

Nessun governo, espressione degli imperialisti UE, USA e sionisti, sottomesso al Vaticano e alla criminalità organizzata e garante dei loro interessi, adotterà mai fino in fondo misure simili, perché esse sono incompatibili con il capitalismo, preludono al suo superamento e all’emancipazione delle masse popolari dal giogo dello sfruttamento capitalista.

Nel capitalismo ogni conquista è parziale e transitoria: la classe dominante si riprenderà domani e con gli interessi ciò che è costretta a concedere oggi.

Alla lotta rivendicativa bisogna combinare l’attuazione immediata di quelle misure che già oggi gli organismi operai e popolari sono in grado di mettere in campo con i mezzi di cui dispongono e con quelli che è possibile reperire mobilitando associazioni di rilievo nazionale e internazionale come ANPI, ARCI, Medicina Democratica, Emergency e Medici Senza Frontiere. Assumendo questo ruolo, in ogni quartiere, in ogni azienda capitalista o pubblica, gli organismi operai e popolari inizieranno, coordinandosi gli uni con gli altri, ad agire da nuove autorità pubbliche, a promuovere e affermare gli interessi delle masse popolari.

Quanto più questa rete crescerà, si rafforzerà e si consoliderà, diventando punto di riferimento per il resto delle masse popolari, tanto più si determineranno le condizioni per imporre il governo di emergenza di cui c’è bisogno.

“Perché il Sussidistan è il paese di Confindustria”
Il Fatto Quotidiano del 1 ottobre stima che le grandi aziende capitaliste abbiano ricevuto il 48% dei fondi stanziati complessivamente dal governo per l’emergenza economica e sociale, su un totale di 112 miliardi di euro. A questa montagna di soldi vanno sommati anche i miliardi che, ogni anno, esse ricevono sotto forma di sovvenzioni e i miliardi che i capitalisti risparmiano grazie al sistema dei paradisi fiscali, all’elusione e all’evasione fiscale.
Per non intaccare il sistema della speculazione internazionale (la voragine della spesa pubblica italiana), le clientele, gli interessi dei comitati di affari e quelli dei capitalisti alla Bonomi (Confindustria) e Agnelli-Elkann (FCA), il governo Conte scarica tutto il peso dell’emergenza sulle masse popolari ponendole di fronte al ricatto: “ammalarsi e contagiare” o “avere di che campare”.

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