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Sulla contraddizione ambiente / lavoro. Imparare dai Consigli di Fabbrica

Redazione di Resistenza by Redazione di Resistenza
Marzo 4, 2020
in Resistenza n. 3/2020
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Riportiamo a seguire uno stralcio dell’intervista ad Alberto Cavedo, operaio in pensione e militante del PCI (sia quello di un tempo che quello attuale diretto da Alboresi), pubblicata sul sito www.carc.it nella sezione dedicata alla raccolta di testimonianze sui Consigli di Fabbrica, nati in Italia a partire dall’Autunno Caldo del ‘69. Alberto è stato un’avanguardia di lotta dell’Alfa Acciai, una grossa azienda siderurgica situata a Brescia, ci ha narrato la sua esperienza che, al pari di altre, offre numerosi insegnamenti. Di particolare interesse e attualità è il passaggio nel quale ci racconta come il Consiglio di Fabbrica affrontò, a metà degli anni ’80, la contraddizione fra “ambiente e salute” e “lavoro”:

 

“Quali erano i principali problemi che affrontavate?”

Le rivendicazioni sono sempre state per il salario, ma ci fu anche una grande lotta per l’ambiente nel 1985. Essendo una fabbrica siderurgica con le emissioni, è normale che inquini e quindi dovevamo per forza intervenire. La fabbrica era, ed è ancora oggi, in una zona residenziale di Brescia e alcuni abitanti vennero direttamente a parlare con noi operai. Noi non ci siamo tirati indietro anche perché eravamo i primi a non voler inquinare, ne abbiamo parlato con i cittadini, anche scontrandoci a volte perché alcuni di loro volevano che la fabbrica chiudesse. Intervenne anche la ASL, abbiamo chiesto e ricevuto una mano da diversi medici professionisti, uno in particolare che veniva da Medicina Democratica ci ha aiutato molto.

Infine è intervenuta la Magistratura sequestrando la fabbrica. Questo ha aumentato il livello della mobilitazione, anche perché la direzione diceva che i comunisti volevano far chiudere l’azienda… ma non era così! I comunisti nel ’44-45 hanno difeso le fabbriche col fucile! Abbiamo lottato anche contro cittadini che dicevano che bisognava chiudere la fabbrica, abbiamo fatto centinaia di assemblee d’azienda per non rimanere indietro nella lotta. Voglio sottolineare una cosa: quando arriva il carabiniere mandato dal giudice che ti dice che deve sequestrare la fabbrica, la prima cosa che dici come lavoratore è che non è possibile, che hai bisogno di lavorare. Quindi c’era una tendenza nel sindacato a dire di lavorare anche se questo significava inquinare… E invece no! Noi dicevamo che la fabbrica doveva essere modernizzata al più presto, che il padrone doveva investire per affrontare il problema dell’inquinamento. Nessun lavoratore ha mai contraddetto questa linea, gli operai avevano fiducia in noi e nel nostro operato.

Il piano successivamente formulato dall’azienda è stato sottoposto al nostro controllo e finché non ha rispettato i nostri parametri prestabiliti il piano è stato bocciato. Alla fine il giudice ci ha proposto un piano con la soluzione del problema, noi l’abbiamo accettato e i sigilli alla fabbrica sono stati tolti, non senza tentativi di boicottaggio da parte della direzione.”

 

Questo stralcio dimostra due cose.

La prima è che il diritto al lavoro non è in contraddizione con il diritto alla salute e quello a vivere in un ambiente sano. L’unico motivo di contraddizione è la direzione della borghesia imperialista della società e la legge del profitto su cui si basa il capitalismo. Questo è ciò che impedisce oggi di trovare i modi per rendere la produzione compatibile con l’ambiente e la salute. L’economia pianificata socialista è l’ambito in cui si può risolvere il problema, perché elimina la ricerca del profitto e la necessità di accrescere il capitale, mentre alimenta la partecipazione attiva dei lavoratori e delle masse popolari alla soluzione dei problemi che lo sviluppo delle forze produttive e le necessità del paese impongono di risolvere.

La seconda cosa che dimostra è: se è vero che le condizioni per risolvere pienamente questa contraddizione le si potranno avere solo nel socialismo, è ugualmente vero che le condizioni affinché ciò avvenga si possono e si devono costruire qui e ora. I Consigli di Fabbrica agivano da nuove autorità pubbliche alternative, dirigevano di fatto alcuni aspetti della produzione, erano in grado di mobilitare il resto delle masse popolari del loro territorio; come dice Cavedo in un altro passaggio dell’intervista, “erano praticamente i Soviet!”. Bisogna lavorare a organizzazioni operaie che siano in grado di imporre gli interessi della classe operaia e delle masse popolari, che già in embrione funzionino secondo principi che poi saranno la base della nuova società socialista, che siano la scuola di comunismo dove la classe operaia nella pratica impara a dirigere sé stessa, la fabbrica e la società.

La sintesi di questi due insegnamenti è che ancora oggi è necessaria e fondamentale l’organizzazione degli operai per fare fronte anche ai problemi sulla salute e l’ambiente. Servono organizzazioni non più basate sulla delega o sul lavoro esclusivamente sindacale (questo è il meccanismo delle attuali RSU/RSA), ma che, come i vecchi Consigli di Fabbrica, siano ambito di partecipazione attiva che coinvolge via via fette sempre più ampie di lavoratori. Questa è concretamente la via per cominciare a risolvere efficacemente i problemi e le contraddizioni proprie del capitalismo, lavorando contemporaneamente allo sviluppo delle condizioni e dei presupposti per costruire la nuova società socialista.

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