Il Direttore di Resistenza, Pablo Bonuccelli, intervista Ermanno Marini, Responsabile Nazionale del Settore Organizzazione del P.CARC

A un anno dal V Congresso Nazionale facciamo il punto sullo sviluppo del Partito e sulle prospettive rispetto alla linea della costituzione del Governo di Blocco Popolare.

Anzitutto, ti chiedo di riassumere il lavoro organizzativo del Partito e di indicare ai lettori gli aspetti principali del bilancio dell’anno trascorso

Riassumere i vari aspetti che riguardano il lavoro organizzativo è estremamente difficile senza essere prolissi e senza rischiare di fare discorsi e ragionamenti “troppo interni”.

Diciamo che la linea definita sul tema dal V Congresso si riassume in tre punti principali:

– rafforzamento delle Segreterie Federali e delle Sezioni attraverso l’elevazione dei quadri intermedi e superiori,

– allargamento della base, del numero dei membri e dei collaboratori,

– il radicamento in regioni e zone dove ancora il Partito non è presente.

Per ognuno di questi tre aspetti, poi, l’approfondimento sarebbe ampio… Ho assunto il ruolo di RNSO proprio nel V Congresso, in un Partito già lanciato verso lo sviluppo in ognuno dei tre campi e nel corso dell’anno, anche ragionando sui risultati che stiamo ottenendo, sono emersi insegnamenti e ulteriori occasioni di sviluppo. Faccio alcuni esempi: abbiamo raddoppiato il numero delle regioni in cui interveniamo; complessivamente non solo si sono consolidate le Sezioni in termini numerici, possiamo anzi dire che si sono pure sviluppate, ma soprattutto operano con un piano ordinario mensile e con un’attività rivolta più chiaramente verso gli operai delle aziende capitaliste, i lavoratori delle aziende pubbliche e le scuole medie superiori e le università.

Per dare un numero che rende l’idea: interveniamo ordinariamente in circa 70 aziende e credo che non ci sia un altro partito che dedica tante energie alla classe operaia. Nel corso del 2019 abbiamo anche imparato a integrare nel lavoro ordinario le iniziative politico culturali. Se ci aggiungiamo il lavoro sugli organismi tematici e territoriali attivi nella sanità, nell’ambiente, nell’internazionalismo proletario, nelle lotte rivendicative, nella lotta contro la repressione possiamo dire che, pur con forze limitate, il P.CARC interviene se non in tutti, nei principali ambiti della lotta di classe in corso nel paese. Se vogliamo essere chiari devo anche dire che tutto questo non è sufficiente: il P.CARC non è ancora il Partito adeguato a promuovere efficacemente la mobilitazione operaia e popolare per imporre alla borghesia un governo di emergenza delle masse popolari organizzate. Ma altrettanto chiaramente dico che la fiducia con cui lavoriamo a questo obiettivo deriva dalla consapevolezza che non dobbiamo prima costruire il partito grande e forte e poi “lanciare l’attacco” della rivoluzione socialista: anche la costruzione del Partito è ambito della lotta di classe ed è legato alle sue evoluzioni e ai suoi sviluppi. L’aspetto decisivo è la concezione che muove i comunisti nella loro azione e nella loro opera.

Per essere più chiaro devo però indicare alcune questioni sulla relazione fra P.CARC e (nuovo)PCI, poiché l’esistenza del P.CARC, la sua opera, la sua politica e il suo sviluppo hanno senso compiuto solo nel quadro della Guerra Popolare Rivoluzionaria che è diretta dal (nuovo)PCI.

Ti propongo di riprendere il discorso fra poco. Credo sia utile, per non “perdere il filo”, approfondire prima un aspetto del tuo discorso: hai detto che l’attività del 2019 ha permesso di ricavare insegnamenti utili a mettere a fuoco e perseguire ulteriori sviluppi. Che intendevi dire?

Intendo dire che una serie di esperienze ci hanno fatto toccare con mano un limite e ci hanno permesso di individuare la strada per superarlo. Mi riferisco al fatto che il lavoro organizzativo, che è la base su cui poggia lo sviluppo del Partito, l’efficacia della sua azione, il radicamento fra le masse, ecc, deve essere strettamente legato alla linea politica. Il lavoro organizzativo dipende e discende dalla linea politica. L’organizzazione è darsi i mezzi per attuare la linea politica. Quindi il discorso è questo: a un certo punto avevamo imboccato e per certi versi stavamo perseguendo una strada che aveva capovolto gli aspetti o che per lo meno non teneva conto della loro giusta relazione: il lavoro organizzativo come cosa a sé stante, come una specializzazione, come un campo a cui applicare leggi proprie e fisse… insomma, un po’ come se fosse un mestiere. Abbiamo visto l’errore, per certi versi ne siamo rimasti scottati, e abbiamo invertito la rotta. Ci siamo concentrati sulla relazione fra la linea politica e il lavoro organizzativo, la sua importanza nella formazione di quadri intermedi e quadri superiori, la sua importanza nell’allargamento della rete del Partito. Abbiamo quindi imparato molto e iniziato a mettere in pratica alcune cose.

Quali?

L’elenco è lungo, spiegarlo è ancora più lungo e tutta una serie di questioni non le abbiamo ancora sintetizzate perché sono in corso di attuazione e altre ancora in fase di avvio. Comunque, per citarne alcune, abbiamo compreso meglio in cosa consiste e come si manifesta la necessità di far compiere ai quadri intermedi e ai quadri superiori una scuola pratica di lotta di classe, cosa significa attingere dalle masse e imparare dalle masse. Abbiamo compreso più a fondo e concretamente che chi non si mette alla scuola delle masse non può diventare un dirigente comunista. Infine abbiamo sperimentato e stiamo sperimentando con creatività il principio che gli operai e le masse popolari possono già contribuire alla rivoluzione socialista a partire dalla pratica. L’adesione ideologica al comunismo è un aspetto fondamentale per i quadri, e per questo continuiamo a dedicare energie e risorse alla formazione ideologica e alle attività del Centro di Formazione, ma per milioni di proletari la questione decisiva è la mobilitazione pratica, attraverso cui i comunisti alimentano anche l’elevazione della coscienza.

Quanto ha influito in questo ragionamento la diserzione di Angelo D’Arcangeli, che è stato il Responsabile Nazionale del Settore Organizzazione prima di te, e di Chiara De Marchis dalla Carovana del (nuovo)PCI?

Beh, ha influito molto. Quando Angelo e Chiara inviarono le lettere con cui comunicavano le loro dimissioni dal P.CARC per andare a rafforzare il Centro clandestino del (nuovo)PCI, questo successe poco prima del V Congresso, ci fu nel Partito un grande entusiasmo. Tutti sapevamo che non si trattava di un passaggio formale, ma li avevamo conosciuti come compagni dalla ferrea dedizione e dalla grande generosità ed eravamo sicuri che avrebbero saputo tenere testa alle difficoltà. In particolare Angelo è stato per molti anni uno dei massimi dirigenti del P.CARC e quindi una figura di riferimento, anche. Non entro nel merito delle questioni che come Partito abbiamo già chiarito con il Comunicato del 30 agosto 2019 e che pure il (nuovo)PCI ha trattato in modo esauriente nei suoi documenti e su La Voce n. 63. Ai fini del ragionamento che stiamo facendo qui confermo che la loro diserzione è stata un evento di vasta portata e con profonde ricadute. Di certo, il Partito si è trovato nella necessità – ma sotto un altro punto di vista anche nella possibilità – di rivedere la politica di formazione dei quadri. Si è poi aperta un’ampia riflessione rispetto alla relazione fra individuo e collettivo, fra dirigenti e diretti. In tutto il Partito, in ogni istanza e organismo di lavoro, si è sviluppato un ricco dibattito, alimentato dalla spinta a non cercare scorciatoie con accuse a quelli che se ne vanno, che disertano, ma ad analizzare bene e a fondo i limiti che ancora abbiamo e che dobbiamo e vogliamo superare.

Cambiamo radicalmente argomento: le relazioni con gli altri partiti comunisti?

Approfitto della domanda per riprendere il discorso della relazione fra P.CARC e (nuovo)PCI. Entrambi i partiti hanno già scritto molto sull’argomento e molte occasioni si prestano a riprendere e sviluppare la discussione… tuttavia parto proprio da qui per rispondere alla domanda.

P.CARC e (nuovo)PCI sono due partiti distinti, che hanno una natura diversa a partire dal fatto che il (nuovo)PCI dirige la guerra popolare rivoluzionaria in corso nel nostro paese e per assumere quel ruolo è un partito clandestino. Però sono due partiti fratelli, cioè si sostengono l’un l’altro; lavorano sulla stessa materia come due distinti laboratori scientifici e contribuiscono entrambi, da posizioni diverse, alla comune causa della rivoluzione socialista, ebbe a dire il (nuovo)PCI per descrivere questa relazione. E’ una relazione molto diversa rispetto a quella che abbiamo e potremo avere con ogni altri partito nato dalla disgregazione del vecchio PCI e del PRC. Ad esempio, nel nostro Statuto è permesso che un membro del P.CARC sia anche membro del (nuovo)PCI.

Rispetto agli altri partiti… mi preme dire una cosa a premessa, che magari sembra un po’ in contraddizione anche con il discorso che stiamo facendo, in particolare riguardo all’allargamento del numero dei membri del P.CARC: il P.CARC non è in concorrenza con nessun altro partito, non puntiamo a togliere militanti ad altri partiti a nostro favore. Ci tengo a precisarlo perché invece il senso comune che impera nei partiti che hanno una concezione elettoralista comporta il fatto che molti “steccati” siano alzati dai gruppi dirigenti nei nostri confronti proprio per la paura di perdere iscritti, militanti e voti.

Siamo molto attenti ai sommovimenti della base dei partiti comunisti, dei partiti della sinistra borghese e anche dei partiti che si definiscono progressisti perché attraverso i sommovimenti della base è possibile capire le esigenze e le ambizioni di chi in Italia ha la falce e il martello nel cuore, che se stiamo ai risultati delle elezioni politiche del 2018 sono alcune centinaia di migliaia di persone, alla faccia di chi dice che “i comunisti non ci sono più”.

In linea generale posso dire che perseguiamo l’unità di azione pratica anticapitalista con chi riconosce la necessità della lotta di classe e aggiungiamo il dibattito ideologico franco e aperto con chi ambisce alla costruzione del partito comunista.

Cioè: partire dalla pratica con chi oggi non ha interesse o ambizione o non riconosce ancora il ruolo del partito comunista nella rivoluzione socialista – e allora si tratta di non farsi bloccare da differenze ideologiche nelle attività comuni che si possono condurre – aggiungere alle attività pratiche comuni la discussione sul bilancio del movimento comunista, sulla natura della crisi in cui siamo immersi, sul regime politico che caratterizza i paesi imperialisti e sulla strategia per l’instaurazione del socialismo con quanti cercano l’unità ideologica che caratterizza un partito comunista.

Quali sono le difficoltà che il P.CARC sta affrontando?

Se la coesione del P.CARC si basasse sul settarismo verso i riformisti e la sinistra borghese e sull’adesione identitaria, certamente incontreremmo minori problemi e minori contraddizioni nel nostro lavoro. Invece la coesione ideologica del P.CARC, o per lo meno quella che è richiesta ai quadri per svolgere adeguatamente il loro compito, è basata sull’adesione alla concezione comunista del mondo e pertanto, per citare una delle questioni più “spinose”, sul legame fra teoria e pratica, fra idee e azione. Molte delle difficoltà con cui ci stiamo misurando in questa fase discendono da questa contraddizione e si presentano come lotta fra il vecchio e il nuovo

– fra “sapere la linea” e attuare la linea,

– fra limitarsi a fare una giusta analisi concreta della situazione e usare gli appigli e le contraddizioni e muovere le leve che pure si sono individuate grazie alla giusta analisi,

– fra operare attraverso appelli generali e intervenire sulla realtà, invece, in modo da consentire che tutte le forze sane, avanzate e propositive della classe operaia e delle masse popolari facciano qualcosa che da sole, senza l’intervento dei comunisti, non farebbero.

Il centro del discorso è diventare via via più capaci di trascinare tutto quanto si muove nella costruzione qui e ora della rete del nuovo potere delle masse popolari organizzate: dal movimento spontaneo delle masse popolari fino ai partiti comunisti e di sinistra. La costruzione di organizzazioni operaie e popolari e il loro coordinamento con quelle già esistenti affinché operino da nuove autorità pubbliche è comunque la questione principale [vedi l’Editoriale a pag. 1].

Tornando alle difficoltà, esse esistono nel lavoro organizzativo, ma in generale in tutte le attività del Partito. Anche nella propaganda, no? Limitarsi a enunciare formule generali oppure indicare i passi che la classe operaia può compiere, il modo attraverso cui può compierli e guidarla a compierli?

Verissimo! Vuoi aggiungere qualcosa a conclusione?

Si, è utile una considerazione finale. La sinistra borghese è sconfortata e terrorizzata dal presente e dal futuro e semina disfattismo nella classe operaia e nelle masse popolari. Dice, storpiando Gramsci, “il vecchio sta morendo, ma il nuovo non può nascere” perché si rende conto della sua completa inadeguatezza ai tempi attuali, tempi di guerra e di rivoluzione socialista. Noi comunisti diciamo che il vecchio mondo della borghesia sta morendo e le nefaste conseguenze del suo declino dimostrano che il nuovo deve nascere! E nascerà nel legame fra i comunisti che sono il motore della rivoluzione socialista e la classe operaia e le masse popolari che ne sono la forza. Nascerà, in definitiva attraverso la costruzione della nuova classe dirigente della società.

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