Tra le centinaia di procedimenti (processi, fermi, denunce e multe) ai danni della classe operaia raccolta sotto le insegne del SI Cobas, a Modena risaltano i due maxi processi per le giuste e legittime lotte condotte davanti ai cancelli di Italpizza (a San Donnino) e di Alcar Uno (a Castelnuovo Ragnone): 67 indagati, tra lavoratori e delegati del sindacato, per il primo e 84 per il secondo.

Numeri questi, sommati ai tredici fogli di via, ai cinque avvisi orali e alle denunce per diffamazione, rendono bene il quadro e la caratura dell’attacco repressivo in corso sul territorio, orchestrato da PD, padroni e Questura nel vano tentativo di fiaccare la mobilitazione operaia in un contesto in cui è sempre più evidente quanto il “sistema Modena” è corrotto e antipopolare.

Un attacco di così ampia portata rappresenta la crescente ed estesa difficoltà, da parte di chi è a capo di questo tessuto clientelare e mafioso, nel gestire la propria crisi e il montante sommovimento operaio e popolare locale: nell’affannoso tentativo di tagliare le gambe all’organizzazione dei lavoratori in lotta e al SI Cobas, la classe dominante mostra quale è il suo vero volto, violando essa stessa per prima le proprie prassi, norme e leggi come nel caso del fermo del funzionario SI Cobas e l’irruzione nella sede sindacale da parte della Polizia.

Attaccando a testa bassa e con forza, rende evidente quanto in realtà teme la costruzione di una nuova governabilità dal basso che muove i primi passi: infatti, una lettura degli eventi scevra dell’analisi del contesto di lotta politica del territorio, porta inevitabilmente a pensare che il nemico sia in grado di dirigere la fase e che la scelta repressiva sia un sintomo di forza della classe dominante stessa.

Non è così: a Modena, dalla fine della scorsa primavera, ha preso corpo un percorso di ampie prospettive: il Consiglio Popolare che ha già visto un primo incontro in piazza e si sta preparando per replicare il 10 settembre (qui l’evento Facebook), sempre sotto il Comune di Modena, nel cuore della città amministrata al fine di garantire gli interessi dei padroni locali.

Questo Consiglio Popolare è fumo negli occhi per loro, in quanto è un’evoluzione del Tavolo di solidarietà che si era andato strutturandosi, come un vero e proprio fronte solidale variegato, durante i mesi più duri della battaglia Italpizza, dandone respiro e prospettiva. Infatti, dalla battaglia singola si è passati a voler imprimere una visione più complessiva e cittadina della lotta di classe in corso, facendo valere nella pratica il principio secondo cui ogni settore della nostra società (e quindi ogni singola vertenza) non può essere gestito come a sè stante: far convergere ogni particolare nell’alveo del generale, promuovendo organizzazione, coordinamento, scambio di esperienze, solidarietà e sostegno reciproci è un passo in avanti nel passare dall’attestarsi al fatto che esiste un “sistema Modena” denunciandolo all’iniziare a combatterlo ai fini di una diversa gestione del territorio.

Ciò è frutto dei tempi: la crisi sanitaria da pandemia Covid-19 ha fatto deflagrare tutte le contraddizioni e i nodi del capitalismo in crisi e quindi l’esigenza di trovarsi in piazza tra vari settori, a fronte di una repressione poliziesca e aziendale in crescendo, è qualcosa di impellente. I problemi sul lavoro, le denunce e le multe ai lavoratori, l’agibilità politica e sindacale, la sicurezza nelle scuole e nella Sanità sono tutti aspetti comuni: “sono una questione pubblica che riguardano l’intera cittàe come tali vanno trattati, perché la vera sicurezza è avere un lavoro utile e dignitoso per tutti, prevenire e limitare i contagi e non rimetterci in salute e lavoro per il profitto dei padroni. Ecco l’importanza del Consiglio Popolare, ecco parte del perché il nemico attacca in questo modo.

Non solo, i due maxi processi antioperai modenesi stridono con il maxi processo reggiano Aemilia, il più grande processo contro la ‘Ndrangheta del Nord Italia, arrivando ad avere quasi gli stessi imputati: questa è una nitida dimostrazione del carattere antisindacale e antipopolare, e di cui le Procure e i Tribunali ne sono strumento e riflesso, dell’attuale Stato borghese, il cui unico interesse è garantire privilegi, profitti e interessi dei padroni. La lotta contro la repressione diventa quindi necessariamente una questione di quali interessi difendere e imporre: quelli della classe operia e del resto dell masse popolari, facendo della lotta contro la repressione stessa una questione politica, cioè una questione di ordine pubblico e di costruzione della nuova governabilità delle masse popolari organizzate.

Applicare le agibilità politiche e sindacali conquistate nel nostro paese con la vittoria della Resistenza antifascista è giusto e legittimo anche se illegale: estendere la rete di solidarietà pratica nei confronti dei lavoratori e dei delegati sotto processo è fondamentale; contribuire alla promozione e crescita del Consiglio Popolare (replicandolo anche in altri territorio in base alle caratteristiche specifiche locali) è ulteriore linea di prospettiva per rigettare l’attacco del nemico e realizzare fattualmente la prospettiva che i padroni alla Levoni e i sindaci alla Muzzarelli tanto temono!

Passare dalla difesa all’attacco: prendersi le strade e le piazze, allargando il fronte della disobbedienza e della solidarietà anche nel non pagamento delle multe!

Non un passo indietro: ci vediamo in piazza il 10 settembre e sosterremo ogni mobilitazione a sostegno e in solidarietà degli operai sotto processo!

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