In Regione, Piacenza è una delle province con il più alto tasso di contagi e morti per Covid-19 e un’inversione di tendenza può essere imposta e realizzata solo dal basso: per questo, rilanciamo il comunicato-appello reso pubblico il 7 aprile da diversi operatori sanitari iscritti a Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl di Piacenza in cui pongono con forza il problema delle “troppe aziende riaperte. Rischiamo il colpo di coda”.

Solo negli ultimi giorni alla Prefettura di Piacenza sono arrivate 1300 domande di deroga per riaprire fabbriche e stabilimenti: continua in tutta la regione la speculazione sulla pelle dei lavoratori per garantire i profitti ai padroni. Sono 15.980 le richieste di deroga inviate alle prefetture dell’Emilia-Romagna, dal picco di Modena con 4.000 domande, passando da Bologna con 3.300, Reggio Emilia con 2.500, Parma 1450, ecc.: per questo bisogna sviluppare in ogni stabilimento il controllo operaio, fermando temporaneamente le produzioni non essenziali, a reddito pieno, e organizzando solo le produzioni essenziali con tutte le dovute misure per la tutela della salute. Fare squadre di controllo per vigilare che le aziende non ne approfittino per accelerare la morte lenta (svuotare magazzini, portare via i macchinari, ecc.) e controllare i “furbetti” del codice Ateco.

Le responsabilità politiche e materiali di questa strage evitabile sono ormai chiare (e molto spesso coincidono con i tesserati di Confindustria) e per questo l’appello del personale sanitario di Piacenza è importante perché positivo e utile esempio di lavoratori che dalla prima linea del fronte si occupano del proprio territorio, puntando a che si prevengano ulteriori contagi e vittime. Che gli operai e i lavoratori di Piacenza, in particolare quelli della logistica, lo facciano proprio, costituendo comitati di lavoratori, personale socio sanitario e utenti per vigilare sulle produzioni e per imprimere un cambio, qui e ora, nella gestione della salute pubblica!

Infermieri, medici, OSS, personale delle pulizie: cambiare la rotta è necessario e possibile e per farlo c’è bisogno della vostra forza e della vostra organizzazione, perché solo i lavoratori possono fare e garantire i propri interessi e quelli delle masse popolari. A Piacenza è già attiva un’esperienza importate, la “Protezione Civile Proletaria” promossa dal SI Cobas che ha già posto le basi per un legame tra operai e sanitari: basta morti per il profitto dei padroni, organizzarsi e coordinarsi in ogni dove, fino a imporre una governabilità d’emergenza delle masse popolari che implementi e ridia forza e strumenti al Servizio Sanitario Nazionale!

Bisogna imporlo, con ogni mezzo, il cambio di rotta: all’emergenza, si risponde con misure emergenziali!

Andrà tutto bene se non deleghiamo nelle mani di chi ci ha traghettato in questa emergenza sanitaria. Andrà tutto bene facendo valere fino in fondo tutta la forza della classe operaia, dei dipendenti pubblici, degli studenti e dei disoccupati!

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Sono di poche ore fa gli articoli in cui viene dichiarato che la Prefettura di Piacenza ha concesso la riapertura di numerose aziende a fronte delle tante domande di deroga al Decreto Coronavirus. Noi operatori sanitari di Piacenza abbiamo fatto l’impossibile per tutelare la salute di tutti i cittadini, tutti e tutte, nessuno escluso, anche di coloro che si sono messi a rischio, in barba a decreti e provvedimenti.

Siamo rimasti in corsia, non abbiamo mollato, abbiamo fatto appelli, sono state rilasciate interviste per far capire l’eccezionalità dell’emergenza che ha colpito il nostro territorio e negli ultimi giorni ci siamo illusi di avercela quasi fatta, il messaggio sembrava passato: la pericolosità di questa epidemia era stata compresa, cominciavamo ad avere un po’ di respiro. Sembrava la fine di una strage senza precedenti.

Ora queste autorizzazioni ci fanno temere un pericoloso colpo di coda: non siamo ancora in fase di ripresa, stiamo ancora risolvendo la fase di picco! Davvero vogliamo vanificare gli sforzi? Davvero vogliamo correre il rischio di dover affrontare una nuova fase di emergenza con ripercussioni ancora peggiori sul sistema sanitario e sull’economia? State a casa, fermate le attività ancora per qualche giorno. Invertite la rotta o saremo noi infermieri a fermarci”.

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