Appello – petizione

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Il 25 settembre 2019 la Corte di Appello di Milano ha confermato la condanna contro Rosalba Romano già emessa in Primo Grado il 30 marzo 2018. Il processo contro Rosalba è nato dalla denuncia da parte di un poliziotto che in passato ha fatto parte del famigerato VII Reparto Mobile di Bologna (uno dei “corpi speciali” di macellai impiegati nel G8 di Genova nel 2001) che si è sentito diffamato da un appello, pubblicato sul sito Vigilanza Democratica, per lo smantellamento del Reparto coinvolto in gravi e documentati episodi di abusi di polizia, tra cui la carica immotivata e sproporzionata che nel 2005 ha reso invalido a vita Paolo Scaroni, ultras del Brescia. Il dibattimento e le sentenze, tanto del Primo quanto del Secondo Grado, sono state una lampante dimostrazione dell’uso politico della Magistratura: la Procura di Milano ha emesso una condanna esemplare contro Rosalba per affermare che in questo paese la Polizia può agire al di sopra della legge e per intimorire tutti coloro che si attivano e si mobilitano contro la repressione, contro gli abusi in divisa, per la trasparenza nella catena di comando, per il codice identificativo delle forze dell’ordine, in sintesi per l’attuazione della Costituzione a partire dall’Articolo 52 (“L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”) e dall’Articolo 21 (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”).

Anziché tutelare chi promuove l’attuazione della Costituzione, la Procura di Milano ne è diventata il persecutore. I giudici (nel processo di Primo Grado Paola Maria Braggion, nel frattempo promossa nel CSM, nel processo di Appello Fabio Paparella, Simona Improta e Patrizia Re) si sono distinti per aver con consapevolezza stravolto fatti e circostanze e per aver abusato del loro potere nell’interpretazione delle leggi, violando palesemente quella Costituzione di cui dovrebbero invece essere interpreti. In particolare:

– il processo di Primo Grado si è concluso con una condanna per un fatto diverso rispetto a quello descritto nell’imputazione (nelle motivazioni della sentenza è persino incerto il fatto per cui Rosalba è stata condannata): è stato in questo modo leso il diritto alla difesa (articolo 24 della Costituzione);

– il processo di Secondo Grado, in mancanza di prove sul fatto che Rosalba abbia pubblicato o scritto l’articolo incriminato, ha confermato la condanna per concorso nella diffamazione facendo riferimento a una recente sentenza della Corte di Cassazione che ha sancito la responsabilità penale dell’amministratore di un sito web o blog rispetto ad articoli pubblicati anche da terzi, qualora essi vengano coscientemente mantenuti on line una volta appresa la loro portata diffamatoria. Nel caso di Rosalba, però, il fatto non è mai stato oggetto di dibattimento e quindi neppure mai dimostrato;

– con un pretestuoso gioco di parole, la Corte di Appello ha “frainteso” il significato dell’espressione “condividere un articolo”: da “rendere fruibile al pubblico” lo ha scambiato per “sostegno alle tesi sostenute nell’articolo”. In questo modo, mettendo una toppa peggiore del buco nelle motivazioni della sentenza, ha introdotto anche il reato di opinione (violando l’articolo 21 della Costituzione).

– sia nelle motivazioni del Primo che del Secondo Grado i giudici avvalorano unilateralmente le dichiarazioni rese dal poliziotto, nonostante esse non siano sostenute da nessuna prova e da nessun riscontro. Dato il ruolo della Corte di Cassazione, se essa non annullerà questa sentenza “che fa giurisprudenza”, sottoscriverà e avallerà un obbrobrio giuridico e spianerà la strada ad altre violazioni sostanziali e formali della Costituzione.

La conferma della condanna a Rosalba, inoltre, è una manifestazione particolarmente odiosa della disparità di trattamento fra ricchi e poveri, oltre che una vergogna giuridica: condannare una lavoratrice precaria a pagare migliaia di euro (fino anche a decine di migliaia di euro) è ben diverso che condannare un ricco, un politico, uno speculatore, un giornalista prezzolato. E’ uno strangolamento che rovina la vita. Rosalba è una infermiera a Partita IVA, nel suo caso (come nel caso di tutte le partite IVA) il debito non viene rateizzato e detratto con un quinto dallo stipendio, ma è preteso il saldo immediato, pena il blocco dei conti e il pignoramento dei beni. Pertanto Rosalba si trova nella condizione di non poter lavorare legalmente, non avere un conto bancario e ad affidarsi ad amici e compagni per sopravvivere. (…)

 

Solo la solidarietà e il sostegno popolare possono impedire una deriva antidemocratica che fa carta straccia della Costituzione e si accanisce contro i lavoratori, i giovani e tutti coloro che si attivano e si mobilitano per denunciare e contrastare i politicanti, gli speculatori e i grandi criminali che stanno conducendo il paese alla rovina.

Chiediamo a singoli cittadini, organismi, personaggi politici, del mondo delle associazioni e della società civile di firmare questo appello, che sarà inviato alle principali istituzioni e autorità che hanno giurato sulla Costituzione a partire dal Presidente della Repubblica, e di prendere pubblicamente posizione affinché la Corte di Cassazione annulli il processo contro Rosalba.

Partecipa alla campagna in solidarietà a Rosalba Romano:

– attraverso dichiarazioni pubbliche (testi, video);

– attraverso fotografie con cartelloni tipo “Io sto con Rosalba. La Cassazione deve annullare il processo politico contro Vigilanza Democratica!”;

– portando il caso nelle istituzioni;

– partecipando alla raccolta di fondi per sostenere il ricorso alla Corte di Cassazione e le ingenti spese a cui Rosalba è stata condannata (Postepay intestata a Gemmi Renzo n. 5333 1710 9377 5704).

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