A livello nazionale, il Partito Democratico, polo delle Larghe Intese, si sta disgregando (PD di Zingaretti, Italia Viva di Renzi e Azione di Calenda) e in Emilia Romagna, in vista delle regionali del 26 gennaio 2020, il PD cerca di stare con “due piedi in una scarpa”: emblematica è la lista “del Presidente” di S. Bonaccini (presidente PD uscente) che si presenta senza simbolo del PD, promossa da Galletti dell’area dei centristi di Casini e da Pizzolante ex Forza Italia e ora Italia Viva e con il sostegno elettorale del sindaco di Parma, Pizzarotti e Italia in Comune. Stante questo indirizzo, non sorprende la candidatura del padrone – imprenditore Carlo Fagioli, uno che si riconosce nel progetto di Renzi e presidente della Snatt Logistica S.p.a. La gravità della sua candidatura sta nel suo comportamento durante la lotta, nel 2010-2011, dei facchini della cooperativa Gfe (Gruppo facchini emiliano) di Sant’Ilario, usati in appalto da Snatt. Questa candidatura ha messo in luce i contrasti interni alla coalizione, in particolare con il candidato S. Guaitolini (ex segretario FIOM di Reggio Emilia) della lista “Emilia Romagna Coraggiosa” che in quegli anni seguì direttamente la lotta alla Snatt-Gfe e tutt’altro d’accordo con la scesa in campo di questo padrone. L’azienda di Fagioli tolse l’appalto alla cooperativa perché i lavoratori soci di quest’ultima, pagati 5 euro l’ora, decisero di applicare il regolare CCNL: una decisione evidentemente non gradita a padrone e soci che non vollero sobbarcarsi i maggiori costi dell’operazione. Ciò comportò la perdita del lavoro per i 516 lavoratori (molti stranieri) della coop e la decisione gli venne comunicata tramite sms! Alla fine, si salvarono solo coloro che accettarono di tornare al lavoro con paghe ribassate.

Con la candidatura di Fagioli, quindi, quali interessi vuole garantire Bonaccini, quelli dei padroni o dei lavoratori? La risposta non sorprende se si guarda alla Val d’Enza perché, con al centro la zona industriale di Bellarosa di Calerno (RE), è zona emblema della mancata difesa del sistema produttivo locale (per non parlare di altre crisi, come la Magneti Marelli nel bolognese): l’annunciata delocalizzazione in Ungheria della Unielectric ha “sorpreso” tutti, quando in realtà sono mesi che, dalla Regione in giù, si sapeva e nessuno ha mosso un dito. Il risultato sono 76 lavoratori, per la maggioranza donne, a casa!

Solo i lavoratori organizzati, dentro e fuori la fabbrica, legandosi alle battaglie del territorio, possono esprimere una vera e propria gestione del territorio conforme ai propri interessi. Non solo, ma bisogna imporre ai vari politicanti che fanno e faranno mille promesse per il voto regionale che siano conseguenti: non lo faranno spontaneamente, bisogna chiamarli uno per uno e vigilare passo passo, altrimenti non godranno più della fiducia di lavoratori e cittadini! La gestione diretta dei territori da parte delle organizzazioni operaie e popolari è l’unica strada per evitare che si ripetano chiusure di fabbriche e di ospedali!

Valutare i candidati per quello che fanno già oggi, non per quello che dicono faranno domani: costringerli a farlo subito e mantenere con i fatti le promesse!

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